venerdì 27 dicembre 2024

Felicità e integrazione

 

Felicità  e integrazione

 

 Ho scritto ieri che la religione mi pare abbia meno presa sulle età centrali della vita, quelle di quando non s’è più bambini e neanche si è ancora vecchi, perché è diventata inutile come veicolo di integrazione sociale.

  Sento dire dal clero che noi persone cristiane saremmo minoranza  nella società italiana, ma non sono tanto d’accordo, perché quella nostra è ancora una società molto cristianizzata, e questo a prescindere dalla effettiva pratica  del culto, diciamo l’andare a messa la domenica.

  Mi si può obiettare che la gente fa in massa ciò che nella religione è considerato male. Rispondo che è sempre  stato così. Su questo si potrebbe aprire una riflessione comunitaria prendendo in esame i fatti storici narrati da fondi affidabili.

  Osservo anche che, ai tempi della mia gioventù, negli scorsi anni ’70, le posizioni anticlericali e antireligiose apertamente espresse erano molto di più di oggi, quando anche coloro che si definiscono (sottovoce e quasi come scusandosi) di essere non credenti mostrano apprezzamento per i cristianesimi e i loro esponenti, i Papi innanzi tutto. Difficile trovare chi si proclama orgogliosamente ateo e anche chi lo fa trova difficile essere preso sul serio. Di solito gli si obietta che, in realtà, non lo è veramente.

  L’etica cristiana è ancora un importante punto di riferimento. E’ per questo che tanti genitori, anche quelli che hanno perso un po’ dimestichezza con la religione praticata, ci portano i loro figli per quell’inquadramento etico che rimarrà fondamentale per tutta la loro successiva vita. Questo è un importante indicatore che ancora la fede cristiana è per loro importante, altrimenti non ci affiderebbero vite che per loro sono ciò che è di più importante. Spesso però tra gli addetti ai lavori non se ne  è consapevoli.

  Gli altri punti di riferimento etico riscuotono meno credito. Ai tempi della mia giovinezza era diverso: esistevano altri forti agenzie etiche, ad esempio costituite da alcuni partiti politici, che ora non ci sono più.

  Negli anni ’70 si prendeva con una certa sufficienza l’interpretazione storica del mondo data dal clero, ora è molto diverso: ogni gesto e prese di posizione del Papa trovano ampia eco sui mass media, e in genere positiva.

  Da cittadini si tiene conto molto più di un tempo del pensiero sociale espresso dalle religione, in particolare da quelle cristiane, in Italia.

  Tuttavia questo accade nella coscienza personale senza che poi si decida di trarne le conseguenze che la gerarchia cattolica vorrebbe inculcare, vale a dire di seguire  quei precetti etici in ogni campo e in ogni aspetto. Questo perché appartengono ad un ordine di idee obsoleto e insostenibile, controproducente per l’integrazione  in una democrazia repubblicana evoluta come quella italiana, per altro potentemente inculturata dal pensiero sociale cattolico.

  Si vuole aver parte in ciò che ci riguarda e non si accetta più di sottomettersi alla umiliante pratica di fare solo ciò che è stato deciso da un gerarca ecclesiastico. Questa pretesa di partecipazione viene aspramente criticata dalla gerarchia ecclesiastica che accusa chi la pensa così di volersi costruire arbitrariamente una propria religiosità come quando al ristorante si sceglie su un menu. In realtà s’è sempre  fatto così, mai s’è accettato di obbedire  in tutto ciò che veniva ordinato, ed per questo che le Chiese cristiane sono molto cambiate nei due millenni delle loro storie, ed è per questo che fin dalle origini  sono state caratterizzate da aspri conflitti, la cui eco emerge fin dagli scritti neotestamentari.  Oggi però questo conflittualità, che c’è e anche accesa, non sfocia più nelle inconcepibili (per la nostra mentalità) violenze del passato.

  Una persona che è cittadina di una repubblica democratica deve  assumersi la responsabilità di sindacare ogni ordine dell’autorità, questa è la base del metodo democratico ed è appunto in ciò che consiste la laicità dell’etica pubblica democratica. Certe pretese dell’etica religiosa patrocinata dalla gerarchia fanno male alla gente, come è sempre accaduto in passato, anche se oggi, a differenza del passato, si cerca, dal punto di vista pastorale, di lenire certe asprezze della teologia morale  conseguente alla dogmatica proclamata ai tempi nostri.

 La dogmatica teologica procede sviluppando razionalmente asserti  che pretende sottratti ad ogni discussione e da accettare perché così vengono proposti dall’autorità.

  Si è arrivati ad un certo accomodamento, per il quale i gerarchi fingono di credere che la gente si sottometta alle loro leggi e la gente fa mostra di sottomettersi senza però farlo veramente. A prezzo di una certa ipocrisia si va avanti. Ma questo ostacola una effettiva partecipazione, che farebbe emergere la situazione reale: questo il problema di realizzare in concreto la sinodalità secondo la concezione proposta da papa Francesco.

  La società democratica è impostata secondo principi parzialmente diversi, che tengono conto anche del molto male che dalle religioni è scaturito. Non è più ammessa l’emarginazione sociale per motivi religiosi e le istituzioni pubbliche sono laiche, vale a dire che non vengono impostate secondo l’etica ecclesiastica e, in generale religiosa, ma secondo il sentire comune espresso liberamente nella politica nazionale e nel rispetto dei diritti fondamentali della persona, innanzi tutto quello di poter aver voce nelle questioni che la riguardano.

  Quindi per integrarsi nella nostra democrazia repubblicana si deve necessariamente, in alcune cose, anche molto importanti, accettare che la propria fede religiosa venga messa in discussione. Insomma, non esistono né possono esistere valori non negoziabili. La negoziazione sui valori è l’anima della democrazia repubblicana, sia riguardo ai valori religiosi che a tutti gli altri.

 Così oggi spesso la fede è usata più che altro come medicina dell’anima, per conseguire un certo benessere spirituale. Di solito la persona di fede vive una certa separazione tra il proprio profilo pubblico e quello religioso.

 Questo non è l’ideale per quel lavoro molto importante che è quello di improntare ai valori evangelici la società intorno, cose che ha caratterizzato i cristianesimi a partire dal Terzo  secolo della nostra era. Essi sono progressivamente diventati un potente fattore di integrazione sociale, improntando i miti e il diritto delle società politiche europee e poi, via via, per la via della colonizzazione europea, in genere condotta con metodi di estrema violenza, molta parte delle popolazioni del resto del mondo.

  La nostra Costituzione repubblicana e i Trattati su cui si fonda l’Unione Europea, come anche la sua Carta dei diritti fondamentali, ne sono il risultato. A differenza che nel passato, però, questi gioielli di costruzione politica sono il frutto del metodo repubblicano, quindi della pacifica collaborazione anche con forze di diverso orientamento ideologico. I valori evangelici che sono stati accolti, ad esempio quello della pace tra i popoli frutto del più recente pensiero sociale cristiano, lo sono stati per condivisione democratica.

  L’integrazione sociale è molto importante per la felicità delle persone e per essere efficace deve svolgersi a diversi livelli, ma coordinati e non  conflittuali, da quello delle comunità di prossimità a quelli dei livelli superiori, fini ad arrivare alle comunità politiche di ordine generale. Un difetto di integrazione sociale di una persona la condanna all’infelicità e si può essere felici anche quando si possiede di meno: è un fatto che ogni persona può sperimentare.

  Per ragioni storiche, l’integrazione sociale da noi è divenuta meno efficace, così ci si sente soli, paradossalmente in ambienti molto popolati e con la disponibilità di mezzi di comunicazione molto più potente di un tempo.

  In passato politica e religione integravano le persone secondo principi comuni e il buon cristiano  era anche un buon suddito  dei regni cristianizzati: ciò faceva della religione anche un fattore di rispettabilità sociale.

  Dal fine Settecento la situazione è progressivamente cambiata, in un processo che è interessante conoscere.

  In ogni cosa c’è una certa tensione, incomponibile, tra ciò che la gerarchia pretende dalla persona di fede, i doveri di cittadinanza, le libertà che ci si vorrebbe consentire per essere felici e le idee che si hanno su come dovrebbe essere organizzata la società.

  Cercare vie per integrare tutto ciò in una organizzazione in cui non si  sia schiacciati da dispotismi e, cui, nondimeno si raggiunga una certa condivisione intorno a certi valori fondamentali che sottraggano la vita della gente all’arbitrio dei più forti, in qualunque posto nella stratificazione sociale si capiti, è argomento del pensiero sociale cristiano, nei quali soprattutto le persone che sono libere da particolari vincoli gerarchici legati al ministero ecclesiastico svolto dovrebbero impratichirsi.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.