domenica 23 ottobre 2022

Reti religiose

 

Reti religiose


     Tempo fa scrissi ad un amico confidandogli che mi sarebbe piaciuto collaborare in parrocchia ad un lavoro sulla sinodalità, in particolare per cercare di ripristinare il Consiglio pastorale parrocchiale. Lui mi rispose che si era fatto una bella risata. Certo, mi dissi, aveva ragione: è irrealistico, nella nostra Chiesa così com’è ora, pensare che una persona che si è appassionata alla sinodalità, leggendone anche un po’ e cercando di esserne informato, possa collaborare a un lavoro in parrocchia sulla sinodalità, a meno che non accetti di attenersi strettamente alle direttive puntuali che vengono in merito dalla gerarchia. E non è sicuramente il mio caso. Rispetto la cosiddetta gerarchia nelle funzioni sacre che svolge, ma non voglio esserle sottomesso negli affari sociali, compresi quelli ecclesiastici. Non voglio per vari motivi che non sto a ripercorrere puntualmente. Per la mia professione debbo  essere indipendente anche da essa quale potere sociale, ma in particolare, per ragioni prettamente religiose, ritengo di doverlo essere nei confronti di una autocrazia quale purtroppo è ancora la nostra gerarchia ecclesiastica. Ma poi anche  sono convinto di dover mantenere una certa distanza critica nello stesso interesse della Chiesa della quale sono parte viva: ne dipende la possibilità di poter essere utile nel processo di riforma sinodale  avviato nell’autunno dello scorso anno da papa Francesco e che finora si è risolto più che altro in un lavorio burocratico.

  Nelle parrocchie, in genere, si può collaborare solo nel senso di dare una mano ai preti in ciò che ritengono di loro esclusiva competenza, e quindi in posizione subordinata. Questo è appunto il metodo che sta portando la nostra Chiesa a svanire, come già sostanzialmente è accaduto in Francia. La riforma sinodale vorrebbe rimediarvi ma è duramente osteggiata da clero e religiosi, che, di fatto e al di là delle buone intenzioni dichiarate, e del resto sono stati educati a fare professione formale di obbedienza e oggi è loro ordinata la sinodalità,  non accettano minimamente di fare spazio.

  Negli anni ’70, all’epoca di una vivacità ecclesiale che oggi chi non c’era  fatica a immaginare, alcuni reagirono a quegli ostacoli costituendo comunità di base  all’esterno della nostra parrocchia, sull’esperienza latinoamericana. Era il momento in cui ci si interessava molto ad essa ed anche il papa Paolo 6° ci scrisse sopra nell’esortazione apostolica postsinodale Annunziare il Vangelo (l’impegno di) – Evangelii Nuntiandi del 1975, al paragrafo 58, in cui formulò alcune raccomandazioni su quel tipo di aggregazione, descritta come generata «dal bisogno di vivere ancora più intensamente la vita della Chiesa; oppure dal desiderio e dalla ricerca di una dimensione più umana», ovvero da quello di «riunire per l'ascolto e la meditazione della Parola, per i Sacramenti e il vincolo dell'Agape, gruppi che l'età, la cultura, lo stato civile o la situazione sociale rendono omogenei, coppie, giovani, professionisti, eccetera; persone che la vita trova già riunite nella lotta per la giustizia, per l'aiuto fraterno ai poveri, per la promozione umana»:

 

[…]saranno un luogo di evangelizzazione, a beneficio delle comunità più vaste, specialmente delle Chiese particolari, e saranno una speranza per la Chiesa universale, come abbiamo detto al termine del menzionato Sinodo, nella misura in cui:
- cercano il loro alimento nella Parola di Dio e non si lasciano imprigionare dalla polarizzazione politica o dalle ideologie di moda, pronte sempre a sfruttare il loro immenso potenziale umano;

- evitano la tentazione sempre minacciosa della contestazione sistematica e dello spirito ipercritico, col pretesto di autenticità e di spirito di collaborazione;

- restano fermamente attaccate alla Chiesa particolare, nella quale si inseriscono, e alla Chiesa universale, evitando così il pericolo - purtroppo reale! - di isolarsi in se stesse, di credersi poi l'unica autentica Chiesa di Cristo, e quindi di anatematizzare le altre comunità ecclesiali;


- conservano una sincera comunione con i Pastori che il Signore dà alla sua Chiesa e col Magistero, che lo Spirito del Cristo ha loro affidato;
- non si considerano giammai come l'unico destinatario o l'unico artefice di evangelizzazione - anche l'unico depositario del Vangelo!

-; ma, consapevoli che la Chiesa è molto più vasta e diversificata, accettano che questa Chiesa si incarni anche in modi diversi da quelli, che avvengono in esse;

- crescono ogni giorno in consapevolezza, zelo, impegno, ed irradiazione missionari;

- si mostrano in tutto universalistiche e non mai settarie.

  Alle suddette condizioni, certamente esigenti ma esaltanti, le comunità ecclesiali di base corrisponderanno alla loro fondamentale vocazione: ascoltatrici del Vangelo, che è ad esse annunziato, e destinatarie privilegiate dell'evangelizzazione, diverranno senza indugio annunciatrici del Vangelo.

 

  Negli anni ’90, da noi il parroco dell’epoca lavorò per riportarle all’interno dell’organizzazione parrocchiale, ma, una volta riuscita l’operazione, esse persero forza e si sciolsero. L’ambiente parrocchiale fu loro letale.

 La riforma sinodale di papa Francesco, pensata sull’esempio di quella latinoamericana del quale il Papa fu protagonista, vorrebbe, appunto, fare spazio ad aggregazioni simili anche dentro le parrocchie, senza che trovino più ostacolo nell’architettura istituzionale ecclesiastica.

  Il principale carattere di una comunità di quel genere è l’autonomia  del suo lavoro rispetto a clero e religiosi, pur in quella che viene definita comunione e che non è da intendersi come sottomissione, perché autonomia  e sottomissione  sono incompatibili. Oggi questa autonomia è vietata, in genere (dico così perché la Chiesa italiana non è assolutamente uniforme, ma veramente poliedrica), negli ambienti parrocchiali. Questo rende impossibile la sinodalità come immaginata dal Papa. Comunione è mantenersi in relazione, secondo il principio virtuoso “Non solo da noi, ma non senza di noi”, che deve valere per tutti.

  Costruire la sinodalità, anche a livello parrocchiale, significa edificare reti tra esperienze religione autonome ma in relazione secondo quel principio, secondo il quale nessuno accetta di fare a meno di nessun altro. E’ un principio che può definirsi anche come quello di non esclusione. Pensandolo un po’ più in grande significa anche non accettare di far a meno della gente del quartiere in cui la parrocchia è immersa, cosa che nel gergo religioso potrebbe essere anche definita missionarietà, ma che è meglio pensare come a una offerta inclusiva di amicizia, per non dare l’idea che si cerchino relazioni per indottrinare, che indurrebbe le altre persone a mandarci a quel paese.

  L’antropologia e la psicologia ci avvertono che siamo capaci di un numero molto limitato di relazioni interpersonali profonde. La nostra cerchia più intima è di circa cinque persone, quella del nostro mondo vitale, l’ambiente dal quale ricaviamo il senso della nostra vita è di circa trenta persone.

  Una soluzione per il rafforzamento della religiosità che si è tentata nella nostra parrocchia, da un gruppo fondamentalista che fu a lungo visto con favore e posta a base di un tentativo (fallito) di rigenerazione religiosa parrocchiale, è stata quella di caratterizzare fortemente in senso religioso quella cerchia di mondo vitale, confinandovi tutte  le relazioni interpersonali significative. Rimane poco o nulla per il resto. Questo comporta che questi ambienti sigillati religiosamente sono pensati come impermeabili al mondo esterno, visto come l’origine della dissoluzione della religiosità. E che chi è all’interno guardi solo verso l’interno, con un conseguente effetto di integralismo. Ciò va contro una delle raccomandazioni contenute nella Annunciare il Vangelo:  di non “isolarsi in se stesse, credersi poi l'unica autentica Chiesa di Cristo, e quindi anatematizzare le altre comunità ecclesiali”. Di fatto questo modo di organizzarsi decostruisce la parrocchia, interrompendo gli altri legami sociali. Ma si esercita anche una potente pressione sulle relazioni di famiglia, di solito considerate naturali, perché si formano e crescono anche a prescindere dalle culture sociali, comprese quelle religiose. Si possono produrre  così “rotture multiple delle precedenti relazioni siano esse familiari, amicali, sociali, lavorative, economiche, ecclesiali” [dalle linee guida  dell’ufficio della Conferenza episcopale di Francia per la Pastorale, nuove credenze e derive settarie per riconoscere derive settarie - fonte: Venerdì di Repubblica 21-10-22]. Di fatto nei due cicli di incontri che abbiamo avuto in parrocchia sulla coesione parrocchiale, nella scorsa primavera e nella Quaresima 2016, alcune persone dichiararono di non avere tempo per sviluppare altre forme di socialità al di fuori della loro comunità/piccolo gruppo di impegno religioso.

  Non escludere  significa però capacità di mantenere relazioni. Quest’ultima è indispensabile per costruire quella rete di relazioni  che dovrebbe caratterizzare la sinodalità. Nessuna persona può fare a meno di un ambiente di mondo vitale, perché altrimenti perderebbe il senso della sua esistenza ed anche della sua fede. Ma, al contempo, non deve esservi reclusa, confinata. Bisogna sviluppare la capacità di mantenere tempo e forze per ulteriori relazioni sociali: essa si impara  facendo sinodalità, perché non viene naturale. I primati, infatti, sono per natura  confinati in piccoli gruppi, è lo sviluppo culturale che ha consentito ai primati umani di evadere costruendo relazioni più in grande.

  Così la sinodalità parrocchiale richiede una collaborazione da farsi in piccoli gruppi di lavoro, senza i quali non c’è reale autonomia né reale co-decisione, ma tuttavia di intensità relazionale tale da non precludere la partecipazione ad altri gruppi, o comunque il potervi entrare sistematicamente in relazione. E’ così che si può iniziare a tessere la rete.

  In questo lavoro di tessitori  alcuni saranno più portati, per indole e precedenti esperienze personali. Il tessitore  è altrettanto importante del pastore,  di chi si prende cura delle altre persone nel loro interesse e per il loro bene.  Il genitore può essere considerato il modello del pastore. In religione abbiamo idealizzato  il modello del tessitore nella figura teologica dello Spirito Santo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli