lunedì 23 giugno 2025

Natura e leggi

 

Natura e leggi

 

  All’inizio del corso di laurea in legge ti spiegano la differenza tra le leggi della natura e quelle giuridiche.

  Le leggi della natura sono dinamiche e regolarità che scaturiscono dall’osservazione empirica e metodica del mondo e che valgono fino a che  risulti diversamente. Indicano come si pensa che vadano realmente le cose. La loro formulazione fa parte della cultura, ma le leggi in sé no, quelle esistono a prescindere da come le si formula e le formulazioni che se ne danno possono anche lasciare a desiderare, e per questo, progredendo le scienze, vengono riviste.

  Le leggi giuridiche sono integralmente un prodotto sociale e indicano come si vuole che si agisca in società. Possono essere ordinate da un’autorità o create da consuetudini sociali. Il primo problema che si ha al riguardo è quello della loro validità, vale  a dire se possano essere considerate o non un una legge, in un determinato contesto sociale. L’altro è quello della loro reale  efficacia, vale a dire della loro effettività. Una legge giuridica può essere valida, secondo i parametri stabiliti in un determinato ordinamento sociale, ma non effettiva e allora va in corso a un processo di dissoluzione che si chiama desuetudine  e che è il contrario della consuetudine.  Quest’ultima è quando la gente si comporta in un certo modo ritenendo di essere socialmente obbligata a farlo. In genere le società si muovono approssimativamente seguendo le loro leggi riconosciute, anche se è endemica una certa quota di trasgressione, alla quale si rimedia con un sistema di sanzioni, vale a dire con procedure pubbliche che fanno seguire delle conseguenze negative alle violazioni.

  Anche la legge morale è un prodotto sociale. Indica come si deve fare per praticare la virtù del bene, secondo un determinato contesto sociale.

  I professori di diritto ti spiegano che la legge morale comprende tutta la persona, mentre la legge giuridica invece solo una parte della sua vita sociale, che varia di società in società, e che negli ordinamenti liberali riguarda sostanzialmente l’esteriorità delle relazioni sociali, senza estendersi all’interiorità. Le teologie vogliono occuparsi di tutto ciò che c’è e accade, ma in particolare creano costruzioni concettuali in materia di leggi morali e giuridiche.

  Questo fatto che le leggi di una società dipendano dalla società stessa non soddisfa del tutto in teologia. Perché, allora, passando da una società ad un’altra cambierebbero le leggi, ed è proprio quello che si osserva nello studio scientifico delle società, che si fa nell’antropologia e nella sociologia. Ma, anche, mutando i tempi cambierebbero anche le leggi della società: e, ancora, è proprio quello che la storia dell’umanità ci insegna. Mettere in relazione  la società con le sue leggi è indubbiamente una concezione  relativista. Si è pensato di uscirne sacralizzando  una parte delle leggi della società, vale a dire affermandone l’origine divina. Ma, anche in questo caso, lo si è fatto secondo le particolari concezioni religiose di una società. Cambiando gli dei, cambiano anche le leggi attribuite alla loro volontà. In un monoteismo, però, si nega che vi siano altri dei e e quindi altre leggi divinizzate. Valgono solo quelle attribuite alla propria divinità.

  I monoteismi sono in costante polemica fra loro (perché non ve n’è uno solo) e con i politeismi. Si capisce perché. Sono stati anche accusati di aver fomentato la violenza, ma l’addebito non mi convince perché, in genere, tutte le religioni hanno prodotto violenza sociale, senza distinzione. Chi pensa diversamente chiude gli occhi di fronte ad una storia (tremenda) che sta lì a dimostrarlo.

  Come uscirne?

  Una via è quella di considerare le leggi più importanti come imposte  dalla ragione  o dalla natura, o da entrambe.

  Il mondo avrebbe una sua logica  che non potrebbe impunemente essere contraddetta. Il problema è di stabilirne i fondamenti. Perché del mondo sappiamo molto, ma ancora troppo poco. E questa via venne escogitata quando se ne sapeva veramente molto  meno. Così,  man mano che se ne sapeva di più, tutte le costruzioni logiche sulle leggi sacralizzate secondo l’idea di legge naturale, e quindi eterne, immutabili, venivano a perdere di forza di convinzione. Da qui il drammatico conflitto tra le teologie cristiane e le scienze moderne, in particolare a partire da Galileo Galilei, vissuto tra il Cinquecento  e il Seicento. Si pretese di mantenere ferma l’immagine del mondo, in modo che non venisse pregiudicata la logica della legge naturale che su di essa era stata costruita.

  L’idea di legge naturale  che si ha in teologia è molto diversa dalle leggi della natura  studiate nelle scienze che si occupano della fisica e della biologia, vale a dire di com’è veramente la natura  e di come va. In particolare è un elemento mitico che serve alla legislazione morale e giuridica, per fondarne la validità universale e per convincere della sua effettività. Certe norme ci sarebbero imposte dalla natura che, a sua volta, viene vista come Creazione  della divinità. La natura, in quanto voluta dalla divinità, indicherebbe la via al bene, alla virtù, sarebbe quindi buona. Questo, appunto, il centro del relativo mito.

 L’osservazione empirica  e metodica delle società umane dimostra chiaramente che anche le leggi sociali sacralizzate in quel modo sono cambiate, e stanno costantemente cambiando. Difficilmente, poi, i risultati dell’osservazione empirica e metodica dei fenomeni naturali possono convincere di una natura buona, in particolare della bontà come la si concepisce nella nostra fede. La natura ci appare spietata, crudele. E, ci avvertono le scienze biologiche, se non fosse così, un sistema in cui prevale la forza bruta e chi soccombe viene mangiato da chi vince, la vita sulla Terra non potrebbe mantenersi e non sarebbe evoluta producendo, tra le molte altre, anche la nostra specie, che sembra aver  fatto fuori nel corso della sua affermazione sul pianeta anche altre specie di ominidi determinando l’estinzione (le altre specie estinte del genere Homo finora individuate sono almeno dieci, ho letto).

  Quando si parla di legge naturale  si parte dal concepire una norma morale che sarebbe voluta dalla divinità, e che quindi si sostiene che debba essere osservata senza possibilità di negoziazioni sociali, e poi si cerca di avvalorarne il carattere naturale  e quindi universale attingendo liberamente ai fatti della natura. Non vi è, quindi, una osservazione empirica e sistematica della natura come realmente è, che infallibilmente convincerebbe del contrario. E’ molto importante, anche in quest’ambito, essere consapevoli della differenza tra mito  e natura.

  Indubbiamente la natura ci determina, perché siamo realtà biologiche, organismi, espressioni di legge della natura in misura molto superiore a quello che secondo un certo spiritualismo  religioso (che spesso deborda in spiritismo) si è disposti ad ammettere. La nostra psiche, in particolare, è un prodotto biologico e, con essa, lo è anche la nostra capacità di esercitare la ragione. Ma la legge naturale  che ci viene proposta come legge divina,   o comunque eterna, è un prodotto sociale di un’autorità che non ammette di essere messa in discussione e che, per legittimarsi, fa ricorso al mito di una natura  che sorregga le sue leggi.

  Un mio lontano parente, Roberto Ardigò, stimato sacerdote che si pensava potesse far carriera fino a diventare vescovo di Mantova, un brillante studioso e una persona di moralità ineccepibile, per aver sostenuto pubblicamente quello che ho sopra sintetizzato fu censurato da un’autorità ecclesiastica in rotta con il mondo moderno e impedito dal continuare il ministero sacerdotale. Nonostante gli inviti a ripensarci, ne prese atto e divenne un importante maestro di psicologia e di  filosofia nell’Università di Padova. Nel suo La ragione e la fede, del 1870, anno di proclamazione del dogma dell’infallibilità pontificia, scrisse: «la fede cieca nell’autorità è la negazione della scienza e del progresso».  Cosa della quale anch’io sono convinto, anche se,  a differenza di quel mio lontano parente, da parte viva della mia Chiesa, purtroppo ancora sottomessa ad un obsoleto e assurdo assolutismo, spero sinceramente, nonostante le evidenze storiche contrarie del nostro orrendo passato ecclesiale, che il mio Papa sia realmente infallibile  almeno nell’essenziale.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli