venerdì 7 aprile 2023

Venerdì santo

 

Venerdì Santo

 

  La tradizione narra che il Maestro fu giustiziato con il supplizio della crocefissione il giorno prima del Sabato dei giudei, a Gerusalemme sotto dominazione romana, negli anni Trenta del Primo secolo, quand’era imperatore Tiberio Giulio Cesare, della dinastia giulio-claudia. La sua esecuzione fu preceduta da processi dinanzi alle autorità giudaiche, al Tetrarca di Galilea Erode Antipa che si trovava nella città e al Procuratore romano Ponzio Pilato, governatore della Giudea, che infine la ordinò. Le liturgie cattoliche del Venerdì Santo fanno memoria di quegli eventi.

  Si svolge una Celebrazione della Passione del Signore, con  un altare  interamente spoglio: senza croce, senza candelieri e senza tovaglie. Si legge un lungo brano evangelico tratto dal Vangelo secondo Giovanni, dal capitolo 18, versetto 1, al capitolo 19, versetto 42, con la narrazione di quella storia. Poi si adora la Croce che viene  portata in processione. Al termine della liturgia, sull’altare rimangono solo la Croce e due candelieri.

   Si ricordano fatti piuttosto comuni nella storia dell’umanità. Si narra di quando ne fu vittima il Maestro, ma in seguito anche gli stessi cristiani ne furono protagonisti come giudici ed esecutori dei supplizi. Si tratta di una narrazione che ci è giunta rivestita di significati teologici, che nei secoli vennero ulteriormente ampliati. Ogni epoca vi ha visto qualcosa di nuovo. Oggi si è portati anche a vedervi ritratta un’umanità che ha perso la sua speranza. Ed in effetti, come risulta dalle narrazioni evangeliche, sembra proprio che così fu nella cerchia dei primi discepoli.

  Naturalmente, celebrando quella liturgia si sa già che nel terzo giorno sarà Pasqua, ma, per chi vive intensamente la spiritualità del Venerdì santo, non manca di drammaticità.

  Perché il timore di essersi ingannati c’è, quando ciò che accade smentisce le nostre aspettative. E non possiamo essere rassicurati più di tanto dall’esterno. Dobbiamo fare appello a nostre risorse interiori.

 Anche dopo la Pentecoste tra i primi cristiani dubbi serpeggiavano, come dimostra una accorata lettera che Paolo scrisse alla comunità di Corinto, in Grecia, negli anni Cinquanta del Primo secolo.

   Per l’antico giudaismo la propria  vita dopo la morte non era una questione centrale e mi pare di capire che non lo sia nemmeno per gli ebrei nostri contemporanei. Per i cristiani lo divenne. All’inizio ci fu la fede nella Resurrezione del Maestro. Poi ci si attese la sua imminente venuta nella gloria, dal Cielo: che insomma, il mondo  finisse da lì a poco. Passando gli anni senza che ciò accadesse si dovette sviluppare una teologia dell’attesa più complessa, che troviamo esposta negli scritti attribuiti a Paolo. Ma certo non vediamo chiaro nell’aldilà. Dunque, speriamo  che la morte non sia l’ultima parola su di noi, come tutto invece sembrerebbe indicare.

  Nei secoli le attese sul dopo  divennero preponderanti. Il timore della pena eterna, il desiderio dell’intimità con il divino. Ma su questo non si poté che dar corso all’immaginazione, perché, appunto, ne sappiamo poco.

  Quando cominciai a leggere la Divina Commedia, alla scuola media, riuscii a conservare la fede solo perché mi rassicuravano che quello che vi si narrava era solo l’immaginazione del poeta per rivestire le sue concezioni politiche sul mondo del suo tempo.

 A volte, tra  il serio e il faceto come si dice, me ne sono uscito esprimendo lo sconcerto di potermi trovare in un aldilà pensato da altre religioni.

  Ma, in definitiva, non ho mai trovato molta utilità nel pensare a quello.

  La vita religiosa mi è  sempre servita per cercare di vivere in un  modo più degno. E nel farlo mi sono disfatto senza rimpianto dei modi poco degni in cui venne vissuta e praticata nella nostra tremenda storia.

  Ho parlato di supplizi inflitti dai cristiani, quando riuscirono a impadronirsi dei governi. Sotto questo punto di vista, il supplizio della croce non è certamente il modo più atroce per essere tormentati e uccisi.

  La cosa che in quel supplizio inflitto al Maestro ci  ha tormentato maggiormente è l’aver ucciso un giusto, colui che ci voleva aprire una via di salvezza. Ora si immagina che morendo in quella maniera l’abbia fatto, vale a dire che ci abbia aperto una via. Questo significa che la sofferenza e la morte non ci saranno risparmiate, perchè quella è la via da percorrere dietro a lui. In un brano del Vangelo secondo Marco viene esposto l’ordine di idee con cui le persone cristiane le affrontano: 

«E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.  Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: "Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini".

  Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantaggio c'è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita?  Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi".» [dal Vangelo secondo Marco, capitolo 8, versetti da 31 a 38 - Mc 8, 31-38]

 

 Qui di solito si interpreta per vita quella che continuerà anche dopo la morte.   Ma penso che è già qui, in questo mondo,  che iniziamo a rovinarcela rifiutando il    vangelo  che la tradizione ha fatto giungere fino a noi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli