Farsi prossimi
Molte persone di questo tempi, e tra esse molte che, interpellate in merito, si definiscono non credenti, si dimostrano fascinate dalle liturgie imperiali organizzate intorno al Papato romano, oggi che si deve scegliere il successore del sovrano morto. Lo è stato anche il presidente statunitense Trump, il quale, tornato a casa dopo aver presenziato in prima fila alle esequie in piazza San Pietro, ha pensato bene di diffondere una sia fotografia in panni da Papa, creata da un algoritmo di intelligenza non umana. Il gesto è stato sacrilego non tanto per le vesti indossate dal pupazzo mediatico, ma per il crocifisso che esso sfoggiava. Mi è parso troppo indulgente l’arcivescovo di New York, cardinale elettore che ha anche la responsabilità pastorale del famoso buontempone, quando si è lamentato di una presa in giro.
La vanagloria dei potenti del mondo non merita rispetto, ma il crocifisso evoca il centro della speranza cristiana di salvezza, il sacrificio del Signore per liberarci dalla schiavitù della colpa e della morte. Egli, l’Agnello di Dio. Il crocifisso merita rispetto.
Chi si affida alle apparenze della sovranità rimane esposto allo sberleffo profanatore e irridente. Ma, in fondo, lo merita. Gli ricorda che dietro le immagini luccicanti del potere sovrano, vale a dire insofferente di limiti e di obblighi di rendiconto, vi è sempre solo ciò in cui esso realmente consiste, la prevaricazione sociale a danno dei più deboli, l’uso spregiudicato della forza fin dove può. Tutto ciò che è negato nel simbolo del crocifisso.
A volte sento dire che la nostra Chiesa non sarebbe sopravvissuta oltre duemila anni senza un Papato imperiale. A me stupisce invece che sia durata tanto a lungo nonostante forme storiche di Papato, modellate su quelle delle organizzazioni sovrane del mondo, tanto violente e dissolute, e ciò fin da quando cominciò a manifestarsi un’organizzazione del Papato romano diversa da quella degli altri vescovi. Sto leggendo il recente libro di Alberto Meloni sulla storia dell’istituzione del Conclave, e lì questo risulta molto bene, fin dai primi secoli. In ogni epoca, a seconda delle concezioni che si avevano del Papato romano, vennero deliberate norme per organizzare la successione, solo però per vederle presto violate, non appena un nuovo assetto di potere si prospettava nell’ambiente sociale intorno. Ma al centro del cristianesimo non vi sono quelle norme e le relative liturgie, come anche lo stesso Papato romano.
Il moto che manifesta la spiritualità cristiana è quello del rendersi prossimi, testimoniato in vita dallo stesso Maestro, il primo a rendersi a noi prossimo per la nostra salvezza. È idea che è raffigurata nella parabola evangelica del Samaritano misericordioso dei Vangeli. Come spiegano i predicatori, non si tratta tanto di amare un certo prossimo (e qui viene da discutere chi lo sia: i propri familiari, quello della propria città, della propria nazione). Nel farsi prossimi si trasformano in prossimi, dandosi da fare, anche i lontani. L’agàpe cristiana, la solidarietà misericordiosa e fattiva che include rinunciando alla vendetta, il comandamento nuovo, si crea facendosi prossimi, e dunque trasformando in prossimi anche quelli che non lo sono. Fu questo l’atteggiamento del Maestro nel suo ministero terreno: esso è rappresentato nel crocifisso.
È solo nelle relazioni di prossimità, trasfigurate dal farsi prossimi cristiano, che si può realmente percepire la nostra fede viva e vitale. Il resto è solo mito e diritto, essenziale, certo, per l’organizzazione sociale, e anche per costruire grosse Chiese, ma della stessa natura di tutte le altre costruzioni sociali. Nonostante possa fascinare, colpendo l’immaginazione, non è consigliabile fare l’errore di affidarvisi più di tanto.
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli