domenica 24 dicembre 2023

Tessitura sociale

 

Tessitura sociale

 

  Per una disposizione della Conferenza episcopale italiana del 1984, il mandato dei parroci dura nove anni, anche se i vescovi possono decidere di mantenerli in carica anche dopo.

  I primi parroci di San Clemente papa ai Prati fiscali durarono molto più a lungo: don Vincenzo Pezzella dal 1955 al 1983, ventotto anni, don Carlo Quieti dal 1983 al 2015, trentadue anni. L’attuale parroco, don Remo, è tra noi al 2015 e quindi l’anno prossimo scadranno i suoi nove anni. Il cambio di un parroco è sempre traumatico per la gente che viene in chiesa se quel ministero è il solo a reggerne la tessitura sociale. In effetti, nel 1983 e nel 2015 cambiò tutto molto velocemente e, per quel che ricordo, non furono successioni vissute serenamente. Il nuovo  Statuto  dei Consigli pastorali parrocchiali  della Diocesi di Roma vorrebbe modificare la situazione, facendo del Consiglio  l’elemento centrale di raccordo tra ufficio gerarchia ecclesiastica  e componente comunitaria in quella delicata fase. Leggiamo:

 

[…]

Finalità

Articolo 3. II Consiglio Pastorale Parrocchiale (CPP) ha le seguenti finalità:

[…]

f. collaborare con il Vescovo per il discernimento da attuare in occasione del cambio del Parroco;

[…]

 E prevede anche che:

Articolo 4. II CPP dura in carica quattro anni.

Articolo 5. In caso di nomina di un nuovo parroco il CPP rimane nelle sue funzioni un anno, al termine del quale decade e deve essere rinnovato.

 

   Come si attuerà quella collaborazione in occasione del cambio del parroco non è scritto nello Statuto, ma, se attuata realmente, sarà una procedura piuttosto complessa, perché nella Diocesi di Roma ci sono 337 parrocchie (suddivise amministrativamente tra 36 Prefetture, con a capo un Prefetto scelto dai rispettivi parroci, e cinque Settori, con a capo un Vescovo ausiliare, nominato dal Papa) e ogni anno in una ventina di esse cambia il parroco.

  Penso che si vorrebbe assicurare una certa continuità di azione, ma questo richiede che il Consiglio  non sia solo espressione dell’orientamento del parroco che l’ha nominato, ma delle varie componenti sociali della parrocchie e addirittura del quartiere:

[…]

Finalità

Articolo 3. II CPP ha le seguenti finalità:

[…]

d.        individuare le esigenze pastorali e culturali della parrocchia e del territorio e proporre ai pastori gli interventi opportuni;

[…]

Articolo 10. Tenendo canto della concreta realtà di ogni parrocchia e guardando ai «più gravi e urgenti impegni che attendono la Chiesa di Roma» (IEC, Proemio, §14) oltre che ai corrispondenti Uffici del vicariato (IEC 33), si faccia ii possibile affinché, tra i membri del CPP eletti o nominati, vi siano figure operanti negli ambiti della povertà e delle migrazioni, della scuola e dell'università, della cultura, dell'ecumenismo e del dialogo interreligioso, della salute (a partire dagli anziani e dalle persone diversamente abili), del carcere, del lavoro, dell'ambiente, dello sport.

  Si discute se, con la cessazione di un parroco, debba decadere anche il Consiglio pastorale parrocchiale da lui nominato. Il nuovo Statuto  ha scelto una soluzione intermedia tra la decadenza e la sopravvivenza: deve essere rinnovato dopo un anno dalla nomina del nuovo parroco. Lo Statuto Ruini del 1994 non aveva una disposizione in materia.

  Personalmente mi auguro che in Diocesi si consenta a don Remo di continuare il suo ministero tra noi, naturalmente se il parroco darà il suo consenso, ma, comunque, la scadenza del novennio dal suo mandato rende urgente insediare un nuovo  Consiglio, per fare ciò che gli è richiesto quando si tratta di scegliere un nuovo parroco. Anche perché si tratta di preparare la gente che frequenta la chiesa e, così facendo, di individuarne le necessità e i problemi. E’ quel lavoro di tessitura sociale  che mi pare dovrebbe essere la funzione principale del Consiglio. Si tratta di indurre pazientemente delle relazioni positive tra i mondi vitali che ruotano intorno alla chiesa e che ora generalmente si ignorano reciprocamente. Ci vuole tempo e costanza. Non si tratta di vivere la cosa con spirito burocratico, bisogna coinvolgere gente che abbia la passione e anche, appunto, il tempo per le altre persone. Sappiamo che non è facile trovarla. E infatti lo staff  parrocchiale, il gruppo di chi si attiva realmente nell’organizzazione e del lavoro, è composto da una trentina di persone, preti compresi. Tutto il resto della gente ha relazioni più labili con la chiesa parrocchiale: la parrocchia è in genere situata, adottando il criterio delle cerchie  di amicizia dell’antropologo Robin Dunbar, nelle cerchie più esterne, e questo anche nel caso dei cosiddetti praticanti, vale a dire di coloro che vanno a messa  la domenica.

 L’allargamento e il rafforzamento  della tessitura sociale richiede che collaborino sempre più persone e ognuna può influire da vicino e realmente su circa una trentina di altre persone. Anni fa, sulla base dell’ultimo censimento e delle statistiche sui praticanti  in Italia, ho stimato che si dovrebbe lavorare su un migliaio di persone circa, per raggiungere i nostri. A conti fatti la trentina dello staff  è adeguata. Ma poi ci sono almeno altre ottomila altre persone che fanno riferimento alla fede cristiana nell’etica e per il senso della vita e allora per questi non si è abbastanza. Naturalmente più ci si propone di intensificare le relazioni della persone con la chiesa parrocchiale, più impegno e più tempo occorre, e allora già ora non si è in numero sufficiente anche solo per i praticanti.

  La formazione religiosa delle persone adulte appare piuttosto carente: in genere è rimasta quella di quand’erano ragazzi. Con il tempo la comunità religiosa è stata spostata nelle loro vite nelle cerchie più esterne, o addirittura al di là di quella più esterna, dove la relazione è mediata solo da miti e diritto. E in quel momento che si perde, ad esempio, l’abitudine alla preghiera personale, che è sorretta dalla frequenza alle liturgie.

  Più ci si avvicina alle persone, più tempo e impegno occorrono.  La comunità è un insieme di persone con relazioni più intense di quelle che ci sono nel resto della  popolazione. Il Consiglio pastorale parrocchiale,  come configurato  nel nuovo Statuto (ne sono state molto ampliate le finalità rispetto al vecchio), dovrebbe spendersi particolarmente in quel campo, coinvolgendo e formando altre persone che se ne occupino, a partire dai giovani che hanno ricevuto la Cresima e che quindi hanno completato la formazione religiosa di base, e che invece ora in massima parte si allontanano.

  I due rappresentanti dei giovani  nel Consiglio  dovrebbero cercare di rimediare a quel problema, in modo che nell’organismo non ci si limiti a parlare  (spesso a sparlare) di giovani, ma se ne apprezzi la collaborazione.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli