mercoledì 5 aprile 2023

Settimana Santa

                                                                       
  Settimana Santa

   Mi pare che il significato religioso delle festività pasquali non sia più molto chiaro a tutti e, soprattutto, che non interessi come a me. La tradizione in fondo basta per far festa. Però c'è di più.
   Storicamente  la teologia della festa pasquale cristiana è diventata sempre più complessa: coesistono diversi sensi degli eventi dei quali si fa memoria.
   La narrazione parla della cattura del Maestro, di un processo in più fasi che egli subì e della sua esecuzione capitale. E poi della sua resurrezione dal sepolcro in cui era stato deposto. Per questo tra cristiani si parla di Pasqua di resurrezione. 
  È implicata l'idea che ci siamo fatti su chi fosse il Maestro. I principali punti fermi vennero decisi nel Quarto secolo e risentono del coevo processo istituzionale di riforma dell'impero romano, il cui centro venne rapidamente spostato in Tracia, nella città di Bisanzio \ Costantinopoli: questa è la ragione per cui tutti i Concili considerarsi ecumenici celebrati nel Primo secolo si tennero da quelle parti.
  L'attuale liturgia della Settimana Santa risente delle aspre polemiche che si svilupparono quando, in un drammatico processo e a partire dalla fine del Primo secolo  gli antichi cristiani  si separarono dal giudaismo delle origini. L'espansione delle comunità cristiane al di fuori della Palestina fu sorretta principalmente da giudei cristiani ellenisti, quindi che parlavano greco, ma poi prevalsero gli ellenisti di altre etnie vale a dire gente di lingua e cultura greche che mai era appartenuta al giudaismo. In particolare gli scritti che raggruppiamo nella definizione di Nuovo Testamenfo e che sono inseriti nella Bibbia dei cristiani si formarono tra parlanti il greco.
   Non dobbiamo nasconderci che alcuni dei riti della Settimana Santa furono il pretesto, in Europa, di vessazioni antiebraiche.
  L'idea principale che sorregge la teologia della Pasqua cristiana è che il Maestro dovesse morire giustiziato nel modo che sappiamo per salvarci dalla collera divina per i peccati dell'umanità. Oggi facciamo fatica a immaginarci un Dio irato, perché lo pensiamo come sommamente buono. Nella Bibbia, però, ci viene presentato anche così. Però ci viene descritto  anche come misericordioso, lento all'ira e facile al perdono. Una volta identificato il Maestro con il Figlio, persona della Trinità ma pur sempre uomo, il suo volontario consegnarsi al processo e all'esecuzione capitale, in questo modo accettando l'umanità nonostante la malvagità di cui è capace, venne inteso come una riconciliazione definitiva con Dio, attestata dalla resurrezione, la liberazione dalla morte la quale era vista come destino universale degli esseri umani per il peccato dei primi progenitori. La cosa viene anche presentata come un sacrificio del Figlio, che, al nostro posto, consegnandosi volontariamente  a quella morte ha placato l'ira del Padre, ci ha riscattati da essa.
  Gli sviluppi di quella teologia già nell'antichità hanno considerato il Figlio come unito a noi in modo molto intenso, in virtù della sua umanità, così che noi rimanendo uniti a lui formeremmo un unico corpo e parteciperemmo della sua salvezza. È per questo che nei riti della Settimana Santa, oltre a fare memoria di quegli eventi, la cattura, i processi, l'esecuzione, la morte, la resurrezione, si cerca di vivere l'unione mistica con il Figlio e di predisporci a seguirne l'esempio di vita e gli insegnamenti. Così si dà senso alle sofferenze della vita, vissute come il "prendere ciascuno la propria croce", nella convinzione che "morendo con lui, con lui risorgeremo".
  Questa, in estrema sintesi, la teologia implicata nei riti pasquali, nella quale le narrazioni sono densamente arricchite di miti e per questo assumono portata universale. Il mito è appunto una narrazione tesa a rendere il senso di aspetti fondamentali per la nostra vita. Non si tratta di favole, ma di una forma cognitiva tipica delle culture umane, che pervade anche quelle molto sofisticate.
  Detto questo, l'atteggiamento delle persone verso quella teologia dipende dal livello di teismo con cui la comprendono.
 Teismo è l'assimilare soprannaturale e naturale. 
  È stato notato che i cristianesimi hanno un basso livello di teismo, sono religioni, insomma, che vanno al sodo, al concreto. Infatti nei primi secoli furono accusati di a-teismo nell'ambiente culturale greco-romano, nel quale tuttavia la filosofia da secoli si manifestava insoddisfatta del teismo della religione all'epoca prevalente, un politeismo con molti elementi di contatto con le religioni sviluppatesi nell'universo culturale iranico. Una delle idee fondamentali dei cristianesimi è che la divinità non si riveste dell'umano per comparirci di fronte, per interagire con noi, come si narrava facessero di quando in quando gli dei dell'epoca antica, ma assume l'umano. In teologia di parla di incarnazione.. Questo comporta la convinzione che l'umano possa manifestare il divino per cui noi lo possiamo incontrare nelle persone nostre simili. È la ragione per la quale il Papa l'altro giorno ha detto che in tempo di Pasqua sente un maggior bisogno di incontrare il divino e allora lo cerca nelle persone bisognose.
 Per i filosofi greci dal Terzo secolo dell’era antica, però, era proprio l’umanizzazione secondo la quale erano pensati gli dei del loro politeismo a costituire un problema, Si vergognavano di dei che ragionavano e si comportavano come le persone umane. 
  I principali punti teologici della nostra fede furono enunciati e deliberati in ambienti fortemente influenzati dall’ ellenismo. Questo incise molto nella costruzione della teologia del Messia (il re del riscatto del popolo dei giudei) - Cristo (termine che traduce nel greco antico la parola ebraica Messia, ma che nell’idea cristiana implica una divinizzazione che non c’era nel giudaismo) - Figlio (una delle Persone della Trinità, l’unico Dio nella concezione dei cristiani), appellativi con cui i cristiani si riferiscono al Maestro, l’uomo che patì e morì crocifisso sotto Ponzio Pilato,  colui che fu sepolto e risorse. Il monoteismo dei cristiani fu modellato anche sulla base del monoteismo progettato dai filosofi greci, affascinati dall’idea dell’Uno divinizzato, dal quale tutto deriva.
  Nella nostra lunga storia, abbiamo inserito nelle teologie di volta in volta prevalenti vari elementi prettamente teistici, riprendendo in questo costumi che corrispondono a quelli dell'antico politeismo. La spiritualità dei santuari e delle persone miracolanti ne è, ad esempio, pervasa. Lo stesso vale anche per il neo-teismo degli antichi filosofi greci, che si riconosce in concerti chiave della nostra teologia fondamentale. Ma questa non sono le caratteristiche principali dei cristianesimi. L'aspetto centrale dei cristianesimi è l'agape, la solidarietà profondamente umana, misericordiosa, benevola e sollecita verso tutti e tutto, che comporta anche un certo atteggiamento verso l'ambiente naturale e i viventi non umani. Per alcuni è poco. Vorrebbero pensare la vita cristiana come una realtà aumentata, basata sul prodigioso. Mi pare, tuttavia, che poi, così facendo, si resti in genere delusi, perché il mondo è quello che è ed ora stiamo vivendo proprio in quello. E, a volte, mettendo un po’ in secondo piano l’agàpe la teologia si fa disumana. Purtroppo le nostre teologie sono state storicamente anche mortifere, laddove invece l’annuncio di Pasqua che “Cristo è risorto, è veramente risorto” vorrebbe convincerci che l’ultimo nemico, la morte, è vinto.
  Nelle liturgie della Settimana Santa la spiritualità personale è sollecitata sotto diversi aspetti. Si è richiamati a considerare con serietà la propria vita, a prendere posizione sul problema della sofferenza e della morte. Poi c'è il richiamo al coraggio nelle avversità e al dovere di solidarietà. Il rifiuto della violenza per reagire al male. Si è richiamati infine alla speranza evangelica, anche quando tutto le sembra contrario e porterebbe alla disperazione e ciò sulla base della narrazione della resurrezione. Secondo un detto latino che traduce un’espressione che si trova nella Lettera ai Romani di Paolo di Tarso, spes contra spem e che significa continuare a sperare al di là di ogni umana speranza, come traduce la versione interconfessionale  TILC della Bibbia cristiana.
  La speranza è molto importante nella vita e per la fede della persona cristiana, perché, come è scritto, si è convinti di essere salvati nella speranza, dunque fede e speranza nella salvezza sono praticamente una cosa sola, È scritto però che nulla è più grande dell'agàpe e non ve n'è di maggiore di quando nel praticarla si perde la vita. La morte del Maestro viene interpretata proprio così: come un dare volontariamente la propria vita da parte del Figlio per divenire così via di salvezza universale.
  Che cosa viene prima, la fede o la speranza? Senza la speranza non c’è vera fede. Nella mia esperienza la fede si sviluppa dalla speranza. Me ne convinco e spero nonostante tutto avendo fatto esperienza personale dell’agàpe.
Mario Ardigò - Azione cattolica in San Clemenfe papa- Roma, Monte Sacro, Valli