domenica 2 aprile 2023

Domenica delle Palme

 

Domenica delle Palme


  La Domenica prima di quella di Pasqua la chiamiamo Domenica delle Palme. Dà inizio alla Settimana Santa che si concluderà Sabato prossimo, Sabato Santo. La liturgia venne riordinata nel 1955 sotto il Papato di Pio 12°. Voleva indurre una più ampia partecipazione del popolo. Si fa una processione che si vuole dedicata a Cristo re. La teologia del Cristo re venne sviluppata e utilizzata durante il Papato di Pio 11° in polemica contro tutti i movimenti che si opponevano all’assolutismo papale e anche contro  il cattolicesimo democratico, che all’inizio del suo manifestarsi, a cavallo tra Ottocento e Novecento fu combattuto addirittura come eretico.

  Anche da noi oggi si è fatta quella processione. Da circa trent’anni si seguono gli usi del movimento fondamentalista che da allora si radicò nella parrocchia. Si  fanno i loro canti e li si fanno ad alto volume utilizzando amplificatori. Quindi certamente non si passa inosservati nel quartiere. Non mi pare che questo abbia contribuito alla nostra popolarità. Fino a quando, da scout, frequentai la vicina parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, la si faceva diversamente, seguendo di più la tradizione che in Italia si era formata in questa cosa.

  Ci si richiama all’episodio evangelico dell’ultimo arrivo del Maestro a Gerusalemme, quando si narra che fu acclamato da una folla festante che usava fronde di alberi per fargli come un tappeto e sventolava rami di palma.  Viene narrato in tutti e quattro i Vangeli (Mt 21,1-11; Marco 11,1-11; Lc 19,28-40; Gv 12,12-19). Lo sventolare i rami di palma viene narrato però solo nel Vangelo secondo Giovanni.

  Tutto quel clamore gli costò la vita. Per le autorità romane che dominavano la Palestina dell’epoca era un agitatore sociale, per le autorità religiose giudaiche un reo di blasfemia.

 La gente che lo acclamava quel giorno aveva delle aspettative su di lui, che però erano fondate sul messianismo  che a quell’epoca pervadeva l’antico giudaismo. In questa cultura il Messia,  che significa unto, nel senso di investito di una missione sacra, era pensato come un re straordinario, capace di dare pace, prosperità, libertà agli israeliti. Tuttavia nei Vangeli si narrano parole del Maestro dalle quali risulta che egli non volle essere questo.

  Nel quadro della festa cristiana, a volte pensiamo che il Maestro sia stato acclamato dalla gran parte della gente che si trovava a Gerusalemme, e ce n’era anche molta che veniva da fuori per la vicina festa della Pasqua giudaica, ma le Scritture non mi pare ci autorizzino a farlo. Così come non ci autorizzano a pensare che, di li a poco, quando egli fu condotto avanti a Ponzio Pilato, Procuratore  romano che governava la Giudea per conto dell’imperatore, il Cesare, per essere giudicato, la folla che i Vangeli narrano abbia invocato la sua morte fosse composta da tutta  o almeno dalla maggior parte degli ebrei della città. In effetti tutti  i primi seguaci del Maestro rimasero giudei per diversi decenni e il distacco dei cristiani dall’antico giudaismo fu drammatico.

  Chi acclamiamo quando facciamo la processione dalla Domenica della Palme? Acclamiamo il Figlio, secondo la nostra teologia, e in questo non  impersoniamo la gente che sventolava le palme, acclamandolo come Messia, parole che nel greco antico venne tradotta con Cristo, al suo arrivo in città. Ma, d’altra parte, lo acclamiamo anche  come re universale in  questo mondo. E’ la teologia del Cristo re. E in questo, effettivamente, facciamo un po’ come quella gente là. In questo, però, siamo destinati ad andare delusi. Perché il suo regno non è di questo mondo, come ci disse. Dirlo ai tempi del papa Pio 11° poteva costare caro, anche se è un detto evangelico. Essenzialmente perché la questione implica anche l’estensione e l’effettività del  potere del Papa, come Vicario. I Papi storicamente vollero essere anche  sovrani in grado di comandare su tutte le potenze di questo mondo. Adesso è diverso, anche se nel Codice di diritto canonico c’è ancora l’imposizione del potere papale come assoluto e immediato. La realtà, lo sappiamo bene, è molto diversa: i Papi sono come prigionieri nella fortezza vaticana che, alla fine di una durissima controversia con gli italiani, ebbero dal fascismo mussoliniano in loro dominio esclusivo e definitivo. Sono prigionieri del loro ruolo e della corte che li attornia, specialmente poi quando si fanno molto vecchi. E la loro è una sorta di condanna a vita, dalla quale finora nessuno di loro è mai riuscito a liberarsi realmente, anche dopo aver rinunciato al loro potere. Così, probabilmente, sarà anche per il nostro Francesco, e l’ha capito bene. Non tornerà mai più nella sua Argentina, tra quella gente che è veramente sua, che abbandonò dieci anni fa.

  Ci si mise molto a mettersi in qualche modo d’accordo su chi fosse realmente il Maestro, ma poi si continuò a discuterne. Oggi le cose vanno meglio, almeno tra le grandi confessioni storiche. Ma le attese della gente sono ancora le più varie.

  Nella Settimana Santa ci si prova a rifletterci sopra.

  Il culmine della prova è il Venerdì santo, che sarà venerdì prossimo, quando cerchiamo di rivivere lo sgomento dei suoi seguaci quando lo videro ucciso e sepolto. Un mondo senza di lui. Naturalmente è solo liturgia, e già si prevede di celebrare la Resurrezione, nel terzo giorno.

  Ma la morte non è solo liturgia, per ogni persona è un’esperienza reale, che le sta intorno e davanti. La morte che priva tutto di senso, a meno che non le si dia un senso.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli