martedì 23 luglio 2024

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea – 14 Il nuovo mito comunitario succeduto ai vecchi miti bellicisti

 

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea – 14

Il nuovo mito comunitario succeduto ai vecchi miti bellicisti

 

   La mitologia comunitaria che sorregge nelle popolazioni il processo di integrazione nell’Unione Europea trova origine nel cristianesimo sociale sviluppatosi tra Francia, Germania e Italia dopo la Prima guerra mondiale (1914-1918). E’ facile dimostrarlo: nessun altro movimento culturale europeo predicava qualcosa di simile.

  Non risale invece alle organizzazioni delle Chiese cristiane, tantomeno di quella cattolica. Esse, anzi, avevano profondamente integrato le loro dottrine con le mitologie nazionaliste europee e, in occasione, delle cicliche guerre europee, pregavano per i rispettivi eserciti.

  Quelle correnti politiche comunitarie derivano in gran parte dall’attivismo di persone non integrate nelle reti dei capi ecclesiastici. Ebbero spazio quando, al termine della Seconda guerra mondiale ci si trovò di fronte ad una situazione totalmente nuova, con l’Europa orientale in cui piuttosto rapidamente prevalsero, appoggiati da una delle potenze vincitrici, l’Unione Sovietica, regimi comunisti di impronta staliniana e, per gli accordi presi a Jalta in Crimea nel febbraio 1945 tra statunitensi, britannici e sovietici, non si poteva contrastarli entrando in guerra contro di loro e i sovietici. Spagna e Portogallo erano dominati da regimi fascisti, rimasti neutrali durante la guerra. In Francia, Gran Bretagna, Germania, Italiana si affermarono movimenti politici popolari, che, in misura maggiore o  minore, cercarono di proseguire le politiche di intervento sociale che erano state organizzate durante la guerra per soccorrere le popolazioni. In questo quadro furono protagoniste le forze cristiano democratiche, in particolare in Germania e Italia. In quest’ultima avevano partecipato alle imponenti dinamiche della guerra di Resistenza, che videro impegnati corpi d’armata dei ribelli (come prevalentemente si chiamavano tra loro quelli che poi si prese  a individuare come partigiani).

 Negli anni ’30 si era affermato tra quelle forze cristiano-democratiche il personalismo comunitario, che aveva trovato il maggior teorico nel francese Emmanuel Mounier (1905-1950).

  Così mi ha sintetizzato, veramente molto bene, il personalismo comunitario di Mounier il sistema di intelligenza artificiale Chatgpt di OpenAi (al quale mi sono abbonato):

Il "personalismo comunitario" di Emmanuel Mounier è una filosofia che pone l'accento sul valore intrinseco della persona umana e sulla necessità di costruire una società basata sulla comunità e sulla solidarietà. Mounier, un filosofo francese del XX secolo, sviluppò questa teoria in risposta alle crisi sociali e politiche del suo tempo, cercando di offrire un'alternativa sia al collettivismo totalitario sia all'individualismo liberale.

### Fondamenti del Personalismo

1. **Centralità della Persona**: Al cuore del personalismo comunitario c'è l'idea che la persona umana abbia un valore unico e irriducibile. La persona non è un semplice individuo isolato, ma un essere con dignità intrinseca, creatività e capacità di relazione.

2. **Relazionalità**: La persona si realizza attraverso le relazioni con gli altri. La vera essenza dell'individuo non può essere compresa al di fuori del contesto delle sue interazioni sociali e comunitarie. La comunità non è un aggregato di individui, ma un tessuto vivente di relazioni.

### Critica all'Individualismo e al Collettivismo

1. **Critica all'Individualismo**: Mounier critica l'individualismo liberale per la sua visione atomistica della società, dove gli individui sono considerati separati e autosufficienti. Questo porta, secondo lui, all'isolamento e alla perdita di senso di appartenenza e solidarietà.

2. **Critica al Collettivismo**: Allo stesso tempo, Mounier rifiuta il collettivismo totalitario che annulla la persona e la riduce a un ingranaggio della macchina sociale. Egli ritiene che questo approccio neghi la dignità e l'autonomia della persona.

### La Comunità come Contesto di Realizzazione

Il personalismo comunitario propone una visione della società in cui le persone si realizzano pienamente solo attraverso la partecipazione attiva e solidale nella comunità. La comunità diventa il luogo dove le persone si incontrano, condividono esperienze e crescono insieme.

### Principi del Personalismo Comunitario

1. **Dignità della Persona**: Ogni persona deve essere rispettata e valorizzata per la sua intrinseca dignità, al di là della sua utilità economica o sociale.

2. **Interdipendenza**: Le persone sono interdipendenti; la loro realizzazione personale è legata al benessere e alla realizzazione degli altri.

3. **Solidarietà**: La solidarietà è un principio centrale, che implica l'impegno attivo per il bene comune e il sostegno reciproco tra le persone.

. **Sussidiarietà**: Le decisioni devono essere prese al livello più vicino possibile alle persone interessate, promuovendo la partecipazione e l'autonomia locale.

### Applicazioni Pratiche

Mounier vede il personalismo comunitario non solo come una filosofia teorica, ma come una guida per l'azione pratica. Egli sostiene la necessità di riforme sociali, economiche e politiche che promuovano la giustizia, l'uguaglianza e la partecipazione democratica. Questo implica la creazione di istituzioni che rispettino e valorizzino la persona, promuovano la solidarietà e consentano la partecipazione attiva di tutti i membri della comunità.

### Conclusione

Il personalismo comunitario di Emmanuel Mounier offre una visione equilibrata della società, che cerca di conciliare la dignità e l'autonomia della persona con l'importanza delle relazioni comunitarie. Propone una società basata sulla solidarietà, l'interdipendenza e la partecipazione, opponendosi sia all'individualismo estremo sia al collettivismo oppressivo.

 E’ facile cogliere all’evidenza le assonanze con i principi organizzativi dell’Unione Europea contemporanea.

  Tuttavia, nel secondo dopoguerra (il periodo storico dal maggio 1945), i miti bellicisti che avevano guidato i popoli in guerra erano ancora fortissimi nella gente, e lo erano anche verso la fine degli anni ’60, quando, ancora bambino, cominciai ad avere consapevolezza delle cose sociali.

  Ricordo benissimo che, alla fine della Quinta elementare, nel giugno 1967, scoppiò in Palestina la guerra detta dei Sei giorni. Il maestro ce ne parlò e ci disse che sicuramente  anche noi saremmo stati chiamati a combattere una guerra, perché quello era il destino di tutti gli uomini, e una parte di noi sarebbe morta. Del resto la morte in guerra non ci faceva impressione, perché i film che davano in Tv la rappresentavano spesso e nei nostri giochi la inscenavamo. Anzi facevamo  gara a inscenare le morti in battaglia più spettacolari.  A casa chiesi della cosa alla mia nonna materna (sapevo che mia madre pensava ad altre prospettive, come anche mio padre, entrambi cattolico-democratici) e lei mi confermò le parole del maestro.

  Negli anni Settanta e Ottanta si fu molto più violenti di oggi. In Italia fu il tempo di tremende stragi, con bombe che scoppiarono sui treni e nelle piazze. Anche a scuola ci si picchiava. E poi anche nelle manifestazioni di piazza. Tra comunisti e neofascisti era piuttosto diffusa la mitologia guerriera.

  C’erano ancora le frontiere tra gli stati che ora sono stati integrati nell’Unione Europea e permanevano forti tensioni, ad esempio tra Italia e Austria, per la popolazione di lingua e cultura austriaca che era finita in dominio italiano dopo la Prima guerra mondiale,  e Italia e Federazione Iugoslava, per le popolazioni italiane che dopo la Seconda guerra mondiale erano finite in dominio iugoslavo, e di un governo comunista autoritario, sebbene con istituzioni organizzate diversamente dai regimi stalinisti. Al primo problema  i democristiani Karl Gruber (austriaco) e Alcide De Gasperi cercarono di porre rimedio nel 1946 con accordi conclusi a Parigi, ma la situazione rimase a lungo difficile. Per la soluzione del secondo si dovette arrivare addirittura  al 1975, con il Trattato di Osimo, sottoscritto dal ministro degli esteri jugoslavo Milos Minic e il ministro degli esteri italiano, il democristiano Mariano Rumor.

  Perché le rispettive mitologie belliciste cominciassero a decadere si dovette arrivare agli anni ’90, con l’istituzione nel 1993, con il Trattato di Maastricht, dell’Unione Europea e ella cittadinanza Europea, e con l’abolizione delle frontiere interne tra gli stati membri nel 1995. E infine con la circolazione dal 2002, in banconote e monete metalliche della nuova moneta unica europea, l’Euro, in precedenza utilizata solo come unità di conto.

  E’ a questo punto che, anche con imponenti processi migratori interni, iniziò a crearsi nella gente una mentalità europea, per cui vennero a perdere forza le vecchie mitologie di odio bellico che erano state profondamente inculcate.

  Soprattutto fu fondamentale il programma di studi in altri stati detto Erasmus, promosso dall’Unione Europea, che condusse masse di giovani a studiare in altri Paesi e anche i docenti a insegnare in Paesi diversi.

  Così le mitologie nazionaliste che avevano spinto la gente in armi a massacrare altri popoli oggi sono ridotte veramente a poca cosa. Ed è stupefacente pensando a quanto fossero radicate. Consideriamo, ad esempio, il nazionalismo italiano che spinse moltitudini di uomini a partire gioiosamente per il massacro orrendo della Prima guerra mondiale, contro tedeschi e austriaci e i loro alleati,  pensandola come un completamento del Risorgimento, anch’esso fatto in gran parte di efferati massacri. O la massa entusiasticamente plaudente che, a Roma, a Piazza Venezia, accolse, il 10 giugno 1940, l’annuncio del presidente del Consiglio del ministri, il fascista Benito Mussolini, in carica ininterrottamente dal 1922, dell’entrata in guerra dell’Italia contro Francia e Inghilterra.

  Ai nostri giorni si pensa ad una guerra contro la Federazione Russa, ma a ben pochi passa per la mente di entrare in guerra, ad esempio, con l’Austria, o con la Francia, nostri storici avversari bellici. Sembrerebbe bizzarro, non credete?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli