giovedì 8 maggio 2025

L’ultimo imperatore

 

L’ultimo imperatore

 

  Vivo con crescente fastidio l’impatto mediatico di ciò che sta accadendo a duecento metri da dove lavoro, lì dove un centinaio di vegliardi immaginano di stare scegliendo l’ultimo imperatore. Le stucchevoli immagini del camino installato nella Cappella Sistina debordano ovunque. Sembra che il mondo intero sia in attesa: così narrano la cosa i conduttori, per giustificare lo spazio che gli stanno dedicando. Ormai hanno esaurito ogni argomento. L’Extra omnes (“Fuori tutti!”) significa anche questo: relegarci, che si sia persone religiose di quella fede o non, fuori; senza poter contare nulla, senza quindi poterne sapere nulla, umiliati nel ruolo di semplici spettatori del nulla, gente da contare   a migliaia se si raduna in piazza davanti al vanaglorioso chiesone vaticano. E ci si raduna, sì, ma più che altro  per cogliere anche con il proprio telefono cellulare l’immagine della fumata bianca, che sarà rimandata ovunque dalle potenti telecamere puntate sul fatidico comignolo, e poter dire di esserci stati. Si è solo comparse del circo mediatico allestito intorno all’evento.

  Le persone che mi stupiscono di più sono quelle che, interpellate dai giornalisti, dicono di esserci, sì, ma che sono non credenti. L’ateo papista  mi pare l’equivalente degli italiani, cittadini di una repubblica e di una Unione europea repubblicana,  che, alle esequie della regina inglese, si sono presentati travestiti da sudditi devoti, con la bandiera inglese dappertutto e via dicendo, e naturalmente il telefono cellulare puntato.

   C’ero anch’io la sera di ottobre in cui venne la fumata bianca per Wojtyla, ma lo spirito in cui si era convenuti era molto diverso, inimmaginabile oggi. Non c’era ancora l’iperturismo, in piazza c’era per la maggior parte  gente romana. Non c’erano i telefoni cellulari, ma c’erano macchine fotografiche anche piuttosto efficienti, ma non le vidi usate dalla gente intorno a me. C’era l’attesa dell’elezione del nuovo Papa, per cui, come ieri sera, si era radunata molta gente. Fummo poi realmente spettatori di un evento storico, il primo Papa non italiano dopo secoli. Ma  si era realmente religiosi. Si veniva dalla grandiosa esperienza del Concilio Vaticano 2°, concluso una decina d’anni prima, e del clima di effervescente rinnovamento che ne era seguito. Ma anche da eventi tragici accaduti proprio quell’anno, con il rapimento e il brutale assassino di una delle più importanti personalità cattolico democratiche italiane, Aldo Moro. Gli ultimi mesi della vita del papa Paolo 6°, suo amico personale come ci disse nella mesta omelia della sua messa funebre a San Giovanni in Laterano, ne erano stati pesantemente segnati. Poi l’improvvisa  morte anche del suo successore, eletto da pochissimo.  L’Italia era colpita dal terrorismo e da una crisi economica acutissima, in un tempo in cui ancora non vi erano gli strumenti di solidarietà tra stati costituiti nell’Unione Europea. L’inflazione era altissima. La fede era ancora assai diffusa tra la gente e dunque nel nuovo Papa si faceva reale affidamento, dal punto di vista religioso non come ora che dei Papi sembrano apprezzarsi solo certe caratteristiche delle personalità, l’indole, per cui ci si contenta di trovarli buoni e prodighi di dichiarazioni umanitarie, che in fin dei conti lasciano il tempo che trovano. E anch’io la pensavo in quel modo. Ora non più. Sono cresciuto. Ho conservato la fede, ma è molto diversa da allora. Ho capito che, come è opinione di quasi tutti quelli che si occupano consapevolmente di queste cose, l’istituzione non va bene,  a prescindere da chi la impersoni, e andrebbe riformata. Nessuno dei Papi succeduti al Concilio   Vaticano 2° ha avuto però la forza di farlo, nonostante che sulla carta, secondo la teologia e il diritto cattolici, avessero il potere di farlo. Sono apparsi come prigionieri delle istituzioni da riformare, come anche dei costosi e boriosi palazzi principeschi in cui tradizionalmente devono  vivere confinati (anche se nulla di evangelico vi è in questo e il vangelo potrebbe renderli liberi).

  C’è meno gente religiosa in giro oggi, ci dicono statistiche affidabili. In fin dei conti è più che altro l’immagine della sovranità che affascina, il sentore di antico, certe spettacolari liturgie, come accade con la Famiglia reale inglese. Ci si appaga di questo.

  Eppure, per una persona cattolica, non è indifferente chi diventa Papa. Gli ultimi Papi sono stati persone buone, sicuramente, ma hanno preso anche decisioni discutibili con immediato riflesso in particolare su chi  vive a Roma.  Negli ultimi tempi, ad esempio, ci si è abbattuta addosso una riforma della Diocesi romana veramente pasticciata, in particolare a detta dei giuristi (e io della materia capisco qualcosa). Ad esempio il nuovo statuto  dei Consiglio pastorali parrocchiali è ingestibile, scritto veramente male. Al centro diocesano si è realizzato un assurdo accentramento sulla persona del Papa, che non ha tempo di occuparsi di tutto.

  Ma c’è stato di peggio.

  Dopo il Sinodo del 1985 sulla cattolicità è sceso quello che molti hanno descritto come un lungo inverno.

  Un Papa, in un discorso in Germania poco dopo essere stato eletto, ha fatto succedere un bailamme con il mondo islamico criticandone la fede con le parole di un antico imperatore bizantino (!). In questo, Papa Francesco riuscì poi a rimediare, con alti e bassi naturalmente: si dimostrò velleitaria la sua generosa pretesa di mediare dal punto di vista religioso nel conflitto israelo-palestinese. Gli esponenti delle altre religioni coinvolte nella lotta finirono per litigare in diretta mondiale nel corso dell’evento convocato per manifestare che le fedi sono via di pace (cosa manifestamente contraria all’evidenza storica).

  Così  come con certe malattie, che dopo un po’ passano, bisogna allora attendere, appunto, che tutto passi. Alla fine i vegliardi sceglieranno tra di loro il nuovo Papa, quel comignolo tornerà in magazzino, per un mese sui  mass media non si parlerà d’altro che del nuovo imperatore (e forse anche l’eletto per un po’ arriverà a crederci), e speriamo che tutto quello che verrà fuori sia onorevole, e poi, pian piano, si tornerà alla situazione di prima. Quando la tempesta papista si acquieterà potrà aver di nuovo voce la gente di fede, che ancora c’è, perché, almeno in Italia, la Chiesa cattolica è ancora vitale. E allora verrà il momento di riprendere a darsi da fare.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli