Giovedì santo
L’ebraismo
venne storicamente costruito intorno al mito della fuga dal Faraone d’Egitto e
del passaggio prodigioso del Mar Rosso che, dopo essersi aperto per lasciar
passare gli israeliti, si richiuse sugli inseguitori. Si narra che era stato
prescritto di uccidere un agnello, con il suo sangue di segnare gli stipiti
dell’architrave delle case e di mangiarne la carne. Così gli israeliti si sarebbero
salvati dalla tremenda sciagura che dal Cielo si sarebbe abbattuta sugli
egiziani: la morte dei primogeniti. Dopo di essa, il Faraone ordinò che gli israeliti partissero,
come era stato loro ordinato dal Cielo. Poi però ci ripensò e si lanciò al loro
inseguimento, con i carri da guerra, per riportarli indietro. Ma a un gesto di
Mosè, il loro condottiero, le acque del Mar Rosso si aprirono e gli israeliti
lo attraversarono all’asciutto. Ad un altro gesto di Mosè le acque si richiusero
e travolsero gli inseguitori, che morirono tutti. Di questi eventi si fa
memoria nella Pasqua ebraica. Si osserva il rito di una cena rituale con cibi
preparati in modi precisi e facendo delle letture. La cena di cui si fa memoria
nella messa celebrata il Giovedì santo è quella presieduta dal Maestro prima di
essere catturato, processato e giustiziato, l’Ultima cena: richiamava, per come
ce ne è giunta narrazione nei Vangeli, quella simbologia e l’idea di salvezza.
Ogni messa contiene, ritualizzate, la frazione e distribuzione del pane e la
distribuzione del vino, secondo quanto si narra che fece allora il Maestro, e secondo la teologia cattolica pane e vino
rendono presente il Maestro, sono lui. Così si pensa che mangiando quel
pane e bevendo quel vino ci si unisca a lui e con lui si sia salvati
dalla morte, ma in un senso molto più radicale di quello di cui si narra per
gli antichi israeliti.
Nella Messa di oggi si legge un brano del
libro dell’Esodo con le prescrizioni date agli israeliti per salvare i propri
primogeniti, con il sangue dell’agnello, poi un brano della lettera di Paolo ai
Corinzi in cui si racconta della frazione e distribuzione del pane e della distribuzione
del vino nell’Ultima Cena e, infine, un brano del Vangelo secondo Giovanni nel
quale si descrive il gesto del Maestro di lavare i piedi dei discepoli che
erano con lui, in quella Cena. Si mostrò come colui che serve, come, nel
Vangelo secondo Luca, al capitolo 22, versetto 27, si narra che disse, parlando
della sua missione. Ci comandò di fare come lui. Nel rito della lavanda dei
piedi della Messa di oggi è il celebrante che fa come il Maestro, ma l’ordine
di fare così non è diretto solo ai preti, ma a tutti:«[…]anche voi dovete
lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche
voi facciate come io ho fatto a voi [Gv 13, 14-15]».
Per quanto cristiani ed ebrei condividano
delle narrazioni bibliche, il senso che ad esse danno è profondamente diverso. In
particolare è diversa l’idea di salvezza.
Salvare dalla morte la gente in una occasione,
sia pure prodigiosamente, non è salvare dalla morte in assoluto, perché chi
è scampato dalla morte in quella occasione, poi morirà. Ma anche i cristiani
muoiono, anche il Maestro è morto, ed è morto di croce. Allora in che consiste
questa nuova salvezza?
Oggi
posso dirmi certo che il sole.
che è da poco tramontato, sorgerà di nuovo domani. E così che anch’io, come i
miei genitori e i miei nonni, morirò. Non posso avere questa certezza della mia
personale resurrezione. Tra i
cristiani si insegna che si è salvati nella speranza. Ci sono le narrazioni
evangeliche a fondarla, ma da sole non mi basterebbero, se non avessi fatto esperienza
dell’umana agàpe. Ho fatto anche esperienza, in particolare nella mia
professione, del male di cui gli umani sono capaci. Ma l’agàpe, la reale
possibilità di solidarietà benevole e misericordiosa conta di più. Il resto,
che volete?, è mito, sicuramente importante perché noi è con i miti che capiamo
il senso della realtà, ma pur sempre mito. L’esperienza umana dell’agàpe è molto più potente e coinvolgente. Il rito
della messa è in fondo proprio la celebrazione dell’agàpe e, quando si è tutti insieme in chiesa,
cantando e pregando, è più di un semplice rito.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli