mercoledì 2 luglio 2025

Persone e istituzioni

 

Persone e istituzioni

 

  Lo scorso 26 ottobre è stato pubblicato, nell’inconsapevolezza dei più,  il Documento finale  dell’Assemblea sinodale delle Chiese cattoliche del mondo sulla sinodalità. Il 7 luglio il Segretariato del Sinodo pubblicherà le linee attuative per i prossimi anni.

  Non so se avrò cuore di scrivervi sul Documento finale. E’ un testo incredibile, che non dà minimamente conto del lavoro svolto in tre anni di incontri sinodali, delle posizioni che si sono confrontate, di chi le sosteneva, dello sviluppo del dibattito (compresso nell’efferato metodo della cosiddetta conversazione spirituale). Difficile individuare qualcosa di utile nel teologume sparso e nei predicozzi omiletici di cui è infarcito. Non mi pare che ci sia neanche tutto ciò da cui si era partiti. Si parla di armonia e la si intende come il tacere e nascondere il dissenso. Da ciò che ho potuto constatare, si è lavorato, nell’assemblea sinodale, con il vincolo della riservatezza, per cui i partecipanti hanno spifferato qualcosa  di straforo, ma le trionfalistiche informative ufficiali si sono limitate, mi pare, alla pura propaganda.

  Ma, soprattutto, a differenza di ciò che avvenne durante e subito dopo il Concilio Vaticano 2°, il movimento sinodale non ha contagiato le comunità locali, anche perché, a quello che ho potuto vedere, il clero che le domina non ha lasciato spazio e alla sinodalità non crede. Tutto è continuato come prima. Poi è morto papa Francesco,  che del nuovo  movimento sinodale era stato il principale artefice, e ora non si sa come la pensa il nuovo Papa, che, per quanto indubbiamente portato a quell’alto ministero proprio da papa Francesco, appare persona veramente diversa dal suo mentore.

 E di questo, per ora, non voglio scrivere di più.

 La nostra organizzazione ecclesiastica, soggiogata e umiliata dall’assolutismo della gerarchia episcopale e papale, dovrebbe essere riformata, ma chi comanda non vuole veramente che lo sia, perché non immagina sul serio che si possa essere diversi e resiste proponendo le verità  del nostro tremendo passato, le mitologie mediante le quali ha costruito il proprio dominio.

  Sto leggendo dello storico Yuval Noah Harari, Nexus. Breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA, Bompiani 2024, anche in eBook e Kindle.

  Spiega in maniera molto convincente come la  mitologia è stata utilizzata per costruire connessioni tra le genti e quindi società. Le religioni, e anche la nostra, sono state fin dall’antichità protagoniste di questo processo.

  Le mitologie sono  elementi culturali che vengono modificati a seconda delle esigenze di costruzione sociale. Ma chi comanda, volendo rafforzare il proprio potere, cerca di proporle come immodificabili. Un tentativo che non ha mai avuto veramente successo, perché le culture sono cambiate in maniera corrispondente ai sistemi di potere che le dominavano, e con esse anche le religioni. In tutto questo la verità, intesa come descrizione affidabile della realtà, della natura, intesa come ciò che non dipende dalle nostre culture, ha poco a che fare. Centrale è invece ciò che si vuole essere come società. La verità, in quest’altro contesto, è l’insieme degli enunciati che occorre accettare per ottenere l’inclusione in una società da parte del sistema di potere che la domina. E’ per questo che, in religione, non ci si scandalizza nel porre a fondamento della propria fede fantasie mitologiche come quelle che si trovano in gran parte della Bibbia dei cristiani, come già negli scritti biblici utilizzati dall’antico giudaismo. Sono fantastoria le narrazioni sull’uscita prodigiosa degli antichi israeliti dall’Egitto dei Faraoni, e su personaggi centrali come Davide e Salomone. Questo però non accade solo nelle religioni, ma in ogni ambito culturale in cui il mito è utilizzato per la costruzione sociale.

  Pensare  a una riforma ecclesiale senza variare la passata mitologia religiosa non è realistico. Nel Documento finale  a cui ho accennato è evidente che, invece, si vorrebbe procedere proprio così.

 La nostra organizzazione ecclesiastica si è dimostrata, così, incapace di autocorreggersi. Minimizza le atrocità del passato.  Sostiene che la santità dell’istituzione e la perversione delle persone che la rappresentavano. In realtà, la malvagità delle persone è andata in genere di pari passo con quella dell’istituzione, e della relativa mitologia fondativa. E’ invece accaduto talvota che, in un contesto di malvagità istituzionale, le persone che rappresentavano l’istituzione si siano rivelate buone. Ad un certo punto, parlando del papa Giovanni 23°, lo si definì il Papa buono. Ecco, questo rende l’idea. Vi furono Papi cattivi? Certamente, la nostra tremenda storia ecclesiale ne è piena. La nostra epoca è caratterizzata da Papi buoni, ma in un contesto istituzionale che non è poi così tanto cambiato dai tempi malvagi del nostro tremendo passato.

  Scrive Harari:

 

Nel cattolicesimo questa perfezione istituzionale è sancita nel modo più lampante dalla dottrina dell’infallibilità papale, secondo la quale, mentre nelle questioni personali i papi possono sbagliare, nel loro ruolo istituzionale sono infallibili.

 Per esempio, papa Alessandro VI sbagliò nel rompere il suo voto di celibato, nell’avere un’amante e nell’avere figli, però quando definì gli insegnamenti ufficiali della Chiesa su questioni di etica o teologia, era incapace di sbagliare.

  Secondo questa concezione, la Chiesa cattolica ha sempre fatto ricorso a un meccanismo di autocorrezione per sorvegliare i suoi membri umani nei loro affari personali, ma non ha mai sviluppato un meccanismo per emendare la Bibbia o per modificare il suo “deposito di fede”. Questo atteggiamento traspare dalle rare scuse formali che la Chiesa cattolica ha pronunciato per la sua condotta passata.

  Negli ultimi decenni diversi papi si sono scusati per le sofferenze inflitte agli ebrei, alle donne, ai cristiani non cattolici e alle culture indigene, oltre che per eventi più specifici come il saccheggio di Costantinopoli nel 1204 e gli abusi sui bambini nelle scuole cattoliche. E’ un fatto encomiabile che la Chiesa cattolica abbia presentato tali scuse; le istituzioni religiose lo fanno molto di rado. Tuttavia, in tutti questi casi, i papi sono stati attenti a non attribuire la responsabilità alle Scritture e alla Chiesa come istituzione. La colpa è stata invece addossata sulle spalle di singoli uomini di Chies che hanno interpretato male le Scritture  e si sono allontanati dai veri insegnamenti della Chiesa.

 Per esempio, nel marzo 2000, papa Giovanni Paolo 2° ha condotto una cerimonia speciale in cui ha chiesto perdoneo per una lunga lista di crimini storici contro ebrei, eretici, donne e popolazioni indigene. Si è scusato “per l’uso della violenza che alcuni hanno commesso al servizio della verità”. Questa terminologia sottintendeva che la violeza fosse colpa di “alcuni” individui fuorviati che non avevano compreso la verità insegnata dalla Chiesa. Il papa non contemplava la possibilità che forse questi individui avevano capito esattamente ciò che la Chiesa insegnava eche queti insegnamenti non erano semplicemente la verità.

 Allo stesso modo, quando papa Francesco ha chiesto scusa nel 2022 per gli abusi contro i nativi nelle scuole residenziali canadesi gestite dalla Chiesa, ha detto: “Chiedo perdono, in particolare, per i modi in cui molti membri della Chiesa […] hanno cooperato […] a quei progetti di distruzione culturale e assimilazione forzata”. S noti il suo attento spostamento di responsabilità. La colpa era di “molti membri della Chiesa” non della Chiesa e dei suoi insegnamenti. Come se la distruzione delle culture indigene e la conversione forzosa non avessero mai fatto parte della dottrina ufficiale della Chiesa.

 In effetti non sono stati alcuni sacerdoti ribelli a indire le Crociate, a imporre leggi che discriminavano gli ebrei e le donne o a orchestrare l’annientamento sintomatica delle religioni indigene del mondo.

   Gli scritti di molti venerandi padri della Chiesa  e i decreti ufficiali di molti papi e concili ecclesiastici sono pieni di passagi che denigrano le religioni “pagane” ed “eretiche”, invocano la loro eradicazione, discriminano i loro credenti e legittimano l’uso della violenza per convertire persone al cristianesimo. Per esempio, nel 1452 papa Niccolò V emanò la bolla Dum Diversas, indirizzata al re Alfonso V del Portogallo e ad altri monarchi cattolici. La bolla diceva: “Con questi documenti vi concediamo, con la nostra autorità apostolica, il pieno e libero permesso di invadere, ricercare, catturare i saraceni e i pagani e ogni altro miscredente e nemico di Cristo ovunque si trovino, così come i loro regni, ducati, contee, principati e altre proprietà [… ] e di ridurre le loro persone in servitù perpetua”. Questa proclamazione ufficiale, ripetuta più volte dai papi che si sono succeduti, ha posto le basi teologiche per l’imperialismo europeo e la distruzione delle culture native del mondo.

  In realtà, anche se la Chiesa non lo riconosce ufficialmente, nel corso del tempo ha modificato le sue strutture istituzionali, i suoi insegnamenti fondamentali e la sua interpretazione delle Scritture. La Chiesa cattolica contemporanea è molto meno antisemita e misogina di quella del Medioevo e dell’età moderna. Papa Francesco è molto più tollerante nei confronti delle culture indigene rispetto a Niccolò V. E in atto un meccanismo istituzionale di autocorrezione, che reagisce sia a pressioni esterne sia a un esame di coscienza interno. Ma in istituzioni come la Chiesa cattolica ciò che caratterizza l’autocorrezione è che, anche quando scatta il suo funzionamento, viene negata anziché celebrata. La prima regola per cambiare gli insegnamenti della Chiesa è che non si ammette mai di cambiare gli insegnamenti della Chiesa.

  Non sentirete mai un papa annunciare la mondo: “I nostri esperti hanno scoperto un grosso errore nella Bibbia. Presto pubblicheremo un’edizione aggiornata”. Invece, quando si chiede loro del mutato atteggiamento della Chiesa, oggi più benevola nei confronti degli ebrei o delle donne, i papi fanno intendere che questo è sempre stato ciò che la Chiesa ha realmente insegnato, anche se in precedenza alcuni singoli uomini di Chiesa non hanno compreso in modo corretto il messaggio. Negare l’esistenza dell’autocorrezione non impedisce del tutto che essa si verifichi, ma ne indebolisce gli effetti e la rallenta, Poiché la correzione degli errori del passato non viene riconosciuta, e tanto meno celebrata, quando i fedeli incontreranno un altro grave problema nell’istituzione e nei suoi insegnamenti sono paralizzati dalla paura di cambiare qualcosa che si suppone eterno e infallibile. Non possono beneficiare dell’esempio dei precedenti cambiamenti.

[…]

 Per mantenere la propria autorità religiosa, la Chiesa cattolica non ha avuto altra scelta che negare l’esistenza dell’autocorrezione istituzionale. La Chiesa è infatti caduta nella trappola dell’infallibilità. Una volta basata la propria autorità religiosa su una tale pretesa, qualsiasi ammissione pubblica di errore – anche su questioni minori – potrebbe distruggere completamente quella stessa autorità.

 

   Harari ha individuato esattamente la causa del triste fallimento della riforma sinodale che papa Francesco ha tentato di innescare dal 2015.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli