venerdì 7 ottobre 2022

Sinodalità: mete irraggiungibili

 

Sinodalità: mete irraggiungibili

 

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[Dal documento La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa della Commissione Teologica Internazionale (2018)]

 

6. Benché il termine e il concetto di sinodalità non si ritrovino esplicitamente nell’insegnamento del Concilio Vaticano II, si può affermare che l’istanza della sinodalità è al cuore dell’opera di rinnovamento da esso promossa.

  L’ecclesiologia del Popolo di Dio sottolinea infatti la comune dignità e missione di tutti i Battezzati, nell’esercizio della multiforme e ordinata ricchezza dei loro carismi, delle loro vocazioni, dei loro ministeri. Il concetto di comunione esprime in questo contesto la sostanza profonda del mistero e della missione della Chiesa, che ha nella sinassi eucaristica la sua fonte e il suo culmine. Esso designa la res del Sacramentum Ecclesiae: l’unione con Dio Trinità e l’unità tra le persone umane che si realizza mediante lo Spirito Santo in Cristo Gesù.

[…]

45. La Chiesa è una perché ha la sua sorgente, il suo modello e la sua meta nell’unità della Santissima Trinità (cfr. Gv 17,21-22). Essa è il Popolo di Dio pellegrinante sulla terra per riconciliare tutti gli uomini nell’unità del Corpo di Cristo mediante lo Spirito Santo (cfr. 1Cor 12,4).

  La Chiesa è santa perché è opera della SS.ma Trinità (cfr. 2Cor 13,13): santificata dalla grazia di Cristo, che le si è consegnato come Sposo alla Sposa (cfr. Ef 5,23) e vivificata dall’amore del Padre effuso nei cuori mediante lo Spirito Santo (cfr. Rm 5,5). In essa si realizza la communio sanctorum nel suo duplice significato di comunione con le realtà sante (sancta) e di comunione tra le persone santificate (sancti). Così, il Popolo santo di Dio cammina verso la perfezione della santità che è la vocazione di tutti i suoi membri, accompagnato dall’intercessione di Maria SS.ma, dei Martiri e dei Santi, essendo costituito e inviato come sacramento universale di unità e di salvezza.

  La Chiesa è cattolica perché custodisce l’integrità e la totalità della fede (cfr. Mt 16,16) ed è inviata per radunare in un solo Popolo santo tutti i popoli della terra (cfr. Mt 28,19).    È apostolica perché edificata sopra il fondamento degli Apostoli (cfr. Ef 2,20), perché fedelmente trasmette la loro fede e perché è ammaestrata, santificata e governata dai loro successori (cfr. At 20,19).

 

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  L’idea di Trinità  non risale alle origini. L’espressione è testimoniata per la prima volta negli scritti di Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, un filosofo cartaginese vissuto tra il Secondo e il Terzo secolo, di cultura e lingua latina. Il dogma trinitario fu sviluppato poi nei Concili ecumenici svoltisi tra il Quarto e il Settimo secolo e ora è osservato dalla gran parte delle Chiese cristiane e, naturalmente, dalla nostra, in cui originò. Ha molte sfaccettature e implicazioni, ma va rilevato che, in quell’ordine di idee, la nostra umanità, in Cristo, è inserita nella divinità, per cui è possibile affermare, come ha fatto la Commissione Teologica internazionale sulla base di un’antica dottrina, che, quanto alla Chiesa,  il suo modello e la sua meta è nell’unità della Santissima Trinità. Fin qui la teologia e, in particolare, quella dogmatica, che, appunto studia i dogmi, vale a dire le definizioni sulla nostra fede che è obbligatorio accettare per essere considerati dentro, altrimenti si è fuori. Questo è, sostanzialmente, il significato ecclesiastico di verità, che non è sinonimo di conforme alla realtà, per il motivo che noi delle realtà soprannaturali possiamo sapere solo ciò che esse hanno inteso rivelarci  e di esso dobbiamo fidarci, non potendo compiere alcun’altra indagine.

   Quando cerchiamo di costruire la sinodalità ecclesiale, capiamo subito che quella meta è irraggiungibile in concreto. Nessuna nostra comunità, per quanto si sforzi di vivere come con un cuore e un’anima sola, potrà mai realizzare il modello della Trinità come la teologia lo ha definito. Si tratta di una conclusione empirica, vale a dire basata sull’esperienza, sull’osservazione di come siamo e come viviamo, perché in questo ciò è senz’altro possibile. È un modello che non riuscirono a vivere neppure gli apostoli, sul cui fondamento la nostra vita ecclesiale vorrebbe fondarsi.

  Ormai di Chiese, dopo duemila anni di travagliatissima storia,   abbiamo una vasta conoscenza sociale e anche dirette esperienze di vita: sappiamo come vanno. Se noi cerchiamo di riformarne l’organizzazione cercando di calare sulla Terra la Trinità, certamente falliremo. Perché mai dovremmo considerarci migliori dei tanti che ci hanno preceduto e, addirittura, degli stessi apostoli?

  Questo è un problema grossissimo, che in qualche modo si cerca di eludere, di lasciare sullo sfondo, quando si tesse la rete della socialità ecclesiale, ma che prima o poi spunta fuori.

  Più o meno da metà Ottocento, ci si è convinti che un metodo per venirne fuori è obbedire tutti al Papa, che si pensa particolarmente assistito dallo Spirito Santo. Qui non ci occupiamo di dogmatica e dovrebbe essere un teologo di quella specializzazione a dire se l’idea è stata confermata dall’esperienza. Per quanto riguarda le questioni di organizzazione ecclesiale e i rapporti Chiesa-mondo, certamente non ha funzionato e un esempio di ciò può essere considerato proprio il papato del papa Pio 9°, il quale ottenne dal Concilio Vaticano 1°, interrotto in circostanze drammatiche nel 1870, la delibera del dogma dell’infallibilità pontificia in materia teologica. Un Papa stragista, che da sovrano territoriale invocò l’intervento degli eserciti stranieri per massacrare i sostenitori della mazziniana Repubblica romana, che l’avevano detronizzato, pur riconoscendogli integralmente il suo alto magistero religioso.

  La riforma sinodale promossa dal papa Francesco è un’altra via. Si basa sull’idea di un sensus fidei  di noi, Popolo di Dio, che avremmo un intuito particolare nel credere  ciò che si deve, ciò che sinceramente non mi è particolarmente evidente, almeno nelle questioni ecclesiali e sociali. Ci siamo anzi dimostrati fallibili, fallibilissimi, come i nostri gerarchi, in quei campi e anche nel resto, per la verità.

 In realtà, un metodo di provata efficacia per cercare di evitare almeno gli errori più grossi è quello di dialogarci sopra, pensandoci in tante persone e quindi esaminando le questioni da tanti punti diversi. Un modo più partecipato  e consapevole  di affrontare i problemi, di fare Chiesa,  potrebbe dare quindi risultati migliori. Però non solo non siamo abituati a questo, ma non lo sono clero e religiosi, che attualmente decidono tutto, insindacabilmente da parte nostra, e temono, cambiando, di perdere il controllo di tutto e anche di poter essere fulminati dai loro superiori (come talvolta è accaduto).

  Quindi adesso il processo di riforma sinodale avviato lo scorso autunno dal Papa sta miseramente fallendo, perché, nonostante la missione fosse quella di coinvolgerci maggiormente, i nostri vescovi hanno pensato prudentemente di mettere ordine alle cose costruendo tutto come una liturgia  da loro stessi celebrata. In questo contesto a noi spetta, come al solito, il ruolo di recitare le frasi scritte sul foglietto.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli