domenica 29 dicembre 2024

Principi organizzativi di un gruppo sinodale – 1 –

 

Principi organizzativi di un gruppo sinodale – 1 –

 

   Ad un gruppo sinodale è possibile che vogliano partecipare preti o religiose e religiosi, ma ciò non è indispensabile e il loro coinvolgimento deve avvenire sempre su basi paritarie, pena il fallimento dell’esperienza sinodale.

  Naturalmente si tratta di persone che, in genere, sono portatrici di particolare competenze nelle tematiche religiose, per gli studi che hanno fatto, ma non per questo deve essere loro riconosciuta una particolare autorità: in un gruppo sinodale deve valere la forza degli argomenti. Inoltre vi saranno persone che sono portatrici di altre competenze importanti, anche solo, ad esempio, per aver formato famiglie e allevato figli, esperienza che in genere è preclusa ai preti e, sempre, a religiose e religiosi. Il gruppo sinodale si fa per integrare tutte queste competenze, in modo da renderne partecipi le altre persone che vi partecipano.

  Naturalmente la teologia è un grosso scoglio per i più, anche se a volte si è avuta una certa familiarizzazione con quel complesso di discipline, che oggi si presenta come un gruppo di scienze specialistiche difficilmente padroneggiabile da una sola persona, anche di elevata cultura. Purtroppo la formazione teologica e anche il dibattito teologico risentono nella nostra Chiesa del suo marcato autoritarismo autocratico, un problema che, nel quadro di una riforma ecclesiale basata sulla sinodalità diffusa, si sta cercando di superare.

  I testi religiosi per i non addetti ai lavori hanno in genere impronta apologetica, vale a dire sono pura propaganda. I testi specialistici sono invece troppo complessi per essere affrontati dalla gente comune. Inoltre le teologie cristiane hanno prodotto nei secoli una vastissima letteratura e le opere più importanti non sono scritte in italiano. Infine, per approfondire è necessaria una competenza nelle lingue bibliche  e nel latino.

  E’ necessario tuttavia avere una certa familiarità con il lessico teologico e con le questioni rilevanti nel definire la fede. Di solito di questo si occupa quel ramo specialistico della teologia che è la teologia fondamentale, che si assume anche il compito  di rendere credibili  gli enunciati che costituiscono la professione di fede,  sintetizzati nelle formule del Credo, confrontandosi, argomentando criticamente,  con le obiezioni che vengono dalla cultura del tempo corrente. Comunque anche le opere di teologia fondamentale possono essere piuttosto impegnative. Ricordo, ad esempio, il Corso fondamentale sulla fede. Introduzione al cristianesimo  del grande teologo tedesco Karl Rahner, che era piuttosto diffuso tra le persone laiche ai tempi della mia gioventù, ma che, dato il gergo filosofico piuttosto oscuro  che vi era utilizzato legato al  lessico di Heidegger e di Husserl (gli studenti di Rahner se ne lamentavano), non era una lettura pratica.

  Può essere utile a quel fine servirsi del Catechismo della Chiesa Cattolica (non del Compendio), che è disponibile anche on line

https://www.vatican.va/archive/catechism_it/index_it.htm

con l’avvertenza di usarlo non tenendo conto della  forza normativa che gli si volle dare imponendolo anche alle teologhe e ai teologi cattolici, per essi costituendo una sorta di gabbia culturale, ma solo come strumento di conoscenza. E’ molto utile, perché, rivolgendosi anche alla teologia, presenta ordinatamente e in modo completo ma sintetico gli elementi che il magistero ritiene fondamentali per la consapevolezza della fede. Nello stesso tempo è accessibile anche a una persona colta che non sia una specialista. Approfondimenti possono poi essere tentati mediante le risorse sul WEB che siano ritenute affidabili.

 Ho trovato molto utile le enciclopedie on line dell’Istituto dell’Enciclopedia Treccani

https://www.treccani.it/enciclopedia/elenco-opere/

Ci si può servire dei contenuti disponibili sul portale Scrutatio

https://www.scrutatio.it/

 Sul portale https://www.bibbiaedu.it/ della CEI sono disponibili varie edizioni della Bibbia, anche in greco, ebraico e latino.

  L’attività di un gruppo sinodale non dovrebbe sovrapporsi a quella di un gruppo di formazione catechistica, nel quale il ruolo del catechista è necessariamente di guida ed è quindi connotato da una componente autoritaria. La formazione almeno di primo livello deve darsi per presupposta. E’ il risultato che dovrebbe conseguirsi con il percorso formativo per la preparazione alla Cresima. Se sono trascorsi molti anni da allora, può essere necessario dargli una rinfrescata, ma in sede diversa dal gruppo sinodale.

 Ancora ai tempi del mio catechismo per Prima Comunione e Cresima, la formazione che veniva impartita era di tipo teistico, in linea con quella che ancora era prevalente nelle scuole di teologia. Si sviluppava  razionalmente a partire dal concetto di Dio e, in questo quadro, venivano collocati Gesù e la cristologia. La teologia universitaria si sviluppava in trattati corrispondenti a sistemazioni concettuali risalenti alla Scolastica medievale. Dagli anni ’50 si è accentuata la dimensione cristologica, anche con maggiore attenzione alle fonti bibliche e alle tradizioni delle origini, in questo quadro accentuando l’attenzione all’esperienza umana concreta. Da qui, poi, la grande stagione del rinnovamento della catechesi, apertasi in Italia nel 1970 con il  Documento di base “Il rinnovamento della catechesi”  del 2-2-70

https://www.educat.it/documenti/download/Il%20Rinnovamento%20della%20Catechesi_sito.pdf

 I nuovi metodi catechistici, concentrati sulla motivazione alla fede e sulla vita nuova nella fede, non forniscono però, in genere, una visione d’insieme dei fondamenti teologici della fede, per cui si è creata una certa incomunicabilità tra gli specialisti teologici, i quali invece ne sono consapevoli, e l’altra gente.

  Di solito nei gruppi ecclesiali si cerca di superare quel gap con la mediazione di preti e di religiose e religiosi, che hanno avuto una specifica formazione teologica. Ma in un gruppo sinodale, che per funzionare richiede una dignità paritaria tra le persone che vi partecipano, occorrerebbe migliorare la comune consapevolezza delle questioni teologiche. Spesso, invece, anche nelle persone adulte si nota che la formazione non è andata oltre quella ricevuta nell’infanzia.

  L’avvertenza da tenere sempre presente è che, acquisita una certa familiarizzazione con il lessico teologico non bisogna presumersi teologi, perché la teologia, nelle sue varie branche, è dal Medioevo un complesso di scienze in senso proprio. Questo però limita la creatività solo in quel campo, non in quello della religiosità e dell’azione sociale ispirata dal vangelo. Anzi, per certi versi, la teologia potrebbe rivelarsi controproducente, addirittura per la propria fede personale. E’ per questo che, ad esempio, Giuseppe Dossetti non consigliava a tutte le persone l’approfondimento teologico, che quando avviene deve seguire i principi e i metodi delle relative comunità scientifiche o non ha valore. E ciò con cui ci si deve necessariamente confrontare, legato anche ad ere di sconcertante violenza pubblica delle cristianità assecondata e addirittura promossa dalle gerarchie ecclesiastiche, potrebbe demotivare alla fede.

  Come spesso osservo, le teologie arrivano sempre dopo  che si sono prodotti dei cambiamenti o se ne è sentita l’esigenza. Forniscono le parole per descriverli o progettarli. Prima vi è la vita sociale, la società, in particolare quella delle persone di fede.

  Quanto alla dottrina normativa, quella che in base alla legislazione ecclesiastica corrente consente giuridicamente di essere riconosciuti come appartenenti alla Chiesa, essa va data per presupposta, per approfondirne origini, contenuti e linee di sviluppo. In quanto diritto  essa è strettamente legata ai mutamenti sociali. Ogni enunciato normativo ha avuto un’origine storica e non esiste norma senza ordinamento sociale: ogni ordinamento sociale inizia, evolve e finisce, come la vita biologica degli umani. L’idea che esistano norme immutate e immutabili è irrealistica e lo dimostra la storia della nostra stessa Chiesa.

  Non credo che un gruppo sinodale, a meno che non sia composto da specialisti, possa e debba proporsi obiettivi di riforma dottrinale, mentre possono certamente sperimentarsi forme di ecclesialità più partecipative di quelle attuali, alla luce delle quali poi gli specialisti possano ragionare sull’evoluzione delle tradizioni.

  Nel lavoro di un gruppo sinodale non metterei dunque in primo piano questioni di dottrina. L’esperienza maturata nella fase di attuazione dei principi del Concilio Vaticano 2°, invecchiati senza aver mai potuto veramente nemmeno scalfire l’ordinamento assolutistico della nostra Chiesa, consiglia di non partire da lì, ma dalla vita sociale concreta, diciamo da quell’ambito che in gergo ecclesiastico viene definito pastorale, per dire che si occupa appunto della vita concreta nella fede e non della concettuologia. Tenere conto del contesto  è l’apporto principale che il lavoro di un gruppo sinodale può dare nella vita ecclesiale, con spirito che si può definire laico nella misura in cui il principio di autorità viene messo in secondo piano rispetto all’esigenza di capire realisticamente il mondo in cui si vive e i suoi riflessi sulla vita di fede.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli