giovedì 28 marzo 2024

Giovedì Santo

 

 Giovedì Santo


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Dalla voce Settimana Santa dell’Enciclopedia italiana Treccani on line

https://www.treccani.it/enciclopedia/settimana-santa_(Enciclopedia-Italiana)/# di Nicola Turchi]

Giovedì santo. - In origine era l'unica grande celebrazione liturgica di tutta la settimana santa, nella quale si volevano commemorare tre cose: l'istituzione dell'Eucaristia (in caena Domini); la benedizione degli olî santi; e la riconciliazione dei penitenti in vista della Pasqua imminente (ora decaduta). La stazione era (ed è) a San Giovanni in Laterano.

La liturgia commemorativa dell'istituzione dell'Eucaristia, si celebrava un tempo di sera per maggiore aderenza al racconto evangelico dell'ultima cena [ nota mia: la voce dell’Enciclopedia risale al 1936; ora è ripreso l’uso di celebrarla la sera]. Ora si celebra al mattino, in paramenti bianchi (in Germania un tempo erano verdi, donde il nome di Gründonnerstag, "giovedì verde", alla giornata), con canto del Gloria e suono di campane che poi taceranno fino al sabato santo; si consacrano due ostie, una delle quali, che deve servire per il giorno seguente in cui non si consacra, finita la messa, viene solennemente portata in processione e deposta entro un ciborio appositamente preparato sopra un altare, che è riccamente ornato di lumi, piante e fiori, ed è visitato nelle varie chiese da grande affluenza di popolo devoto. Questo altare è popolarmente chiamato Il (santoSepolcro, ma inesattamente, perché non è destinato affatto a commemorare la morte e sepoltura di Gesù Cristo, bensì a glorificare l'istituzione della Eucaristia.

Deposto il Santissimo Sacramento nell'apposito altare, segue la lavanda dei piedi (mandatum) a dodici chierici o a dodici poveri, a somiglianza di quanto fece Gesù secondo il racconto del Vangelo di Giovanni, la cui lettura precede la cerimonia. Un tempo il papa compieva questa cerimonia, di ritorno dal Laterano, della chiesa papale di San Lorenzo (Sancta Sanctorum), lavando i piedi a 12 suddiaconi, mentre nella basilica si recitavano i vespri.

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Io ho ricevuto dal Signore quel che a mia volta vi ho trasmesso: nella notte in cui fu tradito, il Signore Gesù prese il pane, fece la preghiera di ringraziamento, spezzò il pane e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi. Fate questo in memoria di me». Poi, dopo aver cenato, fece lo stesso col calice. Lo prese e disse: «Questo calice è la nuova alleanza che Dio stabilisce per mezzo del mio sangue. Tutte le volte che ne berrete, fate questo in memoria di me».

 Infatti, ogni volta che mangiate di questo pane e bevete da questo calice, voi annunziate la morte del Signore, fino a quando egli ritornerà.

[Dalla Prima lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso, capitolo 11, versetti da 22 a 26 – 1 Cor 11, 22-26 – versione in italiano TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  Questo che ho sopra trascritto si ritiene essere il più antico testo del Nuovo Testamento nel quale si racconta di un rito molto importante la cui istituzione le comunità cristiane della metà del Primo secolo, che lo praticavano nelle case private dove si riunivano,  riconducevano direttamente al Maestro. Si ritiene risalga  agli anni 50 del Primo secolo, una ventina d’anni dopo la morte del Maestro. Il rito corrisponde alla seconda parte della nostra messa.

  Nelle narrazioni della Passione dei Vangeli detti sinottici (perché molto simili nella struttura, tanto da poter essere letti insieme accostandone il testo, così da aver un sol colpo d’occhio; si ritiene che risalgano agli anni 80 del Primo secolo, quindi circa cinquant’anni dalla morte del Maestro), viene collocato nel corso della cena rituale di Pasqua, secondo l’uso giudaico, che il Maestro celebrò con i Dodici apostoli. Nel Vangelo secondo Giovanni (che si ritiene risalga agli anni 90 del Primo secolo, sessant’anni circa dalla morte del Maestro)  la si anticipa di un giorno e non sarebbe stata una cena rituale pasquale.

  Poco prima di quella cena si narra di un altro rito, del quale si fa memoria nella  messa del Giovedì Santo, la lavanda dei piedi.

 

 Era ormai vicina la festa ebraica della Pasqua. Gesù sapeva che era venuto per lui il momento di lasciare questo mondo e tornare al Padre. Egli aveva sempre amato i suoi discepoli che erano nel mondo, e li amò sino alla fine.

  All’ora della cena, il diavolo aveva già convinto Giuda (il figlio di Simone Iscariota) a tradire Gesù. Gesù sapeva di aver avuto dal Padre ogni potere; sapeva pure che era venuto da Dio e che a Dio ritornava. Allora si alzò da tavola, si tolse la veste e si legò un asciugamano intorno ai fianchi, versò l’acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli. Poi li asciugava con il panno che aveva intorno ai fianchi.

Quando arrivò il suo turno, Simon Pietro gli disse:

— Signore, tu vuoi lavare i piedi a me?

Gesù rispose:

— Ora tu non capisci quello che io faccio; lo capirai dopo.

Pietro replicò:

— No, tu non mi laverai mai i piedi!

Gesù ribatté:

— Se io non ti lavo, tu non sarai veramente unito a me.

Simon Pietro gli disse:

— Signore, non lavarmi soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo.

Gesù rispose:

— Chi è già lavato non ha bisogno di lavarsi altro che i piedi. È completamente puro. Anche voi siete puri, ma non tutti.

Infatti, sapeva già chi lo avrebbe tradito. Per questo disse: «Non tutti siete puri».

Gesù terminò di lavare i piedi ai discepoli, riprese la sua veste e si mise di nuovo a tavola. Poi disse: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. Dunque, se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Io vi ho dato un esempio perché facciate come io ho fatto a voi. 

[dal Vangelo secondo Giovanni, capitolo 13, versetti da 1 a 15 – Gv 13, 1-15. Versione in italiano TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente.

 

 Questo è il brano evangelico che si proclama nella messa di oggi. L’episodio non c’è negli altri Vangeli.

 Quale ne è il senso?    

  Su ogni versetto biblico si è fatta grande cultura, si è ragionato e si è scritto moltissimo. Spesso questo sfugge a chi accosta le cose della fede in modo un po’ superficiale considerandole un po’ come favolette per incolti.

  Nemmeno i più sapienti sono in grado di dominare la materia, ci si aiuta l’un l’altro in questo.

  Riferisco di seguito una prospettiva interpretativa che mi ha colpito in ciò che ne ho letto.

  Nel brano biblico l’azione di lavare i piedi alle altre persone al modo di chi serve è presentato come un esempio da imitare. E anche come una forma di fare agàpe. Viene introdotta infati dal versetto 1 del capitolo 13 in cui si legge:

 

Egli aveva sempre amato i suoi discepoli che erano nel mondo, e li amò sino alla fine.

 

Nel greco antico:

 

ἀγαπήσας τοὺς ἰδίους τοὺς ἐν τῷ κόσμῳ εἰς τέλος ἠγάπησεν αὐτούς

 

che si legge:

 

agapèsas tus idìus tus en to kòsmos èis tèlos egàpesen autàs

 

letteralmente:

 

avendo fatto agape con  i propri nel mondo, fino alla fine fece agape con loro

 

 Agàpe, che in genere viene tradotto in lingua italiana dai testi biblici neotestamentari, scritti in greco antico,  come amore, non indica un sentimento, ma un’azione inclusiva e benefica, solidale e misericordiosa. Poco dopo il brano della lavanda dei piedi, ai versetti 34 e 35 del  medesimo capitolo 13, c’è quello del comandamento nuovo, che è appunto quello di fare agàpe:

           

«[…]Io vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Amatevi come io vi ho amato! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri.

 

Nel greco antico neotestamentario:

 

ἐντολὴν καινὴν δίδωμι ὑμῖν ἵνα ἀγαπᾶτε ἀλλήλους, καθὼς ἠγάπησα ὑμᾶς ἵνα καὶ ὑμεῖς ἀγαπᾶτε ἀλλήλους. ἐν τούτῳ γνώσονται πάντες ὅτι ἐμοὶ μαθηταί ἐστε, ἐὰν ἀγάπην ἔχητε ἐν ἀλλήλοις                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

 

che si legge:

 

entolèn kainén dìdomi umìn ina agapàte allèlus, katòs egàpesa umàs ìna kài umèis agapàte allèlus. En tùto gnòsontai pàntes òti emòi matetài èste, eàn agàpen èxete en allèlois

 

letteralmente:

 

un comandamento nuovo do a voi perché facciate agàpe gli uni verso gli altri, come io ho fatto agape con voi così anche voi fate agàpe gli uni verso gli altri. Da questo vi sapranno tutti [che] miei discepoli siete, se agàpe avete gli uni verso gli altri.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.