giovedì 17 novembre 2022

Strategie di governo parrocchiale

 

Strategie di governo parrocchiale

 

 

  Come è caratterizzata la nostra parrocchia tra i vari modelli che ho ieri sintetizzato?

  E’ stata istituita dalla Diocesi come parrocchia territoriale, ma questo dice poco, è solo la misura del potere ecclesiastico relativo all’ufficio del parroco, ad esempio di quello di certificazione.

 Ad un capo di via Val Padana sorge la chiesa parrocchiale con i locali annessi e questi immobili sono diventati il punto di riferimento per la religiosità della popolazione vicina che segue la fede cristiana cattolica. Ci si va a messa e per confessarsi, per richiedere liturgie per i fatti rilevanti della vita personale e di famiglia, per prepararsi ai sacramenti di iniziazione cristiana. Ci si va anche per cercare aiuto nelle difficoltà della vita. Tutte queste attività fanno capo ai preti, che, a volta, chiedono la collaborazione, in ruoli meramente ausiliari, di persone laiche. Da questo punto di vista la nostra parrocchia si presenta come un’istituzione per rendere servizi religiosi e caritativi. Una specie di Asl religiosa.

   I preti non sentono la necessità reale di coinvolgere le altre persone nelle scelte che si fanno, praticamente in nessuna, perché il coordinamento può farsi più velocemente ed efficacemente nel presbiterio, quindi tra loro. Poi sono stati formati a diffidare delle persone laiche. Trovo sorprendente la scarsa dimestichezza con loro che manifestano anche i giovani preti e quelli che al sacerdozio ancora si formano.  Va detto che questi tipi di attività appaiono assorbire l’intero tempo dei preti destinato al loro ministero e probabilmente i preti sono anche piuttosto affaticati, vicini, od oltre, a una sindrome cosiddetta di burn out,  che si ha quando si avverte la sensazione psicologica di essere come sommersi  dalle cose da fare senza mai riuscire ad esaurirle. D’altra parte, effettivamente, i preti sono pochi in relazione alle esigenze sia della popolazione praticante  con regolarità, stimabile in circa un migliaio di persone, stando alle statistiche nazionali, ma anche di quella che in maniera più vaga fa riferimento alla religione cattolica per le sue esigenze religiose, probabilmente, stando a quelle statistiche, ottomila persone circa. La popolazione del territorio della parrocchia è stimabile in circa quindicimila persone.

 Dal 1983 al all’autunno 2015 il presbiterio mi parve composto essenzialmente da preti che si erano formati in un movimento fondamentalista di stampo comunitario, al quale in definitiva si decise di affidare la parrocchia, quando cessò dal ministero di parroco don Vincenzo Pezzella, che l’aveva esercitato fin dalla fondazione, nel 1956. La mia famiglia si trasferì nel quartiere nel 1959, proveniente da Bologna, e da allora non si è mai mossa da lì, salvo, per me, un biennio in Abruzzo e un anno circa in cui abitai nel quartiere di mia moglie nel rione San Saba. Posso dire, quindi, di conoscere bene la parrocchia, come anche, almeno fino all’inizio degli anni ’70, quella vicina degli Angeli Custodi, dove fui scout.

  Dal 1983 e fino all’arrivo del nuovo parroco la vita, e finanche l’architettura, della parrocchia fu fortemente improntata alla religiosità di quel movimento fondamentalista, che iniziò a richiamare gente da altri quartieri, essenzialmente per partecipare ad essa, che è molto esigente ed esclusiva. Gli adepti vengono inglobati in piccole comunità  di una trentina di persone, le quali sono dirette con piglio piuttosto  autoritario da dei formatori e  sviluppano un programma di perfezionamento per gradi: in queste comunità si è molto solidali come se fossero una famiglia allargata, si deve  esserlo pena l’esclusione. Questo posso dire in base a un’osservazione dall’esterno, in quanto non mi è mai interessato approfondire, perché si tratta di una via che non mi ha mai coinvolto anche per dissensi specificamente di politica ecclesiastica e generale, che qui non intendo esplicitare. La mia via, che risente dell’educazione dossettiana  che ho ricevuto in famiglia, è più caratterizzata dalla libertà di coscienza e sono sempre stato insofferente ad ogni istituzione od organismo che abbia preteso di esercitare su di me un potere analogo a quello dei miei genitori quand’ero ragazzo.

  La riforma che si è tentata di attuare nel periodo che dicevo è stata concomitante con gravi problemi con la gente del quartiere, che ha cominciato a frequentare e praticare di meno, rivolgendosi, per i servizi religiosi che le servivano, in particolare per la formazione religiosa di base, alle parrocchie vicine. Da questo punto di vista, con l’impostazione data dal 2015 dal  nuovo parroco la situazione è tornata più o meno  quella di prima.

  Nella parrocchia gravitano ancora, tuttavia, le piccole comunità di quel movimento fondamentalista, le quali fanno vita propria, con proprie liturgie, proprie attività sociali e via dicendo. D’altra parte, se l’obiettivo sono programmi di perfezionamento, mescolarsi con l’altra gente fa perdere tempo e può provocare un regresso su quella via. Tuttavia la formazione religiosa di base organizzata dalla parrocchia per tutti  vede ancora la partecipazione di esponenti di quel movimento, che tendono, mi pare,  a riproporne i metodi e la concettuologia, che mi sembrano fortemente invisi per la mentalità di molte persone più giovani.  Ma, su questo, non posso essere più preciso. Non so se questo influisca sul fatto che in  genere perdiamo le persone adolescenti all’età dei primi amori, perché mi pare un fenomeno generalizzato a Roma.Tuttavia mi pare anche che in alcuni settori altrove vada meglio, e questo anche in certe esperienze di Azione Cattolica o di altre associazioni o movimenti ecclesiali, come gli scout. D’altra parte non mi  è mai stato chiesto di collaborare ad alcunché in parrocchia, e di fatto il mio contributo alla parrocchia si concentra sugli interventi su questo blog, per altro senza alcun segno di riconoscimento: è come se non esistesse. Nell’intestazione lo si precisa: il blog non è uno strumento informativo della parrocchia, né dell’Azione Cattolica, i preti non vi hanno alcun ruolo decisionale e ciò che vi si scrive va ascritto solo a chi scrive, anche se si scrive come ausilio e complemento per l’attività del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, che finora ha resistito in condizioni piuttosto avverse, molto meno avverse negli ultimi anni, nei quali però si è risentito del venir meno del ricambio generazionale per le scelte cosiddette pastorali degli anni precedenti, in cui in parrocchia non si indirizzarono più i giovani all’Azione Cattolica.

  La presenza in parrocchia di una importante componente fondamentalista, espressa da molta gente che non vive nel quartiere, ha reso finora difficile intendersi in un organismo fatto proprio per cercare di  intendersi come il Consiglio pastorale parrocchiale, che quindi da anni non si riunisce più. Indubbiamente se io e un esponente di quel movimento ci mettiamo a discutere di religione  è facile che finisca male, perché quelli mi pare abbiano l’anatema facile, accusando chi dissente da loro di non essere di Cristo, e io ho veramente poca pazienza, perché in mezzo a queste diatribe ci sono in mezzo da quand’ero liceale e me ne sono stufato.

  Ora, l’assetto attuale della parrocchia ha raggiunto però  un certo equilibrio.

  Un segno importante è stato in occasione della scorsa Settimana Santa, nella quale, complice anche l’epidemia da Covid 19, si sono evitate la aspre liti degli anni passati per il dominio liturgico  sulla Pasqua, che quel movimento caratterizza fortemente con proprie consuetudini liturgiche, in particolare con una veglia che si vuole vada dal tramonto del Sabato santo all’alba del giorno dopo, che la gente del quartiere in genere non sopporta e che per quegli altri, invece, è irrinunciabile, per cui chi non vi si assoggetta sembra essere considerato come un credente più tiepido. E qui  non voglio impelagarmi in alcun giudizio di valore, perché in religione si fanno, per ottimi motivi dichiarati, le cose più strane e se cominciamo a voler distinguere tra l’una e l’altra, almeno fin tanto che sia salva l’integrità fisica e psicologica della gente,  finisce che la si pianta con la religione e amen.

 Ma, certamente, nella nostra parrocchia non si vive un’esperienza sinodale, innanzi tutto perché si è molto sospettosi gli uni degli altri, e da un lato ci si disprezza e dall’altro ci si teme, un mix micidiale.

  Il nuovo presbiterio è riuscito, finora, solo a ottenere quell’equilibrio di cui dicevo, che comunque  è un risultato apprezzabile.

  Se però si volesse prendere sul serio i processi sinodali avviati dall’autunno dello scorso anno bisognerebbe pensare a come andare oltre a questo.

  I bla bla teologici non servono a nulla. In genere ci si disprezza e ci si  teme sulla base di ottime ragioni teologiche. D’altra parte è sempre andata così nelle nostre Chiese. E ancora oggi è così nella burocrazia ecclesiastica. Ordini religiosi e movimenti hanno prodotto un proprio clero, con propri vescovi e cardinali, e cercano di conquistare il Papato, da dove, almeno sulla carta, si può tutto, ma comunque, anche se non tutto, nessun Papa è mai stato in grado di esercitare tutto il potere che il diritto canonico gli attribuisce, si può molto, ad esempio, quanto a papa Francesco, ordinare processi sinodali  alle Chiese in Italia che in quel campo appaiono molto riottose. La lotta per il potere ecclesiastico si fa sempre per salvare  la Chiesa, quindi per ottime ragioni, ma in genere si fa cercando di tacitare ed escludere quelli che non ci stanno. Per nostra buona sorte, le democrazie europee impediscono di ammazzare per motivi religiosi e, al massimo, si emargina o si esclude, e questo talvolta, soprattutto per chi della religione ha fatto una professione, equivale a una morte civile. E per gli altri è comunque doloroso, non ce se ne riesce a infischiare e basta.

  Sulla base dell’esperienza pratica romana di questi ultimi anni, mi pare che la parrocchia territoriale  si dimostri più fragile di fronte al tentativo di saturazione di movimenti fondamentalisti, perché vive isolata. Ogni parrocchia è un mondo a sé e tra parrocchiani di parrocchie vicine ci si ignora, salvo quando ci si trasferisce per diventare parrocchiani d’elezione  in altre parrocchie. Dunque, un modo di recuperare sinodalità lì dove il fenomeno dei parrocchiani d’elezione crei problemi con la gente del quartiere, facendola sentire come straniera in casa propria, potrebbe essere quello di costituire di fatto, con apposite procedure sinodali partecipate e coordinate dai rispettivi Consigli pastorali parrocchiali,  ciò che in molte parti d’Italia si sta cominciando a creare di diritto, vale a dire comunità più vaste che comprendano più parrocchie vicine, e questo superando se occorra i confini territoriali pensati essenzialmente per misurare i poteri ecclesiastici, ad esempio il confine che ci divide dalla parrocchia degli Angeli Custodi. Una cosa è infatti creare una convivenza religiosa pacificata in un migliaio di praticanti, trecento dei quali seguono compatti una certa via, altra è organizzarla in un gruppo sinodalizzato di tremila, in cui, di necessità, per gestire la varietà di esperienza associative presenti, si debbono concordare certe regole per impedire colpi di mano.

  Bisogna ricordare che è regola delle società umane che ogni potere che non trovi convenienza nella pace e non trovi una sufficiente resistenza in altri poteri per il caso di colpi di mano sicuramente  li tenterà, esponendo a posteriori ottime ragioni, anche teologiche, per averlo fatto. Quindi la base di ogni sinodalità, su piccola e grande scala, è quella di rendere conveniente la convivenza pacifica e creare un sistema di regole condivise che scoraggi i colpi di mano: questo significa costituire una nuova cultura, anche giuridica.  Su questa via lascerei da parte la teologia, che si è sempre  dimostrata controproducente per fare pace, mentre, a pace fatta, senz’altro può essere valida per colorarla religiosamente. Mi concentrerei invece sulle cose concrete da fare, per le quali l’essere in molti di più è conveniente, perché consente di arrivare lì dove quando si è di meno, ad esempio solo i preti, non si arriva. La regola fondamentale, che è alla base di tutto, è di giurarsi reciprocamente di vietarsi l’anatema, che, del resto, compete solo ai gerarchi religiosi, ed anche da loro sarebbe meglio che fosse usato con molta cautela, considerata la tremenda storia delle nostre Chiesa. L’altra regola fondamentale della sinodalità  è questa: “Non solo da me, ma non senza di me”.  Su queste basi si può andare molto, molto lontano.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli