Mitopoiesi
e vita sociale
C’è
chi si sente deluso o infastidito se sente interpretare i fatti religiosi in termini
di miti, ma non dovrebbe.
Le religioni mantengono ancora una
rilevantissima importanza nella vita sociale proprio ed essenzialmente per ciò
che di mitologico esprimono.
A volte, superficialmente, si intende il mito
come una favola irrealistica. Ma ogni mito, se è veramente tale, ci parla
invece della realtà per come gli esseri umani la vivono. I miti, quindi, sono precisamente
situati nel tempo, nello spazio e negli ambienti sociali che li esprimono. Osserviamo
anche la persistenza dei miti e la loro estensione oltre i contesti sociali di
riferimenti, ma ciò non accade senza che ne cambino natura e caratteristiche. E’
ciò che accadde, nel Primo secolo, nella costruzione dei cristianesimi a
partire dagli originari giudaismi. Condividiamo con le correnti dell’ebraismo
contemporaneo un’importante patrimonio culturale, non costituito solo dalla
letteratura biblica, ma gli diamo un senso molto diverso da quello che ebbero
nell’antichità giudaica e che ancora hanno tra gli ebrei. Per questo ritengo un
po’ superficiale parlare di questi ultimi come di fratelli maggiori, come
se noi e loro si fosse diramazioni di un unico albero culturale. Quel prezioso
patrimonio culturale che condividiamo, e che nei secoli passati ci rese nemici,
può però ora essere alla base di nuovi rapporti amichevoli, come da qualche
decennio sta effettivamente accadendo.
Incontrai la mitopoiesi come fattore di
costruzione sociale molto presto e precisamente all’inizio della mia esperienza
scoutistica, nel gruppo che aveva, e ancora, ha sede nella vicina parrocchia
degli Angeli Custodi, a piazza Sempione. Fui aggregato ai più piccoli, nei lupetti,
che erano organizzati in base a una mitologia costruita sul Libro della
giungla dell’inglese Rudyard Kipling, pubblicato nel 1894. Vi si racconta
di un bambino cresciuto dai lupi, con un orso, Baloo, come maestro. Il capo branco era Akela.
Altro maestro del bimbo-lupo è un leopardo, Bagheera. Ci sono dei cattivi,
il serpente Kaa e la tigre Shere
Khan. Il gruppo dei lupetti si
chiama branco e i miei capi prendevano il nome dai buoni del libro, Akela,
il capo branco, Baloo, che era il sacerdote padre Nello, Bagheera.
Nel libro i primati non umani, le scimmie, non
fanno una gran figura. Sono l’immagine della società disordinata e fatua.
Ai lupetti veniva proposta l’etica del
gruppo dei lupi, coraggiosi e disciplinati. Kipling fu, in questo, un uomo del
suo tempo, in cui l’impero britannico dominava il mondo valendosi essenzialmente
del suo ordine sociale molto rigido.
Constatai che la mitologia del Libro della
giungla funzionava benissimo, anche se all’epoca, naturalmente, non sapevo
definirla come tale. Capivamo che la storia del libro non era la realtà, ma ce
ne lasciavamo ispirare per capire come comportarci tra i lupetti. Aveva
un potente impatto emotivo. Ci elevava sopra le scimmie, disprezzate da Kipling
e quindi anche da noi.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente
papa – Roma, Monte Sacro, Valli