venerdì 22 dicembre 2023

Parrocchia e territorio

 

Parrocchia e territorio

 

 Secondo il Codice di diritto canonico la parrocchia è un ente territoriale.

 

Canone (=articolo) 518 - Come regola generale, la parrocchia sia territoriale, tale cioè che comprenda tutti i fedeli di un determinato territorio; […] 

 

 La definizione è legata all’esercizio dei poteri gerarchici del parroco sulla popolazione di un certo territorio come espressione di sovranità. Si cade in quel dominio per il fatto di abitare stabilmente nel suo territorio, senza necessità di aderirvi. Il fine della territorialità è il governo della popolazione del territorio. E’ come per lo stato.

  Gli enti territoriali sono in genere organismi a fini generali: si occupano di tutto ciò che riguarda la popolazione soggetta a loro potere.  Una ASL o la filiale di una banca, pur istituiti per la gente in un certo territorio, non sono enti territoriali né enti a fini generali.

 Vista sotto l’aspetto di comunità  la parrocchia  è solo soggetta a quel potere gerarchico. Allo stato, la comunità parrocchiale non può parteciparvi in nessun modo, né direttamente né attraverso organismi rappresentativi. Considerata in base alla sua forma di governo, la parrocchia è ancora una monarchia assoluta.

  Poi c’è la pastorale, che è definita tale per distinguerla dal lavoro di definizione degli enunciati relativi alla nostra fede la cui accettazione è condizione per l’appartenenza alla Chiesa. Riguarda non tanto i servizi,  per quanto venga praticata anche come tale, ma il lavoro di costruzione di comunità organizzate secondo il vangelo, che si fa in primo luogo seguendo gli insegnamenti di vita del Maestro: facendo formazione e assistenza solidale e misericordiosa. Poi viene quello che si è imparato in seguito, per così dire strada facendo: liturgia e animazione sociale, in essa compresa quella politica. Al centro dell’esperienza di vita cristiana, intesa come quella al seguito  del Maestro, vi è la conversione, intesa come cambiamento profondo di mentalità riguardo al Fondamento soprannaturale, al senso della propria vita e alle relazioni nelle società in cui si è immersi, non tanto e comunque non solo come adesione a una religione formalizzata, in particolare a quella nostra. La pastorale, nel complesso, si propone di crearle un contesto psicologico e sociale favorevole, sorreggendo le persone nelle difficoltà che incontrano su quella via e aiutandole a ritrovarla quando la smarriscono. Un tempo anche da questa missione la comunità parrocchiale era sostanzialmente esclusa, perché la si vedeva strettamente legata al potere gerarchico. Da dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) questo è cambiato e tutte le persone di fede sono esortate a collaborare, quale che siano il loro stato di vita e i loro legami gerarchici. E’ in questo quadro che avvenne l’istituzione dei Consigli pastorali largamente partecipati, e quindi anche quella dei Consigli pastorali parrocchiali.

  Storicamente la comunità precedette la gerarchia, e di solito nell’edificazione delle società è così che accade. Più precisamente una gerarchia sociale emerge sempre da un contesto comunitario e ne dipende nella sua evoluzione.  Gerarchia  nel senso originario è un potere pubblico sacralizzato, nel senso di voluto da una divinità. Un potere, dunque, che scende dall’alto e che può dispiegarsi in più posizioni in una scala discendente, nella quale ogni grado ha l’autonomia che gli concede quello superiore, al quale deve rispondere. Un potere che è strutturato per resistere alla spinta comunitaria per il cambiamento, e questo per dare stabile coerenza alle relazioni sociali. In questo senso, deprivato di elementi propriamente sacrali, la parola viene utilizzata nelle scienze del diritto pubblico e, nella pratica ecclesiastica, si segue la loro cultura, come descrizione dei fenomeni organizzativi e delle relazioni tra diversi uffici. Rimane sempre una certa tensione tra le comunità e le gerarchie che vi si sono insediate. Più precisamente le comunità tendono a cambiare le loro gerarchie, nello stesso modo in cui dalle loro consuetudini e concezioni emergono il diritto (che non è mai  solo un atto dell’autorità) e le stesse gerarchie.

  Parlo di certi fatti che riguardano anche la società ecclesiastica e le sue gerarchie senza mettere di mezzo la teologia, perché  non sono un teologo. Mi limito a descrivere le dinamiche gerarchiche e comunitarie per come mi è dato di osservarle. Questo è il modo corretto di procedere nel progettare e costruire ordinamenti sociali a sfondo comunitario, quindi volti ad ottenere una condizione di benessere sociale mediante una diffusa collaborazione della gente. Nel caso invece che si voglia progettare un’azienda, si dovrà fare diversamente.

   Le gerarchie originano da comunità e queste ultime, a loro volta, si formano nelle popolazioni per via culturale. La cultura, in questa accezione, è l’insieme delle consuetudini, concezioni, tecnologie, riti, elementi linguistici, che si affermano in una popolazione in modo tale che i suoi membri se ne sentano obbligati e vengano a costituire una tradizione con caratteri di costanza di generazione in generazione. Le religioni, in questo senso, rientrano nella cultura delle comunità. Queste ultime assumono i connotati di società quando nella loro tradizione  si affermano gli ordinamenti, vale a dire regole sufficientemente condivise per stabilire chi e come comanda. Gli esseri umani, ad un certo punto della loro evoluzione, in quanto  viventi  sociali  hanno preso a costituire, animare e governare società sempre più complesse. 

  Gerarchie sono sempre presenti negli ordinamenti sociali. Quando riconoscono ed esplicitano la loro origine comunitaria, mediante miti, riti, procedure e, in particolare, riconoscano e ammettano limiti al loro potere per via partecipativa, assumono carattere democratico. Caratteristica principale degli ordinamenti democratici  è di non ammettere nessun potere senza limiti, in particolare derivanti da procedure partecipative. In democrazia non può esistere nessun potere sacralizzato, nel senso di intangibile perché derivato dalla volontà soprannaturale. Le è quindi indispensabile la secolarizzazione, che non significa ateismo o agnosticismo o materialismo, ma solo la consapevolezza dell’origine reale di ogni potere sociale. Tuttavia anche in regimi democratici continua la produzione dei miti sociali, i quali, anzi, dalla metà del secolo scorso hanno acquisito grandissima rilevanza quali ulteriori limiti agli stessi poteri partecipativi. Il sistema dei diritti umani fondamentali si basa su miti sociali. E questo, tuttavia,  senza comportare sacralizzazione, perché a loro fondamento non viene posta alcuna divinità. A presidio di quei diritti, che costituiscono un limite allo stesso potere democratico, negli ordinamenti politico istituzionali delle democrazie avanzate dell’Occidente, come è ancora quella italiana, vi sono le Corti costituzionali, che, a ben vedere, svolgono nei regimi democratici lo stesso ruolo dell’Ordine sacro nella nostra Chiesa. Lo stesso potere di revisione costituzionale risulta esserne limitato: la nostra Corte Costituzionale, ad esempio, ritiene che in nessun modo, con nessuna procedura e maggioranza, potrebbe essere abrogato il principio di uguaglianza tra le persone.

  Nella nostra Chiesa, per un complesso di ragioni delle quali qui non mi occupo, si ritiene essenziale la presenza di poteri sacralizzati, che sono espressi dai chierici legati all’Ordine sacro e investiti mediante riti sacramentali. Dunque una democrazia in senso proprio non è al momento realizzabile in tutto in questo ambito, per quanto in linea di principio non sia incompatibile con la vita comunitaria cristiana, come dimostrato dalle Chiese cristiane storiche che la praticano, e tenendo conto che anche nella democrazia, come ai tempi nostri la si concepisce, non tutto è nelle mani delle maggioranze. Si parla tuttavia di sinodalità per delimitare meglio gli ambiti di quel potere sacralizzato, che è definito potestà perché esercitato per una funzione sacra e al servizio di una missione data dal Cielo e non nell’interesse di chi ne è investito o della sua cerchia, distinguendo degli spazi di maggiore condivisione nei quali possa esprimersi l’elemento comunitario che anche nelle Chiese è sempre  generativo delle forme di esercizio del potere, anche se  storicamente ad un certo punto se ne perse consapevolezza.  A quell’epoca, quindi, per Chiesa  si intesero solo i chierici, quindi i membri dell’Ordine sacro, e i religiosi, quindi monaci e frati, mentre tutta l’altra gente stava come appiccicata ad essi, come elemento non essenziale. Sotto questo profilo, durante il Concilio Vaticano 2° si tornò alle più antiche concezioni delle origini (la gerarchia ecclesiastica cominciò ad emergere solo verso la fine del Primo secolo, il monachesimo dal Terzo secolo e non vi furono frati prima del Dodicesimo).

   Negli organismi ecclesiastici sinodali, gerarchie ecclesiastiche e comunità entrano in relazioni collaborative riconoscendo di non poter fare a meno le une delle altre, applicando il principio “Non solo da noi, ma non senza di noi”. L’inclusione è essenziale nella sinodalità, anche se purtroppo storicamente molto raramente è stata praticata così e allora si è fatto ricorso a molta violenza.

 Lo sviluppo della sinodalità ecclesiale contemporanea, a differenza dei secoli passati, è senz’altro legato allo sviluppo della cultura democratica, in particolare nell’Europa occidentale. Le autocrazie totalitarie sacralizzate sono diventate molto ostiche per gli europei occidentali, che se ne sentono umiliati non vedendovi l’espressione della volontà superna.  In questo la teologia del Popolo di Dio seguita dai saggi del Concilio Vaticano 2° è invecchiata presto: ha segnato indubbiamente lo sforzo di mutare la precedente ideologia totalitaria, ma, nel tentativo di ottenere il più ampio consenso nelle assemblee conciliari, ha accostato elementi che si sono rivelati incompatibili, mantenendo un diritto sostanzialmente totalitario e non in linea con la nuova teologia comunitaria. Il processo sinodale attualmente in corso, che coinvolge tutte le Chiese cattoliche del  mondo e anche la Chiesa italiana al suo interno, è il tentativo di arrivare a una sintesi più sostenibile, senza intervenire sulla dogmatica promulgata negli anni Sessanta dall’ultimo Concilio Vaticano.

 Si vuole partire da tirocini pratici, per fare esperienza di nuove relazioni ecclesiali prima di tracciare programmi e ordinamenti. Si dovrà sicuramente proseguire a lungo, e la seconda sessione dell’Assemblea del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità, programmata per l’ottobre del prossimo anno, sicuramente si rivelerà solo una tappa, sia pure importante, di questo processo.

  Papa Francesco vuole che le parrocchie romane siano profondamente coinvolte in quello che si sta sperimentando, svolgendo il ruolo di apripista: questo il senso del nuovo Statuto dei Consigli pastorali parrocchiali  della Diocesi di Roma, che lui stesso ha firmato lo scorso 8 settembre (mentre nel nuovo ordinamento del Vicariato di Roma, l’organismo di vertice della Diocesi, è scritto che ordinariamente deve essere emesso dal Cardinal Vicario, con il consenso del Consiglio episcopale, che ora  è presieduto dal Papa).  Ne deriva una grande responsabilità per noi fedeli romani.

  Dunque è importante capire bene di che si tratta, anche se per la gran parte di noi si tratta di cose nuove.

  Suscitare nel territorio della nostra parrocchia una vera comunità, anche se articolata in tante componenti (giovani, adulti, anziani, legati a varie tradizioni di spiritualità e culturali ecc.), nella quale tuttavia si riconosce di non voler fare a meno degli altri e ci si dà da fare, non si viene solo come spettatori: questo il vero scopo della sinodalità che si vorrebbe praticare. Quindi non il governo della popolazione del nostro territorio, né l’amministrazione dei beni parrocchiali.

  Questo comporta coinvolgere, includere, avvicinare: un compito che può non risultare facile, perché non siamo formiche o api, ma esseri umani, ciascuna persona con mente e volontà propri. Il nuovo Consiglio pastorale parrocchiale  dovrebbe fungere da catalizzatore del processo.

Mario Ardigò – Azione  Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli