sabato 28 dicembre 2024

Le basi di una ricerca con metodo sinodale

 

Le basi di una ricerca con metodo sinodale

 

 Pensiamo ad un piccolo gruppo di una trentina di persona della stessa fascia d’età, accomunate anche da una storia personale affine, che si stimano le une le altre, che vogliano iniziare un lavoro sinodale a lunga scadenza sulla propria religiosità e su un progetto di attività nella società intorno per influirvi nello spirito del vangelo, caratterizzato da riflessione colta e dialogo, con lo scopo di assumere decisioni condivise sul da farsi nel tempo che stanno vivendo.  Definirei questo gruppo sinodale  perché si va insieme nello spirito del vangelo. L’attività a cui mira è sociale, ma anche sulla base di una considerazione della religiosità personale, di come si è e di come si potrebbe essere, perché è nello spirito del vangelo che per cambiare la società occorre cominciare da se stessi.

  Bisognerebbe liberarsi dall’assillo, antico, risalente alle origini, del volere pensare a un’azione che debba essere l’unica giusta  in religione e quindi dell’entrare in polemica con altre persone e altri gruppi che pensano e fanno diversamente. E anche da quello di rimanere rigidamente nei confini di tradizioni di pensiero e di azione, del già pensato e fatto,  in particolare dei progetti che la gerarchia ecclesiastica dei nostri tempi, o di altri tempi,  ha preso in considerazione assumendo determinate posizioni. Sarà comunque essenziale confrontarsi con le tradizioni, perché in religione, in qualsiasi religione, non si parte mai da zero, o almeno non si dichiara mai di farlo, anche se realmente si fanno cose nuove. E’ così che originarono i cristianesimi e tutti i loro successivi fermenti.

  Ci si incontra e si dialoga perché questo è profondamente umano.

  Il mondo cambia a velocità vertiginosa: è una caratteristica del nostro tempo. Come può una persona orizzontarsi rimanendo da sola?

  Studiare, informarsi, non basta, se poi non ci si confronta con un impegno collettivo.

  Di questa esigenza di comunità si è parlato come di quella di mondi vitali, che sono quelle collettività, caratterizzate da relazioni molto più intense, nelle quali le persone ricavano il senso della vita.

  Tra i problemi principali del nostro tempo vi è proprio il deterioramento dei mondi vitali, in particolare nelle città nelle quali convergono moltitudini e nelle quali le relazioni tra le persone sono per lo più mediate da riti, procedure, diritto. E’ paradossale che ci si possa sentire persone sole in contesti abitati da centinaia di migliaia o addirittura da milioni di altre persone. Ma è proprio ciò che si comincia a sperimentare già da molto giovani, non appena si esce dalle comunità-nido come possono essere la famiglia e le scuole primarie.

 Questa difficoltà si incontra anche nella vita religiosa.

 E anche se si è al centro di fitte relazioni in reti sociali telematiche.

  Siamo organismi biologici e non lo dobbiamo mai dimenticare. Le relazioni significative implicano anche il coinvolgimento della fisiologia e il raggiungimento di una intimità personale, come quella che si sperimenta nei gruppi giovanili o, ad esempio e fino ad un certo punto, nella vita militare in guerra. Da persone adulte ci si allontana, anche perché ci si concentra sulla cura della prole e poi c’è il lavoro che può farsi molto assillante. Allora non di rado le relazioni personali più forti sono quelle con amiche e amici di gioventù, oltre che con la propria parentela.

  E’ per questo che, nella vita dei gruppi religiosi, si organizzano occasioni di ritiro, pellegrinaggi, o comunque occasioni di attività caratterizzate da una convivenza, come sono, ad esempio, i congressi e le assemblee sociali delle associazioni maggiori.

  Un gruppo sinodale  dovrebbe prevedere momenti del genere.

  La sinodalità impone di confrontarsi e di accettare il pluralismo, vale a dire la coesistenza di vari modi di intendere la vita di fede. Fin dalle origini, che furono marcatamente pluralistiche, questo fu molto difficile  e ci si scontrò aspramente.

  Le teologie che iniziarono a organizzarsi concettualmente e socialmente nei primi secoli finirono con il considerare virtuosa l’unità sotto un medesimo centro di potere, nel punto di incontro tra Cielo e Terra, e questo aspetto fu molto accentuato nell’ibridarsi di teologia, politica  e diritto, specialmente dall’inizio del secondo Millennio, con l’edificazione delle università europee.

  Ancora oggi, sebbene ci si confronti con più serenità con il pluralismo che si manifesta non appena il giogo dell’autorità si attenua, in realtà si collega pluralismo con relativismo, che è quando, nel decidere che fare e che pensare, si tiene conto del contesto. Nella nostra Chiesa la polemica è mantenuta viva dalla teologia dogmatica razionalista, per la quale, dati determinati asserti  di base considerati indiscutibili, tutto potrebbe essere deciso sviluppandoli razionalmente e nei limiti della ragione, senza tener conto di altro: sarebbe la realtà intorno a dover essere ordinata  secondo i corollari, vale a dire le conseguenze, che se ne traggono razionalmente. Questo modo di pensare è sensibile, ad esempio, nell’enciclica La carità nella verità – Caritas in veritate, del papa Benedetto 15°, diffusa nel 2009.

   https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate.html

  Al centro di quel documento vi fu la contestazione di certe conseguenze che si erano tratte dall’enciclica del papa Paolo 6°, Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, diffusa nel 1967

https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum.html

 nella quale certamente si teneva conto del contesto storico per esortare a certi tipi di azione sociale.

  Nel programmare un gruppo sinodale, consiglio di abbandonare lo spirito polemico nel voler cercare e imporre verità, intese come quegli asserti, quegli enunciati, che si ritiene debbano essere accettati pena l’esclusione da una collettività. In genere, al di fuori degli specialisti teologi, si tende a difendere, e a voler imporre, come verità anche concezioni che in realtà la teologia non considera tali, e che quindi ritiene opinabili, ma anche a accalorarsi per ritenute verità senza averle ben comprese. Quindi consiglierei di instaurare un clima di reciproca tolleranza, dando per scontato che si è alla ricerca e che su ogni cosa occorre riflettere con una certa libertà, salvo il correggersi a ragion veduta, dopo averci dialogato sopra anche alla luce degli orientamenti considerati più autorevoli. Relazioni improntate ad una consolidata amicizia aiutano in questo.  Bisogna cercare di non riproporre continuamente il clima bellicoso che caratterizzò le comunità cristiane delle origini, facili alla scomunica e all’anatema, nonostante la visione spesso angelicata che se ne dà nell’apologetica.

  Viviamo in un modo di oltre otto miliardi di persone che possono sopravvivere solo se si riesce ad organizzare una convivenza che viva il pluralismo come un valore, vale a dire come il contesto nel quale possono accadere quei cambiamenti sociali che risultino utili alla sopravvivenza, al modo stesso in cui agisce l’evoluzione naturale nelle specie biologiche. Non è immaginabile che una teologia dogmatica o qualsiasi dottrina sociale simile possa organizzare con successo un’umanità così estesa al modo di un formicaio.

 Così, al principio del lavoro di un gruppo sinodale, ma anche nel prosieguo, sarà molto importante accordarsi su procedure e principi liberali, dove con liberale  intendo quella convivenza in cui appunto si accetta il pluralismo e nondimeno si collabora, senza far esplodere la società in conflitti, mediante un dialogo ragionevole e rispettoso della dignità delle altre persone.

 Liberalismo: è stato una delle bestie nere dei clericali dal Settecento europeo, ma su di esso sono fondate le democrazie avanzate europee, come anche l’Unione europea.

  In alcune esperienze comunitarie religiose si è esortati a rinunciare alla propria libertà, dandosi all’obbedienza ad autorità sacrali o carismatiche. Gli ordini religiosi, in fondo, si basano su questo principio. In democrazia sono scelte che sono consentite, fin dove le siano consapevoli, libere e reversibili.  Nello spirito dell’accettazione pluralismo bisognerebbe accettarle, a patto che non le si voglia imporre  a tutte le persone indistintamente, come verità, nel senso politico che dicevo.  Per la mia indole personale, non mi darei mai a gruppi religiosi che praticassero la rinuncia alla libertà e la esigessero dai loro adepti. Gruppi simili vengono anche denominati nella sociologia delle religioni sette, quando esprimono dinamiche di manipolazione mentale anche mediante isolamento sociale e dipendenza emotiva.

  Un gruppo sinodale, per definizione, non può definirsi tale se presenta caratteristica di setta.

 In un gruppo sinodale partirei dalla sensibilità al contesto sociale in cui si vive e dall’esperienza che ciascuna persona che partecipa ne fa. Proverei a condividere quell’esperienza nel dialogo sinodale, per poi pensare come approfondirne la descrizione, anche per individuare le origini e le cause delle situazioni che si stanno vivendo.

 Penso a un gruppo sinodale come a una esperienza sociale di persone colte, il che non significa che debbano essere specialiste  un qualche disciplina scientifica, perché altrimenti si avrebbe un seminario o simili forme organizzative. Essere una persona colta  significa impegnarsi ad argomentare ordinatamente  e ragionevolmente, tenendo conto delle principali linee di pensiero contemporanee nella materia sulla quale si ragiona e dialoga e anche delle loro evoluzioni storiche, cercando di capire bene le argomentazioni altrui e di acquisire consapevolezza aggiornata del dibattito culturale nei propri tempi.  Oggi si hanno a disposizioni mezzi di informazione molto più estesi e rapidi che, ad esempio, ai tempi in cui iniziai i miei studi universitari, negli anni ’70. E’ un’occasione da sfruttare e questo a tutte le età, da giovani, da meno  giovani, e anche da persone anziane.

  Naturalmente le acquisizioni delle scienze umane sono maggiormente alla portata di una persona colta, perché si basano sul linguaggio discorsivo, e allora si tratta più che altro di approfondire il lessico  e poi non ci sono troppe difficoltà nel capire. Lo stesso è anche in alcuni campi delle scienze della natura, fin dove non si comincia a utilizzare il linguaggio matematico o altri tipi di sofisticati linguaggi simbolici, come quelli utilizzati in informatica o nelle scienze chimiche. In questi settori sono essenziali dei mediatori culturali costituiti dagli scritti divulgativi, che però ai tempi nostri abbondano e, con grande meraviglia di coloro che sottostimano la gente intorno, hanno un pubblico molto esteso e appassionato.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli