Pratiche di sinodalitá
Negli ultimi anni ho letto alcuni testi pubblicati in italiano, prevalentemente a scopo divulgativo, sulla sinodalitá. Sono consapevole che si tratta solo di una minima parte della letteratura mondiale sul tema, ma fanno capire i principali nodi concettuali sull'argomento, hanno preziosi riferimenti storici e indicazioni bibliografiche che possono servire a chi voglia approfondire. Sono stati scritti prevalentemente da teologi, ma in alcuni ci sono contributi di antropologi e di psicologi dei processi decisionali.
Gli apporti teologici indicano il contesto mitico in cui attualmente è inquadrata la comprensione della sinodalitá ecclesiale. Esso si è formato in stretta connessione con le dinamiche di potere in cui le gerarchie ecclesiastiche si sono trovate storicamente coinvolte ed è quindi inattuale, obsoleto, inutile ai fini dello sviluppo di una sinodalitá ecclesiale totale, quale quella proposta nel pensiero di Papa Francesco, perché pensato per legittimare un potere ecclesiastico autocratico, assolutistico, centralistico, quale quello che ancor oggi pretende e cerca di governare le nostre Chiese come personificazione di una supposta Chiesa universale, distinta e sovrapposta a quella vissuta dalle altre persone di fede.
Quando scrivo di mito non do a questa espressione alcun connotato di valore, né negativo né positivo, ma mi riferisco, da un punto di vista anzitutto antropologico, ad una struttura di pensiero che ci è indispensabile per organizzare le nostre società oltre i limiti cognitivi consentiti dalla nostra biologia, che condividiamo con gli altri primati, in particolare con quelli che diciamo antropomorfi perché più simili a noi nelle sembianze, nella struttura fisiologica e nei costumi, e che altrimenti costituirebbero barriere insuperabili. Su questo ritorno spesso e vorrei sottolinearne la portata. Spiega perché si è rivelato del tutto infondato il pregiudizio degli Illuministi e dei Positivisti, come anche oggi dei neo-positivisti, e i marxismi vanno inquadrati in questa categoria, che i miti, nei quali troviamo i fondamenti di tutte le religioni, fossero tipici di stadi primitivi dell'umanità e, nell'attualità, delle persone ignoranti. In realtà anche le persone colte e finanche quelle sapienti avranno sempre e per sempre necessità di elaborare miti per comprendere il senso della propria esistenza nel mondo. Ciò implica che le religioni non finiranno mai, anche se, in quanto così collegate come sono alla mentalità degli esseri umani, bisogna aspettarsi che subiscano storicamente trasformazioni profonde, al modo delle lingue.
Oggi lo sviluppo di una sinodalitá totale è, dunque, ostacolato dall'assetto del potere ecclesiastico costituito, definito miticamente come Sacra Gerarchia, e dai relativi miti, secondo i quali esso è voluto dal Cielo e, derivando da esso la sua legittimazione e le sue forze, è indiscutibile, o, detto altrimenti, infallibile, e quindi, come tale, non riformabile. Sarebbe, qui e ora, tale e quale come voluto dal Cielo. Dal punto di vista teologico il discorso torna, si sviluppa secondo una logica stringente, dal punto di vista antropologico no. L'attuale crisi delle Chiese cristiane dipende da questo, non dal fatto che la gente non è più disposta a credere nell'antica mitologia cristiana, perché, anzi, è vero proprio il contrario. Che poi l'etica normativa insegnata dal Magistero, in particolare quella sessuale, non sia generalmente osservata che da una minoranza della gente non conta nulla, perché, a ben considerare è sempre andata così, e la storia, dall'epoca a ridosso dell'anno Mille e fino più o meno al Concilio di Trento, nel Conquecento, ci narra addirittura di papi puttanieri e, a tal proposito, riferendosi a certi costumi disinvolti di papi del 10^ secolo, si parlò nei secoli successivi di pornocrazia. Un assetto religioso regge se la popolazione ne condivide i miti e in base ad essi si lascia governare, non dall'etica realmente praticata.
Insomma, iniziare dalla mitologia religiosa, sulla quale si esercita la teologia, non è produttivo per sviluppare una sinodalitá diffusa, totale, vale a dire ad ogni livello, non solo a quello della burocrazia ecclesiastica.
Chiediamoci invece: perché la sinodalitá, oggi, invece che, ad esempio, proporsi di sterminare gli eretici, secondo una triste e consolidata tradizione dei secoli passati nelle nostre Chiese? Fondamentalmente perché nel mondo di oggi la pace è risultata più conveniente delle guerre, in particolare di quelle di rapina e per l'egemonia e di quelle civili. Ciò dipende, per gli europei, dall'esperienza del lungo periodo di pace continentale vissuta dal 1945 al febbraio di quest'anno. Si è prodotta una conquista culturale per cui la pace è divenuta un valore specificamente politico, non solo etico, e in particolare di etica religiosa. Essa non riguarda tutto il mondo e, ad esempio, è vissuta secondo diversi contesti mitologici negli Stati Uniti e nell'immensa Repubblica popolare cinese.
Il primo passo per costruire una sinodalitá diffusa non dovrebbe essere quello di pasticciare con la teologia, ma di costituire intese di pace a livello delle esperienze comunitarie di base, che sono le uniche realmente esistenti come mondi vitali, le collettività dove le persone ricavano il senso della propria vita. Su questa via occorre creare o ricostituire, dove come nella nostra parrocchia ci fosse ma sia caduto in desuetudine, un organismo di sinodalitá sufficientemente rappresentativo della popolazione di riferimento nel quale possa tentarsi di inscenare la sinodalitá a cui si mira e che, in caso di successo, possa costituire un punto di riferimento mitico per l'altra gente. In questa accezione il mito in fase nascente è un'esperienza esemplare dotata di particolare forza emotiva a cui liberamente ispirarsi, quindi che possa costituire un riferimento al di là di strutture giuridiche di collegamento.
Insomma la pratica deve precedere la teoria mitologica. Essa poi seguirá.
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli