giovedì 6 aprile 2023

Giovedì santo

 

Giovedì santo

 

 L’ebraismo venne storicamente costruito intorno al mito della fuga dal Faraone d’Egitto e del passaggio prodigioso del Mar Rosso che, dopo essersi aperto per lasciar passare gli israeliti, si richiuse sugli inseguitori. Si narra che era stato prescritto di uccidere un agnello, con il suo sangue di segnare gli stipiti dell’architrave delle case e di mangiarne la carne. Così gli israeliti si sarebbero salvati dalla tremenda sciagura che dal Cielo si sarebbe abbattuta sugli egiziani: la morte dei primogeniti. Dopo di essa, il Faraone ordinò che gli israeliti partissero, come era stato loro ordinato dal Cielo. Poi però ci ripensò e si lanciò al loro inseguimento, con i carri da guerra, per riportarli indietro. Ma a un gesto di Mosè, il loro condottiero, le acque del Mar Rosso si aprirono e gli israeliti lo attraversarono all’asciutto. Ad un altro gesto di Mosè le acque si richiusero e travolsero gli inseguitori, che morirono tutti. Di questi eventi si fa memoria nella Pasqua ebraica. Si osserva il rito di una cena rituale con cibi preparati in modi precisi e facendo delle letture. La cena di cui si fa memoria nella messa celebrata il Giovedì santo è quella presieduta dal Maestro prima di essere catturato, processato e giustiziato, l’Ultima cena: richiamava, per come ce ne è giunta narrazione nei Vangeli, quella simbologia e l’idea di salvezza. Ogni messa contiene, ritualizzate, la frazione e distribuzione del pane e la distribuzione del vino, secondo quanto si narra che fece allora il Maestro,  e secondo la teologia cattolica pane e vino rendono presente il Maestro, sono lui. Così si pensa che mangiando quel pane e bevendo quel vino ci si unisca a lui e con lui si sia salvati dalla morte, ma in un senso molto più radicale di quello di cui si narra per gli antichi israeliti.

  Nella Messa di oggi si legge un brano del libro dell’Esodo con le prescrizioni date agli israeliti per salvare i propri primogeniti, con il sangue dell’agnello, poi un brano della lettera di Paolo ai Corinzi in cui si racconta della frazione e distribuzione del pane e della distribuzione del vino nell’Ultima Cena e, infine, un brano del Vangelo secondo Giovanni nel quale si descrive il gesto del Maestro di lavare i piedi dei discepoli che erano con lui, in quella Cena. Si mostrò come colui che serve, come, nel Vangelo secondo Luca, al capitolo 22, versetto 27, si narra che disse, parlando della sua missione. Ci comandò di fare come lui. Nel rito della lavanda dei piedi della Messa di oggi è il celebrante che fa come il Maestro, ma l’ordine di fare così non è diretto solo ai preti, ma a tutti:«[…]anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi [Gv 13, 14-15]».

   Per quanto cristiani ed ebrei condividano delle narrazioni bibliche, il senso che ad esse danno è profondamente diverso. In particolare è diversa l’idea di salvezza.

  Salvare dalla morte la gente in una occasione, sia pure prodigiosamente, non è salvare dalla morte in assoluto, perché chi è scampato dalla morte in quella occasione, poi morirà. Ma anche i cristiani muoiono, anche il Maestro è morto, ed è morto di croce. Allora in che consiste questa nuova salvezza?

  Oggi posso dirmi certo  che il sole. che è da poco tramontato, sorgerà di nuovo domani. E così che anch’io, come i miei genitori e i miei nonni, morirò. Non posso avere questa certezza della mia personale  resurrezione. Tra i cristiani si insegna che si è salvati nella speranza. Ci sono le narrazioni evangeliche a fondarla, ma da sole non mi basterebbero, se non avessi fatto esperienza dell’umana agàpe. Ho fatto anche esperienza, in particolare nella mia professione, del male di cui gli umani sono capaci. Ma l’agàpe, la reale possibilità di solidarietà benevole e misericordiosa conta di più. Il resto, che volete?, è mito, sicuramente importante perché noi è con i miti che capiamo il senso della realtà, ma pur sempre mito. L’esperienza umana dell’agàpe  è molto più potente e coinvolgente. Il rito della messa è in fondo proprio la celebrazione dell’agàpe  e, quando si è tutti insieme in chiesa, cantando e pregando, è più di un semplice rito.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli