giovedì 6 ottobre 2022

Sinodalità e burocrazia ecclesiastica

 

Sinodalità e burocrazia ecclesiastica

 

Nei primi paragrafi del documento del 2017 della Commissione Teologica Internazionale  La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa” [https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20180302_sinodalita_it.html] si chiarisce il principale problema per l’attuazione del progetto di riforma sinodale  del modo di fare Chiesa avviato da papa Francesco.

 Progressivamente il sinodo è divenuto, nella Chiesa cattolica, una articolazione burocratica  che doveva servire  più che altro a concertare e a trasmettere le disposizioni dell’autorità ecclesiastica a preti e religiosi.

 

Nella Chiesa cattolica la distinzione nell’uso delle parole “concilio” e “sinodo” è recente. Nel Vaticano II sono sinonime nel designare l’assise conciliare. Una precisazione è introdotta nel Codex Iuris Canonici della Chiesa latina (1983), dove si distingue tra Concilio particolare (plenario o provinciale) e Concilio ecumenico, da un lato, Sinodo dei Vescovi e Sinodo diocesano, dall’altro. [Dal documento citato]

 

   Questo sviluppo si può datare dal Cinquecento. Nell’Ottocento il Papato assunse l’attuale struttura organizzativa assolutistica.  Il Concilio Vaticano 2° cercò di passarci sopra, tornando alle origini, quando “concilio” e “sinodo” erano sinonimi, ma il diritto, anche con il nuovo Codice di diritto canonico del 1983 che venne promulgato con l’intento dichiarato di adeguare le norme ai principi conciliari,  riportò tutti all’ordine, mantenendo la distinzione tra i due tipi di organismi che si era venuta manifestando.

  Insomma, ancor più di  quelli che ancora si era continuato a chiamare Concilii, i  Sinodi  era cosa per addetti ai lavori. La gente di fede ne rimaneva esclusa.

  Le esperienze di apertura che, sulla base dei principi deliberati nel Concilio Vaticano 2°,  si sono fatte dagli anni Settanta per consentire anche alle persone laiche di avere voce nei sinodi diocesani, profittando dal potere di organizzazione attribuito al vescovo, non vengono ritenute soddisfacenti: hanno prodotto molta documentazione, ma pochi fatti concreti, e, secondo le norme di diritto canonico, il vescovo vi rimane unico legislatore, per cui, in definitiva, l’ultima parola è la sua e non è tenuto a rispettare in alcun modo la volontà collettiva emersa nel sinodo da lui organizzato.

  Il fatto che la nostra Chiesa, nelle sue molte articolazioni territoriali, sia una grande proprietaria immobiliare e gestisca ingenti patrimoni finanziari ha reso più difficili le cose. In parte, questa situazione deriva dal fatto che essa è una grande organizzazione, che coinvolge nel mondo oltre un miliardo di persone, anche se coloro che potrebbero essere interessati a una partecipazione sinodale sono probabilmente molti di meno. Di fatto una buona parte degli immobili di proprietà ecclesiastica sono poco abitati e parte delle altre ricchezze non sono pertinenti alle opere di religione o lo sono molto alla lontana. Comunque tutto questo c’è e va amministrato, dunque sono necessarie norme che chiariscano chi può fare che cosa e che impediscano che con colpi di mano gruppi di spregiudicati se ne approprino arbitrariamente.

  Su scala minore è un problema che riguarda la parrocchia, che possiede un complesso immobiliare di un certo valore, al centro del nostro quartiere.

  Il diritto è geneticamente costruito per conservare e, naturalmente, ostacola il cambiamento. Di solito cambia quando in una società i moti di rinnovamento sono già andati molto avanti e allora si cercano nuovi equilibri.

  Questo spiega perché sarà molto difficile che la sinodalità, come   “dimensione costitutiva” della Chiesa, per cui quest’ultima verrebbe vissuta come “Chiesa sinodale”, possa essere attuata con una riforma generale dell’organizzazione ecclesiastica, perché chi possiede  di solito è restio a cedere e chi possiede di più lo è maggiormente, per cui probabilmente si produrrebbero resistenze invincibili, tanto che finora, nonostante gli spunti forniti dal Concilio Vaticano 2°, non siamo ancora neanche agli albori della sinodalità.

  Più produttivo è iniziare a sperimentare la sinodalità in ambito più limitato e nelle relazioni specificamente religiose, lasciando da parte le questioni di gestione patrimoniale.

  Ad esempio si potrebbe cominciare ad essere sinodali nel decidere dove piazzare le statue dei santi nella Chiesa parrocchiale, nel decidere l’orario delle messe, nel programmare l’utilizzo dei locali parrocchiali tra le varie iniziative in corso o la formazione permanente dei catechisti. Quest’ultima, per quanto ne so, non si fa nella nostra parrocchia, per cui le persone volenterose che si prestano a collaborare vengono mandate allo sbaraglio.

   Insegnare  è un’arte difficile, che non viene naturale, e certamente non viene, in genere, ai preti, che, per ciò che ho sperimentato, non sono buoni insegnanti, non avendone avuti probabilmente loro stessi ai tempi in cui imparavano.

  Purtroppo, come al tempo in cui mia madre, da catechista volontaria che era, cominciò a frequentare catechetica nella vicina Università salesiana, la competenza nel ramo viene vista con sospetto, tanto che lei fu sbrigativamente allontanata da quel ministero, per cui aveva voluto prepararsi meglio. Non si voleva che cambiasse nulla della esausta catechesi che si praticava all’epoca.

  Fu una decisione del parroco dell’epoca, don Vincenzo Pezzella, e mia madre vi ci si sottomise con molta sofferenza, ma senza recriminare. Si dedicò da allora alla spiritualità mariana. Io all’epoca non diedi importanza alla cosa, perché non frequentavo più la parrocchia, ma poi, quando fui in grado di capire bene l’ingiustizia e soprattutto la sconsideratezza della cosa, me ne risentii molto e rimasi sempre piuttosto insofferente verso ogni grado della gerarchia ecclesiastica, che per quanto posso evito, ad ogni livello.

 Forse una struttura sinodale di prossimità avrebbe potuto evitare che la parrocchia fosse privata proprio di una persona che, studiando in una università ecclesiastica (mia madre fu tra le prime tre donne laiche ad essere ammesse nell’Università dei salesiani di Roma), era divenuta un po’ più competente.

  Ma, purtroppo, devo constatare amaramente che le cose non sono affatto cambiate da allora.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli