sabato 15 ottobre 2022

Ultracattolici o ultrà cattolici

 

Ultracattolici  o ultrà cattolici?

 

 Di un personaggio pubblico del quale le cronache si sono occupate in questi giorni è stato scritto che è un ultracattolico. Recita un intero rosario al giorno, pensa che gli immigrati si stiano sostituendo agli italiani e che, per impedirlo, occorra fare più figli e proteggere con misure militari e di polizia i confini territoriali e marittimi dai disperati del mondo che cercano di raggiungerci, e anche inasprendo le nostre culture per renderle inospitali verso di loro, ad esempio marcando le differenze religiose. Interpreta il comando evangelico di amare il prossimo nel senso che occorra occuparsi principalmente delle persone della propria cerchia, in questo senso prossime. In un discorso di Stato  ha salutato  il Papa come «riferimento spirituale della maggioranza dei cittadini italiani e promotore del rispetto dei più alti valori morali nel mondo e di un’azione per la pace». Egli apprezza anche la liturgia che si praticava prima della riforma attuata dopo il Concilio Vaticano 2° e il suo matrimonio è stato celebrato così. Questo, almeno, ciò che di lui hanno riferito i mezzi di comunicazione di massa.

  In definitiva, pare di capire che appartenga alla piccola minoranza di persone di fede che rifiutano i principi deliberati nel Concilio Vaticano 2°, che si è chiuso ormai cinquantasette anni fa. Non solo nelle questioni liturgiche, ma, ad esempio, nell’idea di laicità delle istituzioni pubbliche, che devono essere partecipate da persone di ogni fede. L’idea che il Papa sia il riferimento spirituale della maggioranza degli italiani contrasta con le statistiche ed egli, del resto, è un esempio di quelli per cui non lo è. La sua idea di prossimo  in senso evangelico contrasta apertamente con il Magistero esposto nell’enciclica Fratelli tutti  del 2020, centrata sulla parabola del Samaritano misericordioso. Il Maestro la narrò proprio per rispondere alla domanda su chi dovesse essere il nostro prossimo. In realtà, insegnò, occorre  farsi prossimi ai sofferenti, come il Samaritano della parabola con il perfetto sconosciuto che aveva incontrato per la via, derubato e ridotto a mal partito dai malfattori. Quanto al problema dell’immigrazione, il Papa è sempre stato molto duro nel condannare abbandoni e respingimenti. Qualche giorno fa ha detto, nell’omelia nella messa celebrata in piazza San Pietro in occasione della canonizzazione del beato Giovanni Battista Scalabrini: «Per favore, includere sempre, nella Chiesa come nella società, ancora segnata da tante disuguaglianze ed emarginazioni. Includere tutti. E oggi, nel giorno in cui Scalabrini diventa santo, vorrei pensare ai migranti. È scandalosa l’esclusione dei migranti! Anzi, l’esclusione dei migranti è criminale, li fa morire davanti a noi. E così, oggi abbiamo il Mediterraneo che è il cimitero più grande del mondo. L’esclusione dei migranti è schifosa, è peccaminosa, è criminale, non aprire le porte a chi ha bisogno. “No, non li escludiamo, li mandiamo via”: ai lager, dove sono sfruttati e venduti come schiavi. Fratelli e sorelle, oggi pensiamo ai nostri migranti, quelli che muoiono. E quelli che sono capaci di entrare, li riceviamo come fratelli o li sfruttiamo? Lascio la domanda, soltanto

  Non do tanta importanza al rito. Penso che bisognerebbe lasciare la libertà di celebrare come si preferisce. La messa è sempre messa: l’essenziale è la consacrazione.  Basta che non mi costringano a liturgie in latino. Ho fatto il classico e un po’ di latino lo ricordo, come anche di greco. Ma preferisco di gran lunga la messa in italiano, a cui posso partecipare senza sforzarmi. Poi il ciclo delle letture bibliche vi è molto più completo. Penso poi a coloro che non hanno fatto o non hanno fatto bene il latino a scuola: che capirebbero?

  La questione del prossimo  è invece più importante. E’ centrale per la nostra fede. Quella su Dio  ne è strettamente legata. Come possiamo dire di amare Dio che non vediamo se non siamo capaci di amare chi invece ci compare dinanzi, e per di più sofferente, bisognoso? E’ scritto.

 

19.Noi amiamo Dio, perché egli per primo ci ha mostrato il suo amore. 20.Se uno dice: «Io amo Dio» e poi odia suo fratello, è bugiardo. Infatti se uno non ama il prossimo che si vede, non può amare Dio che non si vede.

21.Ma il comandamento che Dio ci ha dato è questo: chi ama Dio deve amare anche i fratelli.

[Dalla prima lettera di Giovanni, capitolo 4, versetti da 19  a 21 – 1Gv 4, 19-21 - versione TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  E traduciamo con amore  il greco antico agàpe, che non indica tanto un sentimento ma una condotta misericordiosa, solidale, inclusiva, per cui si fa parte agli altri di ciò che si ha.

 È questione cruciale per ciò che chiamiamo  comunione.

 So perfettamente di essere capitato nelle società dei padroni del mondo e, quindi, di non essere un tipo esemplare in materia di agàpe. A parte la mia famiglia, in genere non mi riesce di essere tanto agapico. Faccio un po’ di elemosina, cerco di essere cortese, tutto qui. Partecipo con le mie tasse alle iniziative sociali pubbliche e con i contributi alla Chiesa a quelle da essa realizzate. Ma capisco di essere in colpa e me ne pento. Ed è proprio la mia fede ad accusarmi. Quindi non la utilizzo contro  i sofferenti, chiunque essi siano, qualunque sia il loro dolore, da qualsiasi  posto provengano.  Questo certamente mi differenzia molto da quelli che vengono indicati come ultracattolici, con i quali  quindi non mi sento in comunione.

  Ma in che senso ultra? Nel senso di super?

  Ecco, questo mi dà un po’ fastidio. Di essere disprezzato, e quasi sconfessato  o addirittura scomunicato  per vie di fatto, perché non condivido e non pratico la loro via.

  Anticamente i cristiani venivano detti quelli della via. Ecco, certamente la mia via  non è quella degli ultracattolici.

  Ma se noi verremo giudicati sull’agàpe, anche questo è scritto,  e quindi più agapici  si è più si è conformi al vangelo, come è possibile essere considerati migliori se non solo non si pratica l’agàpe  come insegnata dal Maestro, su questo poche persone possono ritenersi non in difetto, praticamente solo quelle che accettano di rischiare la vita, cioè tutto, per agàpe,  ma addirittura lo si rivendica a proprio merito e onore?

  Per chiarire meglio come stanno le cose, in attesa che la controversia  su chi è migliore venga decisa, proporrei di non chiamare più ultracattolico chi che la pensa come il personaggio pubblico in questione, bensì ultrà cattolico, richiamando le pratiche di certe tifoserie, che si costituiscono essenzialmente per fare a botte con altre, le partite rimanendo un po’ sullo sfondo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli