sabato 23 dicembre 2023

Dai molti uno

 

Dai molti uno

 

 Sullo stemma degli Stati uniti d’America c’è il motto “Ex pluribus unum”, che significa “Dai molti, uno” ed evoca la concordia popolare per costruire il nuovo stato americano. Potrebbe andar bene anche per indicare uno degli scopi del nuovo Statuto dei Consigli pastorali parrocchiali della Diocesi di Roma:

FINALITÀ

art. 3

[…]

j.       favorire la comunione tra i cristiani di diversa formazione culturale, sociale e religiosa e tra i gruppi ecclesiali, al fine di costituire insieme la comunità ecclesiale; […]

 

 Costituire  la comunità ecclesiale è cosa diversa dal semplice governarla. E il suo governo  va oltre la semplice amministrazione dei beni parrocchiali, che comprende anche l’assegnazione degli spazi e delle attrezzature parrocchiali ai vari gruppi che la parrocchia abitano.

  Fare dei molti uno va però oltre le possibilità degli esseri umani, la cui individualità, legata al possesso di una mente, non è comprimibile se non in limiti piuttosto contenuti. Insomma, i molti rimarranno sempre molti. In questo, le politiche che vorrebbero costruire le società umane rendendole come organismi viventi, facendone diventare i molti  solo delle loro parti,  sono irrealistiche. Quella delle società-corpi rimarrà solo una metafora per indicare relazioni più intense, appunto comunitarie.

  La socialità umana più intensa, quindi comunitaria, si manifesta solo su piccola scala. Rimando su questo all’interessante libro dell’antropologo inglese Robin Dunbar, Amici, pubblicato in traduzione italiana da Einaudi 2022, anche in e-book e kindle. Formiamo società immense, ma la nostra indole comunitaria si manifesta in gruppi molto piccoli, in cerchie, secondo il lessico di Dunbar, tanto più piccole quanto più intese sono le relazioni tra i loro membri. In genere la cerchia più larga in cui siamo coinvolti non conta più di centocinquanta persone. Oltre ci sono solo delle folle indistinte. La cerchia con le relazioni più intense conta circa cinque persone. Ma quando facciamo conversazione, riusciamo a dialogare contemporaneamente con non più di tre persone. I gruppi di cinque, allora, si dividono in uno da due e uno da tre. Nelle riunioni con più di una trentina di persone fatichiamo a seguire tutte. Ci viene spontaneo costituire gli organismi collegiali decidenti, nei quali bisogna discutere il da farsi, in modo che non superino la trentina di persone. E, così, anche i Consigli pastorali parrocchiali riformati a Roma  saranno composti da circa venticinque membri.

  In natura non esistono popoli, ma solo queste cerchie, che si intrecciano tra loro in vari tipi di relazioni, mediate da miti e diritto. Sono questi ultimi che, fino ai nostri tempi, ci hanno consentito di costituire società enormemente più grandi piccole cerchie in cui altrimenti saremmo confinati, mantenendo tuttavia la percezione emotiva di essere in comunità. Ad essi si stanno aggiungendo gli strumenti di trattamento di informazioni che vanno sotto il nome di Intelligenza artificiale, espressione fuorviante perché non si tratta di intelligenza, ma solo di sistemi di trattamento dei dati che imitano le reti neurali del nostro cervello, né di qualcosa di artificiale, bensì di sistemi non umani. I sistemi di intelligenza artificiale ci rendono in grado di mantenere consapevolezza anche nel caso di realtà estremamente complesse, che sfuggirebbero ai nostri sensi e alle nostre menti. Una folla composta da persone dotate ciascuna di un dispositivo che trasmetta informazioni personali a un sistema di intelligenza artificiale non è più un insieme indistinto: è ciò che già ora accade con la grande diffusione degli smart phone, espressione che letteralmente significa telefono intelligente, ma che in realtà indica un dispositivo in grado di relazionarsi con sistemi di intelligenza artificiale. Comunque, diritto e intelligenza artificiale non bastano a fare comunità, senza il mito. Il mito può renderlo possibile perché è carico di elementi emotivi e la nostra è una mente emotiva.

  In filosofia quelle nostre cerchie  di socialità, dense di elementi emotivi, sono state anche definite mondi vitali, o espressioni simili, perché è in esse e da esse  che ogni persona ricava il senso emotivo della sua esistenza. L’organizzazione sociale in grande ci è necessaria, ai tempi nostri in cui siamo in otto miliardi sul pianeta, per sopravvivere; ma lo sono anche i nostri, molto più limitati, mondi vitali, e quelli in cui siamo più coinvolti li sentiamo come delle famiglie.

  La parrocchia è una istituzione sociale in grande, mediata da miti e diritto. Il nuovo Statuto rientra in quest’ultimo. La mitologia è attualmente quella religiosa di tipo comunitario, con marcata impronta organicista. Nella parrocchia si manifestano molti mondi vitali e la sfida dello Statuto  è quelli di mantenerli collaboranti e in pace tra loro, e anche di attrarne altri da fuori. In qualche modo, il nuovo Consiglio pastorale parrocchiale  viene presentato come un nuovo  mondo vitale, quindi caratterizzato da intense intese emotive tra chi vi partecipa, che ha lo scopo di tessere relazioni positive, collaborative, tra i mondi vitali attratti nell’ambito parrocchiale. Altrimenti, ce ne rendiamo bene conto, essi rimangono estranei l’uno all’altro. L’equilibrio che così si vuole comporre sarà però sempre instabile, perché questa è la condizione permanente di tutte le società umane, e quindi il lavoro di costruzione comunitaria non avrà mai fine: questo perché le persone che fanno comunità cambiano nel tempo, non solo nell’avvicendarsi delle generazioni ma anche per il passaggio di ogni persona nelle varie età della vita.

  Molto giustamente è stato osservato che, per raggiungere quello scopo, non basta istituire procedure come quelle che in altri enti territoriali, ad esempio in un Comune, sono usate per legittimare politicamente e giuridicamente organismi di governo e programmi di azione. In questo senso, la sinodalità come viene prospettata nei processi sinodali in corso di questi tempi, dei quali lo stesso nuovo Statuto  è espressione, non si esaurisce nel decidere chi e come comanda e le forme di partecipazione allargata alle decisioni, ma vorrebbe indurre nuovi intrecci di mondi vitali in modo da suscitare quella che potremmo definire la gioia del partecipare, vale a dire quel desiderio emotivo delle persone dello stare e del lavorare insieme senza il quale una realtà come quella di una chiesa non si manifesta (e allora la gente viene solo come spettatrice o utente, quando le serve).

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli