martedì 6 maggio 2025

Il mito della Chiesa bimillenaria

 

Il mito della Chiesa bimillenaria

 

  Si dice che la nostra Chiesa ha duemila anni: è solo un mito, vale a dire una immaginifica narrazione semplificata degli eventi costruita per renderne un certo senso. Si vuole dire che i ruoli ecclesiali oggi impersonati si rifanno a quelli del passato cercando di mantenere qualche collegamento con le ere più antiche.

  Le società umane sono impersonate e rese presenti dalle generazioni che in una certa epoca coesistono e si tramandano ruoli sociali. Questo rende le società plastiche, in continua trasformazione. Mediante il diritto e nel mito, e il diritto è sempre basato sul mito, si cerca di rafforzarle nel trascorrere dei tempi e di darne una immagine di stabilità, che però è ingannevole. Nonostante che certe generazioni accettino di impersonare i loro ruoli sociali secondo un certo diritto ricevuto dalle precedente, lo fanno sempre in modi diversi  dal passato, perché i contesti sociali cambiano.

  E’ tuttavia possibile narrare una storia  delle nostre Chiese ed esse, come risulta evidente a chi le si accosti, è costituita dalle narrazioni dei mutamenti di quelle Chiese nel tempo. Questa dinamica non si è mai  arrestata, si può affermare che ogni Chiesa di una certa epoca è nata e morta ed  è stata sostituita, nel trascorrere delle generazioni, da un altro tipo di Chiesa, che in parte assume certi elementi del passato e in parte no.

  Naturalmente la teologia ci racconta un’altra storia. Fa solo il suo mestiere, che è quello di dare un’immagine di coerenza a ciò che cambia nel trascorrere dei tempi. Se non ci si cura troppo dei dettagli, se si guardano le cose da una certa distanza, l’insieme può anche convincere, ma è sempre irrealistico, nella misura in cui vuole convincere del permanere nei tempi di una stessa Chiesa nonostante l’avvicendarsi delle generazioni.

  In certi posti del mondo, si vive la Chiesa in spazi architettonici piuttosto risalenti nel tempo, ed anche antichi. E’ il caso di Roma. Ma si tratta solo di artifizi. Per nostra buona sorte la nostra Chiesa non è più quella stragista che costruì, tra il Cinquecento e il Seicento, la basilica di San Pietro. Questa edificazione avvenne in epoca di veloci cambiamenti ecclesiali, in particolare al tempo della Riforma protestante. Anzi, la raccolta di fondi in Europa, fatta vendendo l’immaginario, vale a dire le indulgenze, il passaporto per il Paradiso per i vivi e i morti rilasciato dal Papato romano, fu tra le cause delle contestazioni, anche a risvolto teologico, che diedero motivo alla Riforma.

 Lo stesso può dirsi della teologia e del diritto delle nostre Chiese: per quanto si cerchi di rimanere immersi in narrazioni del passato, immaginando di stare trasmettendo di generazione in generazione un certo deposito, intatto come lo si è ricevuto dalle origini, direttamente dal Maestro e dai suoi apostoli, la realtà è molto diversa: nulla è rimasto invariato e tutto ciò che è stato conservato lo è stato nella misura e nelle forme che le generazioni avvicendatesi nei secoli hanno ritenuto utili alla costruzione sociale.

   Tutto ciò ci responsabilizza. Non esiste una Chiesa che se ne va attraverso i secoli e alla quale si può, nella propria vita, aderire  o non, e se non si decide di aderire rimane immutata. La nostra vita, anche quando decidiamo di non aderire, cambia l’immagine della Chiesa in un certo momento, e non solo l’immagine, ma anche la sua sostanza.

  E il clero, con i vescovi e gli altri, la gente che è ancora legata in ordini religiosi, i cardinali elettori che mercoledì si riuniranno per decidere chi sarà i nuovo sovrano, non sono la Chiesa, ma solo alcune sue espressioni, come lo sono tutte le altre formazioni sociali che animano ciò che in un certo momento storico viene considerato Chiesa.

 La successione  tra un Papa e un altro manifesta le dinamiche di mutamento che attraversano i corpi ecclesiali, che la leggenda di continuità costruita intorno al Papa regnante maschera. In un’ottica di fede ci si dovrebbe sentire impegnati a non esserne solo spettatrici e spettatori, ma di essere consapevoli che esse dipendono da tutti noi che ancora confidiamo nella fede cristiana. La Chiesa non ci è esterna, ma è come la impersoniamo.

 Nei giorni scorsi ha stupito la decisione sacrilega del presidente statunitense Trump di diffondere una sua immagine, artefatta mediante un algoritmo di intelligenza non umana, in costumi papali. In tal modo, quello sberleffo a ciò che di più sacro viene (ancora) considerato nella Chiesa cattolica, egli ha inciso sull’immagine e sulla sostanza della nostra Chiesa. Ai posteri apparirà una Chiesa che poteva essere impunemente sbeffeggiata dal capo di Stato di una nazione che fu costruita (anche) sulla fede religiosa.

  Ma non è molto diverso il risultato di molti di  coloro che (come quel buontempone) hanno partecipato nei giorni scorsi alle esequie del sovrano morto accalcandosi per riprendere immagini con i telefoni cellulari, addirittura nei brevi istanti, in cui, dopo ore di fila, sostavano per qualche secondo davanti al feretro aperto. E anche durante il mesto trasporto della salma, attraverso il centro di una Roma domenicale, verso la basilica di Santa Maria Maggiore: facevano impressione tutte quelle braccia alzate a levare i telefoni cellulari per scattare fotografie del corteo funebre. I posteri diranno che si era persa la consuetudine con la preghiera, in certe occasioni in cui essa era particolarmente indicata.

 Tutti questi costumi discutibili sono un segno dell’evolvere dei tempi, di generazione in generazione, e delle Chiese in essi.

  Papa Francesco, secondo il costume dei gesuiti, ci invitava sempre al discernimento, alla decisione personale  tra il bene e il male esaminando ciò  che accade e la nostra condotta in relazione ad esso alla luce del vangelo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli