sabato 19 novembre 2022

Parrocchia, miti del sacro e potere ecclesiastico

 

Parrocchia, miti del sacro e potere ecclesiastico


  Il sacro  viene definito come l’attribuzione a un mito, a un rito, a una oggetto d’arte, a un luogo, a un edificio,  a una persona, ad un’istituzione della qualità di inglobare e di manifestare una potenza soprannaturale. L’idea di natura  è molto variata nelle civiltà umane: fondamentalmente si definisce natura  tutto ciò che in una cultura umana viene compreso e spiegato con il ricorso al principio di causalità materiale che coinvolge oggetti sensibili e osservabili, e nella misura in cui in cui in quella cultura si ritiene di comprenderlo e spiegarlo in quel modo.

  E’ intuitivo che l’area della natura  si è immensamente allargata nell’attuale cultura occidentale. Ma la produzione del sacro è continua anche in essa, come in tutte le altre civiltà umane, di ogni tempo. Infatti la funzione del sacro è del tutto indipendente da quella del conoscere  la natura e riguarda invece quella del dare senso all’esistenza umana, per cui accade che anche a ciò che viene compreso come natura vengano attribuite connotazioni sacre. Tipicamente questo accade nella nostra religione con i fenomeni fisiologici della riproduzione umana, che da qualche decennio sono compresi fin nei minimi particolari dalle scienze relative ma ai quali continua ad essere legato il sacro, per cui si dice che la vita è sacra fin dalla produzione dello zigote, che dal punto di vista biologico è una cellula osservabile solo al microscopio.

  Ciò che è sacro diviene anche inviolabile. C’è l’idea che la potenza soprannaturale in esso inglobata si vendicherà se minacciata, oltraggiata, colpita nell’entità concreta che la manifesta. Essa si ritrova in tutte le manifestazioni religiose  finora note. L’inviolabilità rende evidente del perché il sacro è stato sempre  anche uno strumento di potere in tutte le società umane note, anche di quelle dette etnografiche  o preistoriche perché non sono riuscite a tramandarci una narrazione esplicita di loro stesse, ad esempio attraverso la tradizione di un loro mito fondativo, e le conosciamo solo mediante altre tracce, ad esempio archeologiche. Ogni potere sogna infatti l’inviolabilità e quindi strumentalizza il sacro al fine di ottenerla. Fino all’avvento delle democrazie contemporanee, tutti i poteri pubblici in Europa erano sacralizzati.  

  Nei momenti di transizione tra le civiltà umane, quelli in cui esse evolvono più rapidamente, si vive anche una crisi del sacro perché si viene modificando il senso attribuito all’esistenza umana. Nell’attuale Occidente, e in particolare in Europa molto più che in ogni altra parte del mondo, stiamo vivendo uno di questi periodi, detti anche passaggi di fase storica. Ogni forma di potere pubblico e privato ne è coinvolta, perché ogni forma di potere aveva (e continuerà ad avere in altre forme) una sua sacralizzazione. In particolare ciò riguarda il potere ecclesiastico, che nella nostra confessione religiosa è molto articolato e antico, avendo quindi, in particolare nei riti, un sostrato di sacralità molto intenso.

 Tutti coloro che lamentano una scarsa attenzione al soprannaturale nelle attuali consuetudini ecclesiali in realtà lamentano la perdita del sacro  del passato. Ecco quindi che certi movimenti religiosi cercano di recuperarlo ad esempio nell’abbigliamento del clero e dei religiosi e recuperando forme liturgiche più antiche.

  Al centro dell’evoluzione sociale al quale la crisi del sacro è collegata c’è il passaggio da una civiltà in cui l’ordine sociale si otteneva sottoponendosi al potere assoluto  di oligarchie sacralizzate ad altra in cui le oligarchie che esercitano poteri sociali (e dati i nostri limiti biologici insuperabili di specie non c’è altro modo per esercitarlo se  non mediante oligarchie, vale a dire piccoli gruppi) non sono più sacralizzate e quindi possono essere criticate, per cui il loro potere non è  più assoluto e c’è la concreta possibilità per tutti di influire in qualche modo, con procedure definite, nell’esercizio del loro potere. Questa è la sostanza della democrazia, alla quale la desacralizzazione, altrimenti detta anche secolarizzazione, è essenziale. Non può esistere una democrazia in una struttura  di potere che mantenga una qualche sacralizzazione. Questo processo ha investito anche l’ordinamento ecclesiastico della nostra confessione religiosa, strutturato intorno a quella che viene definita significativamente Sacra Gerarchia. I processi sinodali avviati l’autunno dello scorso anno riguardano proprio questo tipo di organizzazione.

  La ritrosia evidente a praticare la sinodalità totale che viene proposta da papa Francesco, vale a dire una sinodalità che riguardi tutte le persone di fede e ad ogni livello non solo la burocrazia ecclesiale, ragione per cui i processi sinodali attualmente in corso sono iniziati con una fase di ascolto del Popolo di Dio, dipende dal fatto che si sta incidendo su prassi organizzative caratterizzate dal sacro, nel senso che ho sopra definito, con tutto ciò che ne consegue. Fondamentalmente si è riluttanti per timore della vendetta soprannaturale o che il soprannaturale ci abbandoni, come si narra sia accaduto alla Presenza  quando venne violata la sacralità del Tempio di Gerusalemme, nel Primo secolo, e allora essa se ne sarebbe volata nel più alto dei Cieli, là dove l’umanità di ogni tempo ha sempre collocato gli Esseri supremi.

 Lo sforzo della teologia favorevole alla sinodalità è quello, allora, di desacralizzare  ciò che si vuole rendere sinodale, mantenendo tuttavia una assetto sacrale dei poteri religiosi, sforzo che mi pare destinato all’insuccesso, almeno stando ai risultati finora raggiunti. Credo che il mutamento di mentalità debba essere molto più profondo, ma, non essendo un teologo, non mi sento di dire di più.

  Va detto che la categoria del sacro   è stata storicamente un elemento culturale che i cristianesimi hanno recepito dai culti precedenti e che non rientrava nelle concezioni delle loro origini, che appaiono invece piuttosto desacralizzanti. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta questo fu un tema a cui ci si appassionava molto: gli eventi religiosi che si vivevano allora venivano anche interpretati come un passaggio dal sacro al mistico. Nell’aprile 1980, mio zio  Achille sociologo accompagnò mio  cugino Sergio in un viaggio in  Provenza – la destinazione finale era Avignone e si rifletteva, appunto, sulla sacralizzazione del potere ecclesiastico – e ci assegnò come libro di testo  il libro  “Il sacro oggi. Una svolta antropologica”, a cura di Pino Mercuri, Edizioni dell’Apocalisse, Milano, 1980. Conteneva un saggio di Sabino Acquaviva (“Mutazione antropologica”), e interviste allo zio (“Il feticcio del sacro”), a Franco Ferrarotti (“Dopo il cristianesimo”) e Ida Magli (“La cultura come sovranatura”). L’anno seguente Gianni Baget Bozzo pubblicò “Dal sacro al mistico. Parlare del cristianesimo come se fosse la prima volta”.

 In particolare l’Incarnazione è stata anche interpretata come una desacralizzazione, come uno spogliarsi del sacro.

  La svolta cultura che stiamo vivendo è molto profonda e, in quanto tale, può rivelarsi anche dolorosa per molti. Il sacro ha a che fare, infatti, con il senso della vita e può essere particolarmente disorientante cambiare quando ormai si interpretava la propria vita secondo una certa concezione sacra.

 Può aiutare pensare che non sono in questione i fondamenti, ma una sacralizzazione che nei secoli passati ha coperto forme di potere ecclesiastico che hanno avuto genesi storica piuttosto distante dalle origini e che riflettono concezioni dell’esercizio dei poteri in società che ora sono divenute non solo obsolete, ma anche pericolose. Le oligarchie, anche se sacralizzate, hanno una visione limitata degli eventi e appunto questo le rende pericolose, se si sottraggono alla critica sociale,  in un’era come la nostra in cui la sopravvivenza di ormai oltre otto miliardi di persone dipende dal capire a fondo ciò che accade. E poi, attuando la sinodalità parrocchiale, non è in questione neppure tutto ciò, perché si tratta di organizzare la vita di prossimità di una collettività in cui ancora sono possibili relazioni faccia a faccia, per cui, ad esempio, se nel decidere insieme gli orari delle messe domenicali si cerca di considerare razionalmente le esigenze della gente, cercando di rendere le liturgie accessibili ai più, senza tirare in ballo il sacro, senza imputarsi ad esempio nel ritenere che la messa delle nove è voluta dal Cielo a quell’ora lì, per cui se si volesse spostarla alle nove e trenta letteralmente cadrebbe il mondo, non si commette alcuna violazione di ciò che in religione deve rimanere immutato, ma si muta un costume umiliante per la gente, per il quale decideva tutto, anche nelle minime cose,  una sola persona, il gerarca, che è, come dice l’etimologia della parola, chi esercita un potere sacro. E’ fuori luogo tirare fuori il sacro a questo livello. Che invece è proprio ciò che si è fatto da parte dei nostri vescovi nell’organizzare la fase di ascolto  del Popolo di Dio, che quindi, in realtà, non c’è stata, proprio per il timore del sacro.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli