Cinque vie
Tra di noi la pratica religiosa si manifesta in cinque vie: le esperienze di realtà aumentata, i ragionamenti dottrinali, la riflessione biblica, la solidarietà umanitaria, la pratica liturgica. Tutte hanno un qualche aggancio nelle narrazioni evangeliche. La prima e le ultime due sono connotate prevalentemente dall’emotività, che per come funziona la mente umana è un modo di capire ciò che ci accade intorno. La seconda e la terza richiedono un lungo addestramento. Tutte sono strettamente finalizzate alla vita sociale e in genere si ritrovano contemporaneamente nella spiritualità delle persone, anche se in misura diversa a seconda del livello culturale, dell’indole, dell’età e di altre caratteristiche individuali della gente. Se prevalgono le esperienze di realtà aumentata, in genere intorno a persone, luoghi e cose miracolanti, si tratta di religiosità poco radicata ed episodica. La dottrina è arida. Di per sé il solidarismo può essere appagante, ma rimane superficiale. La partecipazione liturgica è vuota senza qualcos’altro. La fede, invece, si radica fortemente nella riflessione biblica, metodo che ci viene dall’antico giudaismo. Non per nulla l’esteso processo di riforma in corso nel mondo cattolico dagli scorsi anni Cinquanta fa forza proprio su questo elemento e, va aggiunto, è in genere ostacolato dalla dottrina e dalla religiosità miracolante, di solito a sfondo reazionario.
Un esempio di quanto possa essere arricchente la riflessione biblica è il libro, da poco pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana con prefazione di papa Francesco, Domande di Dio, domande a Dio. In dialogo con la Bibbia, di Timothy Radcliffe e Lukas Popko, purtroppo solo in una (accurata) edizione cartacea.
Nelle parrocchie di solito tutto è prevalentemente centrato sulla liturgia, perché i preti oltre a quella e alle emergenze assistenziali hanno poco tempo per altro ed ogni cosa deve passare per loro, che sono sempre di meno.
La riflessione biblica mette in contatto vivo con le generazioni del passato e unisce al di là delle barriere culturali, geografiche, politiche e anche confessionali. Per questo è via di rinnovamento. La dottrina, invece, è fatta per delimitare e guarda all’indietro.
Il problema è che alla riflessione biblica si deve essere introdotti da maestri sapienti, che aprano il cuore e la mente, e ai tempi nostri si sono fatti rari. La sapienza sta nel riuscire a utilizzare le narrazioni bibliche come chiavi per comprendere il senso di ciò che ci accade ora. Altrimenti tutto rimane semplice erudizione. È il lavoro dei profeti.
Spesso si confonde il profeta con l’indovino: invece, in senso biblico, è chi interpreta il senso del presente e per questo può dire come finiranno le cose se manterranno una certa china. Nelle narrazioni bibliche i profeti ascoltavano direttamente la voce del Cielo. Ma ragionavano sulle società loro contemporanee e cercavano di indirizzarle verso il bene. Il profetismo biblico mi pare unisse Cielo eTerra. Parlava alle società. Per noi la voce del Cielo è quella che ricaviamo dalla riflessione biblica. Sì, anche noi facciamo sogni e sentiamo cose, ma come essere sicuri che non si tratti solo di emotività prodotta dalla fisiologia della nostra mente? In questo ci si aiuta l’un l’altro e la riflessione biblica è il metodo per farlo: è azione principalmente sociale. Rimanendo da soli con noi stessi riusciamo a combinare poco e ci perdiamo presto d’animo.
Spesso tra noi si vive la religiosità come mezzo di benessere interiore, ma in questo vi sono molti surrogati, alcuni dei quali più validi, come la pratica della mindfulness. La religiosità a sfondo cristiano, infatti, inquieta: se è profonda, mette in questione. Si comincia col constatare che, così come vanno, le cose non vanno bene. La buona notizia nella quale si cerca di radicarsi, il vangelo, è che si può cambiare e, cambiando, cambiarle. La nostra, infatti, è una fede in cui si confida che tutte le cose siano fatte nuove.
Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli