sabato 8 ottobre 2022

Missionarietà

 

Missionarietà


  Nel pensiero di papa Francesco la sinodalità è finalizzata alla missione. Su quest’ultima le Chiese cristiane hanno sviluppato molte e diverse concezioni. Essa è fondata evangelicamente, vale a dire che si ritiene essere un compito che ci è stato assegnato dal Maestro e, in genere, si ricorda questo brano del Vangelo di Matteo, l’ultimo di quel testo, al capitolo 28, versetti dal 16 al 20 (Mt 28, 16-20):

 

  Gli undici discepoli andarono in Galilea, su quella collina che Gesù aveva indicato. Quando lo videro, lo adorarono. Alcuni, però, avevano dei dubbi.

  Gesù si avvicinò e disse: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo».

 

  In una visione più clericale si pensa che la missione consista essenzialmente nell’iniziazione sacramentale e liturgica delle persone,  e allora si mette l’accento sul battesimo. C’è chi ritiene che comprenda anche la trasformazione della società, e allora considera l’ubbidire  a tutto ciò che il Maestro comandò, inteso come una religiosità centrata sull’agàpe, sulla vita solidale, misericordiosa, sollecita verso tutte le altre persone, senza confini e discriminazioni.

  Nel brano evangelico  sopra riportato viene prima il comando di andare, poi quello di fare discepole tutte le persone, quindi il battezzare e, infine, l’insegnare.

  Viene di solito sottolineato che l’espressione che traduciamo tutti è nel greco antico evangelico πάντα τ θνη, che si legge pànta ta ètne, e significa tutte le genti. Nel lessico evangelico, la parola θνη-ètne-genti indica solitamente i non ebrei, e, in altri contesti, la traduciamo con pagani. Tuttavia la parola pagano,  che disinvoltamente usiamo in senso spregiativo per indicare gli infedeli, non si adatta perfettamente al greco evangelico. Viene dal latino paganus che indicava coloro che vivevano nei villaggi rurali, dove a lungo si continuò a praticare l’antica religione politeistica. Il cristianesimo, infatti, in Italia si diffuse inizialmente nelle città. Vale quindi anche come incolto.  Quindi in quel senso vale come il romanesco burino, significato che non è nella parola greca θνos-ètnos-gente/nazione. Il Maestro non riteneva certo che tutti i non ebrei fossero burini incolti.  πάντα τ θνηpànta ta ètne – tutte le genti, nel contesto del brano evangelico che ho sopra riportato,   si ritiene che significhi in realtà tutto il mondo, giudei compresi, a indicare una missione non più rivolta solo a questi ultimi, dopo la Resurrezione.

  Bisogna considerare che, quando apparve il testo scritto di quello che chiamiamo Vangelo secondo Matteo, probabilmente nella seconda metà del Primo secolo, i cristiani erano ancora un piccolo numero. Oggi il mondo cristiano, inteso come le genti che fanno riferimento al cristianesimo per la loro spiritualità religiosa, sono oltre un miliardo. Questo comporta che la missione  presenti due aspetti: verso i popoli non cristianizzati e verso quelli cristianizzati, in quest’ultimo caso per continuare a insegnare di generazione in generazione l’ubbidienza  a ciò che il Maestro ha comandato. Comunque inizia con un andare, reso nel lessico di papa Francesco con l’uscire, da cui Chiesa in uscita.

  La missione  tra i cristianizzati comprende la riforma ecclesiale. L’ubbidire  comporta anche la riforma sociale, perché l’insegnamento evangelico non è centrato sulla liturgia, sui riti, per cui possa bastare la partecipazione ad essi per sentirsi cristiani. Mi ha sempre sorpreso la grande importanza che si dà, nella prassi ecclesiale, alla liturgia, quando invece nella vita e nell’insegnamento del Maestro c’è poco, anche se indubbiamente c’è, ad esempio il battezzare. La riforma sociale è, appunto, al centro della dottrina sociale, basata su un pensiero sociale che le Chiese cristiane hanno sempre espresso e anche cercato di attuare. Diventa dottrina perché insegnata dalla gerarchia ecclesiastica, ma rimane parte del più ampio pensiero sociale, da quale storicamente ha tratto gli impulsi di rinnovamento, per cui non è rimasta mai sempre la stessa.

  Pensare alla missione  come essenzialmente  catechismo sacramentale è fortemente riduttivo, ma andare oltre è complesso e richiede di prendere posizione su come la società è fatta e sui problemi che presenta. Non ci si contenta di stare ad aspettare, pregando, che il mondo sia cambiato prodigiosamente. Alle origini il problema si pose, ne tratta Paolo di Tarso nelle sue lettere, ma nel giro di qualche decennio si decise che occorreva darsi da fare. Da qui poi un’espansione dei cristianesimi che li portò da piccole comunità di qualche decina di persone a dimensioni vastissime e anche a confrontarsi con le istituzioni, perché le moltitudini possono essere rese coerenti, e governate, solo  mediante istituzioni, diritto e religione, e questo può farsi rientrare nell’insegnare.

 E’ paradossale, tenendo conto dell’universalità  di questa missione, constatare che da essa progressivamente vennero escluse la maggior parte delle persone di fede, venendo sostanzialmente riservata al clero e ai religiosi, una piccola minoranza di ciò che pomposamente, ma del tutto correttamente dal punto di vista teologico, viene definito Popolo di Dio. Quest’ultimo fu al centro della grande riforma tentata dal Concilio Vaticano 2°, apertosi a Roma l’11 ottobre 1962. Tra qualche giorno ricorre il sessantesimo anniversario di quell’evento, che verrà celebrato con una liturgia e una fiaccolata in piazza San Pietro, qui a Roma.

   La riforma sinodale si propone, dunque, di promuovere un allargamento della missione  alla partecipazione reale, consapevole e responsabile di tutte le persone di fede, per andare verso tutto il  mondo e cambiarlo secondo gli insegnamenti evangelici, a cominciare da sé stessi, anche correggendosi in ciò che non va. Di questo in Azione Cattolica si ha una maggiore esperienza, ma non nella prassi ecclesiale in genere, dove si entra in chiesa più che altro da ospiti, a volte divenendo aiutanti, ma sempre in posizione per così dire accessoria. Significa che ci si è, ma se anche non ci si fosse sarebbe lo stesso, perché a fare la Chiesa basterebbe il clero. Una concezione che i saggi del Concilio Vaticano 2° avrebbero voluto superare, ma che è ancora fortemente radicata. Quindi, la scorsa primavera, quando si è inscenata la fase di ascolto del Popolo di Dio nel quadro dei processi sinodali che papa Francesco ha inteso avviare nell’autunno dello scorso anno, ci si è contentati di riunire qualche decina di persona in ogni parrocchia perché dicessero ciò che volevano su alcuni temi, esclusa paradossalmente la sinodalità, e  la si è vissuta più che altro come una liturgia, dove dieci o mille persone fanno lo stesso, ciò che conta è il rito. Non so che cosa sia rimasto di ciò che s’è detto. Nella nostra parrocchia non è stato diffuso il documento che in merito  è stato  mandato in Diocesi, perché poi, da lì, considerando anche ciò che è venuto da tutte le parrocchie, venissero mandate due paginette alla Conferenza Episcopale Italiana. Se, invece, si fosse voluto proseguire realmente verso l’obiettivo di una missionarietà sinodale  si sarebbe dovuto insistere. Ma, in fondo, abbiamo tutto il tempo per farlo. « E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo», è infatti scritto.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli