L’evoluzione dei miti
I miti, le narrazioni ampiamente condivise sul senso della nostra vita in certi contesti di spazio, tempo e cultura, parlano sempre delle società umane di riferimento. Esse, in quanto umane, evolvono, perché ne mutano le popolazioni che le esprimono, sia per il succedersi delle generazioni, sia per le contaminazioni culturali prodotte nelle relazioni sociali, ad esempio per i fenomeni migratori, dei quali sia le guerre di conquista sia le migrazioni per necessità sono espressione.
Le mitologie religiose non sono state un’eccezione in questa dinamica. Informazioni molto interessanti si possono trarre dall’antropologia e dalla sociologia delle religioni. Una visione molto ampia di questi fenomeni sociali si può trarre da un testo datato, ma considerato in genere ancora valido nelle sue linee essenziali, come l’opera del rumeno Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, scritto tra il 1949 e il 1964 e ancora disponibile in traduzione in italiano, anche in e-Book e Kindle, pubblicato da Bollati Boringhieri.
Se poi consideriamo realisticamente la storia delle strutture della nostra organizzazione religiosa, possiamo facilmente convincerci che essa si è costantemente evoluta fin dalle origini, nel Primo secolo, assumendo forme assai diverse ed esprimendo miti corrispondenti, trasfusi poi in teologie con lo svilupparsi di una riflessione colta a partire da consuetudini filosofiche ellenistiche.
Un mito risalta nel modo in cui si è storicamente affrontato il problema della legittimazione delle autorità ecclesiastiche ed è quello della legittimazione per antica tradizione. Lo si è assimilato e condiviso essenzialmente sulla base di elementi culturali recepiti in base alle culture della romanità antica, che faceva gran conto dell’autorità dell’insegnamento dei padri.
Questo mentre gli insegnamenti evangelici avevano posto molto in risalto, invece, l’elemento della novità rispetto alle prassi del giudaismo antico dal quale avevano preso piede. Si condivide in genere l’idea che al Maestro venisse riconosciuta un’autorità che non dipendeva dalla tradizione religiosa del giudaismo, anche se vi faceva riferimento appunto per rinnovarla.
Su elementi desunti dalla tradizione la teologia universitaria, sviluppatasi in Europa dal Duecento, costruì un sistema di pensiero di tipo razionalistico, sul modello di quello seguito dai giuristi. Su di esso si basò la coeva grandiosa riforma ecclesiastica portata avanti dal Papato Romano nei primi tre secoli del Secondo Millennio, per accentrare ogni autorità, religiosa e civile, su Roma, sottraendola ai poteri degli imperatori civili, quello germanico e quello greco di Costantinopoli (che aveva accentrato il potere religioso per tutto il Primo secolo). Da qui poi un lunghissimo periodo di efferate turbolenze sociali e politiche dalle quali nell’Ottocento emerse la struttura ecclesiastica assolutistica e autocratica che ancora governa nella nostra confessione, costruita sullo schema della piramide, con al vertice il Papa di Roma e alla base tutta la gente libera da particolari vincoli ecclesiastici relativi al ministero religioso svolto. Nella relativa mitologia la figura di questo modello di Papa fu ricondotta a quella del Maestro. La teologia seguì.
Negli anni Cinquanta, dopo una guerra mondiale che aveva profondamente cambiato il mondo, e in particolare travolto l’egemonia degli europei, si cominciò ad avvertire l’obsolescenza di quel modello. Da lì poi lo svilupparsi del movimento di riforma sinodale che ora è giunto a una svolta storica, guidato da un Papa che ci è giunto realmente dal nuovo mondo.
Mario Ardigó- Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli