venerdì 29 marzo 2024

Venerdì Santo

 

Venerdì Santo

 

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Dalla voce Settimana Santa dell’Enciclopedia italiana Treccani on line

https://www.treccani.it/enciclopedia/settimana-santa_(Enciclopedia-Italiana)/# di Nicola Turchi]

Venerdì santo. - Giornata aliturgica, con stazione a Santa Croce in Gerusalemme, dove il popolo si recava dopo essersi radunato al Laterano. Attualmente consta di tre elementi:

1. una sinassi o riunione, in cui si leggono profezie dell'Antico Testamento, poi la Passione secondo Giovanni, e infine si recita la grande litania, in cui il celebrante invita a pregare per la Chiesa, per il papa, per i vescovi e il clero, per l'imperatore, per i catecumeni, per la purgazione del mondo da mali e da errori, per gli eretici e scismatici, per gli Ebrei, e infine per i pagani. Questa litania, che non ha nulla che specificamente si riferisca al venerdì santo, può considerarsi come il tipo della preghiera offertoriale che doveva aver luogo in ogni liturgia dopo la lettura del Vangelo. Questa prima parte nella più antica liturgia romana doveva essere unica;

2. l'adorazione della croce. Questa cerimonia ha la sua origine in Gerusalemme e fu introdotta in Roma da papa Sergio I. Aveva luogo nel pomeriggio, ed era presieduta dal pontefice che usciva dal Laterano a piedi scalzi, dietro la S. Croce che egli incensava lungo tutto il percorso, dirigendosi alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Oggi quest'adorazione segue in ogni chiesa il canto del passio, ed è fatta dal clero che a piedi scalzi muove verso un crocifisso posto nel mezzo del presbiterio;

3. la messa dei "presantificati" ossia la consumazione dell'Ostia "preconsecrata", cioè consacrata nel giorno precedente (v. Giovedì santo). Terminata l'adorazione, si procede verso l'altare del "Sepolcro" donde viene tratta la sacra Ostia che e solennemente portata verso l'altare al canto del Vexilla Regis prodeunt di Venanzio Fortunato, mostrata al popolo e consumata dal sacerdote sull'altare; questo poi viene subito spogliato della sua tovaglia.

 

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 Io penso che le sofferenze del tempo presente non siano assolutamente paragonabili alla gloria che Dio manifesterà verso di noi. Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli.  Il creato è stato condannato a non aver senso, non perché l’abbia voluto, ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Vi è però una speranza:  anch’esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Noi sappiamo che fino a ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce. E non soltanto il creato, ma anche noi, che già abbiamo le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perché aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che siamo suoi figli. Perché è vero che siamo salvati, ma soltanto nella speranza. E se quel che si spera si vede, non c’è più una speranza, dal momento che nessuno spera ciò che già vede. Se invece speriamo quel che non vediamo ancora, lo aspettiamo con pazienza.

  Allo stesso modo, anche lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza, perché noi non sappiamo neppure come dobbiamo pregare, mentre lo Spirito stesso prega Dio per noi con sospiri che non si possono spiegare a parole. Dio, che conosce i nostri cuori, conosce anche le intenzioni dello Spirito che prega per i credenti come Dio desidera.

  Noi siamo sicuri di questo: Dio fa tendere ogni cosa al bene di quelli che lo amano, perché li ha chiamati in base al suo progetto di salvezza.  Da sempre li ha conosciuti e amati, e da sempre li ha destinati a essere simili al Figlio suo, così che il Figlio sia il primogenito fra molti fratelli. Ora, Dio che da sempre aveva preso per loro questa decisione, li ha anche chiamati, li ha accolti come suoi, e li ha fatti partecipare alla sua gloria.

[Dalla Lettera ai Romani di Paolo di Tarso, capitolo 8, versetti da 18 a 30 – Rm 8, 18-30, versione in italiano TILC Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  Si pensa che il testo che ho sopra trascritto sia stato composto a Corinto verso la metà degli anni 50 del Primo secolo. Precede quindi di vari decenni la composizione del testo dei Vangeli, e in particolare del Vangelo secondo Giovanni, dal quale è tratta una lunga lettura che sarà proclamata stasera nella nostra parrocchia durante la Celebrazione della Passione del Signore.

 Contiene una visione grandiosa che parla di un universo tutto in attesa, e noi in esso, e della nostra speranza.

  La Lettera ai Romani  risale ad un epoca precedente la rottura dei seguaci del Maestro con l’antico giudaismo, vale a dire il sistema sociale, politico e religioso centrato sulle istituzioni di vertice che ruotavano intorno al Tempio di Gerusalemme, in Giudea. A quell’epoca i seguaci del Maestro frequentavano ancora le sinagoghe, dove ci si radunava per insegnare e imparare la Legge divina, per la preghiera comune per i riti organizzati intorno alle Scritture. Si ritiene che gli  autori del Vangelo di Giovanni (in genere si ritiene che il testo di quel Vangelo non sia stato scritto dal discepolo prediletto del Maestro, ma che sia un’opera collettiva di maestri, capaci esprimere nel greco antico sofisticati ragionamenti e  che operavano lontano dalla Palestina) siano vissuti quando invece si era già consumata la frattura con l’antico giudaismo, dopo la radicale distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte degli occupanti romani e l’allontanamento di quelli che ormai si chiamavano cristiani dalle sinagoghe.

 Nella Lettera ai Romani  non c’è l’idea che la Chiesa debba sostituire i giudei quale popolo destinatario delle promesse divine (che, come ho letto,  cominciò ad affacciarsi nel 2° Secolo, quando la polemica con l’ebraismo cominciò a incrudelire. Raggiunse presto livelli di incredibile ferocia).

  Viene considerato significativo del clima sociale e religioso in cui fu composto il Vangelo secondo Giovanni questo brano che si trova nel capitolo 16, versetti da 1 a 4 – Gv 16, 1-4:

 

Vi ho parlato così perché questi fatti non turbino la vostra fede. Sarete espulsi dalle sinagoghe; anzi verrà un momento in cui vi uccideranno pensando di fare cosa grata a Dio. Faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma io ve l’ho detto perché, quando verrà il momento dei persecutori, vi ricordiate che io ve ne avevo parlato. Non ne ho parlato fin dal principio, perché ero con voi».

 

  Nel Vangelo secondo Giovanni si parla in genere dei giudei  come avversari del Maestro. Questo traspare anche nella lettura evangelica che si fa stasera.

  Eppure, è stato notato che Gesù di Nazareth morì da giudeo. Tutti  i primi suoi seguaci furono giudei. Gesù, stando a quello che emerge nel Nuovo Testamento, non sembra che abbia voluto fondare una nuova  religione. Per la verità nemmeno Paolo di Tarso.

  All’epoca della morte del Maestro i giudei erano già emigrati in molte parti dell’impero romano, e in particolare a Roma, ad Alessandria in Egitto, in Asia Minore e in Grecia, come anche avevano costituito un importante centro culturale a Babilonia. La prima espansione dei cristianesimi si ebbe nelle sinagoghe e, in particolare, in quelle fuori della Palestina. Esse avevano conquistato una condizione giuridica riconosciuta nei confronti delle autorità imperiali.

  Insomma, i racconti della Passione che troviamo nei Vangeli, e in particolare in quello Secondo Giovanni, il più tardo, potrebbero non corrispondere precisamente alla situazione che si  ebbe in quel difficile frangente alla fine dei ministero pubblico del Maestro. Ma si tratta di congetture, perché le fonti sui cristianesimi delle origini sono scarsissime, Quei racconti  neotestamentari sono centrati sul riconoscimento o negazione della divinità del Maestro, problema che però si affermò progressivamente lungo il Primo secolo,  e sul quale ancora negli anni 50 e 60 di quell’epoca c’erano problemi. La definizione dei dogmi cristologici,  per rispondere alla domanda chi fosse stato Gesù e imporre precise definizioni in merito, li creò almeno fino all’Ottavo secolo, ma per certi versi anche oltre.

  Le notizie sul Maestro da fonti extra-neotestamentarie sono estremamente scarse. In tempi molto turbolenti, nella Palestina sotto lo spietato Pilato, procuratore  del potere romano in Giudea, probabilmente la sua  morte in croce non ebbe quella risonanza che ha per noi. L’accusa con cui il Maestro fu condotto presso  Pilato per ordine dei capi del Tempio fu essenzialmente quella di essere un agitatore sociale. E, dai racconti evangelici, non pare che Pilato si sia reso bene conto di chi aveva davanti e soprattutto del problema di ordine religioso che poneva.

  Per noi, oggi, è naturalmente molto diverso.

  In religione si ritiene che la morte in croce del Maestro sia stata salvifica.  Come è spiegato nella Lettera ai Romani  al capitolo  5, versetti da 14 a 21 – Rm 5, 14-21:

 

  Adamo era la figura di colui che doveva venire. Ma quale differenza tra il peccato di Adamo e quel che Dio ci dà per mezzo di Cristo! Adamo da solo, con il suo peccato, ha causato la morte di tutti gli uomini. Dio invece, per mezzo di un solo uomo, Gesù Cristo, ci ha dato con abbondanza i suoi doni e la sua grazia. Dunque, il dono di Dio ha un effetto diverso da quello del peccato di Adamo: il giudizio provocato dal peccato di un sol uomo ha portato alla condanna, mentre il dono concesso dopo tanti peccati ci ha messi nel giusto rapporto con Dio. Certo, la morte ha dominato per la colpa di un solo uomo; ma ora si ha molto di più: quelli che ricevono l’abbondante grazia di Dio e sono stati accolti da lui parteciperanno alla vita eterna unicamente per mezzo di Gesù Cristo.

 Dunque uno solo è caduto, Adamo, e ha causato la condanna di tutti gli uomini; così, uno solo ha ubbidito, Gesù Cristo, e ci ha ristabiliti nella giusta relazione con Dio che è fonte di vita per tutti gli uomini.  Per la disubbidienza di uno solo, tutti risultarono peccatori; per l’ubbidienza di uno solo, tutti sono accolti da Dio come suoi.

 In seguito venne la Legge, e così i peccati si moltiplicarono. Ma dove era abbondante il peccato, ancora più abbondante fu la grazia.  Il peccato ha manifestato il suo potere nella morte; la grazia manifesta il suo potere nel fatto che Dio ci accoglie e ci dà la vita eterna per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.

 

  Questo brano appartiene ad un universo di significati o semiosfera molto distante da quello della nostra cultura. Ci presenta una divinità capace di ira al pari degli umani, di condanne, della colpa di un progenitore mitico che avrebbe provocato la disgrazia per tutta l’umanità e via dicendo. Per la verità era anche la cultura a cui fece riferimento Gesù di Nazareth.

  Come possiamo farlo capire alla gente del nostro tempo che è poco acculturata alla semiosfera biblica?

  Gli antichi teismi precristiani presentavano gli dei come figure capricciose e violente, al modo dei potenti del mondo. Rispetto ad essi i cristiani si negavano, tanto da essere accusati di ateismo. Tali quegli dei come le persone che in essi confidavano. L’orizzonte cristiano  è diverso. La via che indica è diversa ed è quella indicata dal nostro Maestro. Siamo accolti e accogliamo, essere accolti è la nostra speranza e l’accogliere è il comandamento nuovo. Una prospettiva grandiosa al pari della redenzione universale evocata nel brano biblico che ho citato all’inizio.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli