domenica 25 giugno 2023

Vita buona

 

Vita buona

 

  Che cosa ci si propone praticando una religione, ad esempio partecipando alle sue liturgie o acculturandosi alle sue idee sul mondo e sul soprannaturale?

  Ci sono molte finalità per cui lo si fa.

  Non sono, e non voglio essere,  un teologo e quindi non mi occupo di ragionare su quali siano quelle giuste e quali no secondo le tradizioni e le norme ecclesiastiche.

  C’è chi cerca la pace interiore.

  C’è chi pensa di poter raggiungere il soprannaturale.

  Ci sono quelli che cercano un orientamento per vivere in società.

  Nessuno di questi obiettivi è esclusivamente religioso e tantomeno solo di  alcune religioni o addirittura solo della nostra.

  Secondo quanto hanno scoperto le neuroscienze, possiamo convenire che la percezione del soprannaturale è verosimilmente solo una creazione della nostra mente. Può essere replicata assumendo certe sostanze psicotrope e addirittura lo si è fatto con esperimenti mirati a produrre quell’effetto senza usare la chimica, ad esempio la sensazione, riferita talvolta dalle persone che sono state in fin di vita, di vedersi da fuori o da sopra, per la quale si pensa di essere giunti alle soglie del Cielo. Una volta che se ne sia consapevoli, si può continuare a praticare quella via, se dà soddisfazione. Se però si confida in essa per altri motivi, ci si illude, e se si cerca di convincere altri a seguirla ad esempio per guarire si inganna la gente che soffre. Non ho mai cercato di avvicinare le persone alla religione sfruttando il paranormale.

   La meditazione per pacificare la mente è stata escogitata e praticata ampiamente in Oriente molto prima dell’avvento della nostra religione. I cristiani dell’ortodossia se ne fecero inculturare e la definirono esicasmo, dal greco ἡσυχασμός – che si legge esicasmòs che significa pacificazione interiore. La preghiera più nota in cui i cattolici ne praticano le raccomandazioni è il Rosario, in particolare quello recitato avendo tra le mani la coroncina apposita. Quest’ultima serve a riportare la mente alla pratica delle preghiera quando ce se ne distoglie.

  Quanto alle regole per una buona vita sociale, storicamente esse ebbero varie origini e diversi sviluppi, essenzialmente legati alla vita in società, sono quindi creazioni sociali, e sono scaturite anche dalle religioni ma non solo da esse. Una parte molto importante della formazione dei più piccoli consiste nell’apprenderle e nell’imparare a praticarle. Ma questo lavoro prosegue per tutta la vita, in particolare a seconda delle condizioni in cui ci si trova per età, inclinazioni sessuali, ruoli sociali. Queste regole sono sempre molto variate storicamente e, ad esempio, certamente non seguiamo quelle dei primi cristianesimi, e, tutto sommato, ci è andata bene perché essi, visti con la mentalità nostra, ci appaiono piuttosto violenti, intolleranti e molto legati a fantasiose idee su come va il mondo che abbiamo quasi del tutto abbandonato. In genere, oggi si è molto migliori di quei mitizzati precursori.

  Ogni persona può volere, in certi momenti della sua vita, dare un apporto a migliorare la convivenza sociale, in genere in ciò che causa sofferenza. La via religiosa consente di farlo anche senza essere un gran sapiente e analizzando velocemente le esperienze dei tempi passati e della società intorno mediante il mito. Quest’ultimo è una narrazione sul senso di ciò che accade come venne percepito nelle società di riferimento. Il mito riduce la complessità, riportando fenomeni sociali  che si sviluppano su larghissima scala  a una dimensione che ci possa consentire di comprenderli. Questa dimensione è quella che comprende più o meno una trentina di persone. Su questi nostri limiti cognitivi, insuperabili perché legati alla nostra fisiologia, potete leggere di Robin Dunbar, Amici. Comprendere il potere delle nostre relazioni più importanti, Einaudi 2022, anche in e-book.

  La produzione di miti sociali è continua, perché ne abbiamo bisogno per andare avanti. Anche dalla vita comune può originare il mito: è quello che possiamo vedere nei Vangeli.

  Ogni società è sempre gravida di metamorfosi, come accade anche agli organismi viventi. E quindi di miti. Si cercano vie nuove. E’ quello che leggiamo nelle narrazioni evangeliche: un nuovo maestro predica il rinnovamento girando insieme a un piccolo gruppo di uomini e donne. I miti correnti vengono rivisti. Non si inventa nulla del tutto, si opera su ciò che si è ricevuto, rimaneggiandolo sulla base della propria esperienza. Le limitate dimensioni di quelle congreghe di  attivisti crea un ambiente di relazioni sociali calde, le uniche che danno il senso della vita. Questo attrae. Il senso della vita è una percezione emotiva della nostra mente, che può essere reso con l’evangelico ardere il cuore. E’ un effetto sociale che riesce particolarmente bene nelle esperienze religiose, le quali quindi possono rivelarsi importanti fattori di riforma sociale, perché nelle relazioni sociali comuni ci adattiamo alla relazioni fredde, ad esempio al diritto della nostra società, ma i nostri orientamenti di vita fondamentali scaturiscono solo da quelle calde. Queste ultime sono di tipo ancestrale e dipendono strettamente dalla nostra fisiologia, in questo senso sono naturali, mentre le altre sono culturali, costruzioni sociali.

  La teologia, che cominciò a svilupparsi presto nei cristianesimi delle origini, anche se non come scienza come risultò a partire solo dall’Undicesimo secolo, tese a dare un’elaborazione razionale dei miti delle origini, e le relative controversie, mai sopite sino ad oggi, ebbero una fondamentale composizione nel cruciale Quarto secolo della nostra era, a cui risale la formulazione del Credo che anche oggi abbiamo recitato a messa. In questo quadro si diede molta rilevanza al peccato e alla salvezza dalla dannazione eterna. Questo perché non si stava solo strutturando una nuova religione, ma riformando radicalmente tutto il modo politico intorno, sacralizzando il nuovo potere supremo, con un nuova integrazione tra politica e religione,  facendone quindi l’unica via al Cielo. E’ la ragione per cui consideriamo le migliori spiritualità quelle penitenti. In questo le società dei monaci, che furono molto potenti in altre epoche cruciali, in particolare a cavallo tra il Primo e il Secondo millennio, esercitarono un’influenza determinante.

   In questo modo si è però un po’ messo in secondo piano uno degli elementi fondamentali della vita nuova  presentata nelle narrazioni evangeliche che è quello dell’agàpe  di compassione. Agàpe  è l’idea di una società in cui nessuno sia escluso al momento del convito e ci si impegni nel lenire le sofferenze. Emerge nella parabola evangelica del samaritano misericordioso: spesso ci si riferisce a quel personaggio come il buon samaritano. La sua ci è presentata come paradigma di vita buona.

   I teologi spesso sono insofferenti verso questi discorsi, perché, così sembra loro, volano troppo basso, non si occupano ad esempio della vita eterna, per raggiungere la quale occorrerebbe praticare riti, stare sempre con la mente legati alle fantasie dei miti e sottomettersi ai gerarchi ecclesiastici (tutto ciò non c’è in quella parabola, che anzi ci appare piuttosto polemica con i teologi e gli ecclesiastici dell’epoca). Soccorrere i sofferenti: Tutti sanno essere  buoni così!, a che servirebbe allora il cristianesimo?, sbottano.

  Eppure il calore dell’esperienza religiosa cristiana deriva proprio, e ancor ora oggi, dal voler essere buoni  in quel modo, in un mondo sociale in cui certe volte è addirittura illegale. Lenire le sofferenze sociali è essenziale nell’esperienza religiosa cristiana. E riorganizzare la società, provando innanzi tutto ad essere diversi,  è un modo per cominciare a farlo.  

  C’è chi medita intensamente e chi va per santuari. Bene, facciano pure. Ma è proprio quello l’essenziale del vangelo?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli