sabato 22 ottobre 2022

Imparare a decidere insieme

 

Imparare a decidere insieme

 

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  Da: “Imparare a decidere insieme”, di Michele Visentin [docente universitario di pedagogia], in Riccardo Battocchio e Livio Tonello (a cura di), Sinodalità, Edizione Il Messaggero Padova / Facoltà teologica del Triveneto, 2020

 

[…] occorre partire dall’esperienza di una situazione problematica che “costringa” a fare esperienza del processo decisionale. Le persone non impareranno mai a decidere se non possono decidere o se pensano di non poter di fatto decidere. I nostri obiettivi, da questo punto di vista confliggono,  a volte, con le nostre pratiche quotidiane: desideriamo comunità adulte, mature, capaci di discernimento e pensiero critico dimenticando che si impara a decidere facendo l’esperienza della decisione. E’ evidente che mettere le persone nella condizione di poter decidere significa correre il rischio che la decisione presa non corrisponda alla migliore soluzione possibile; anziché utilizzare situazioni di questo tipo per giustificare un ritorno a modalità decisionali più verticistiche e apparentemente meno rischiose, è possibile provare a ridurre il rischio di una sinodalità bella ma poco efficace mettendo a disposizione delle persone le informazioni necessarie, immaginando ambiti decisionali non strategici e controllati per allenare le persone alla decisione, creare le condizioni perché le decisioni siano prese nel posto più vicino a quello al quale devono essere attuate. Una comunità può, quindi, imparare a decidere e lo può fare esponendosi all’esperienza della decisione.

 

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 Governo  di una società è quando una persona o un gruppo di persone, legittimate ad assumere decisioni collettive secondo l’ordinamento  di quella collettività costituita in società, lo fanno e le altre persone, partecipi di quella società, devono, secondo quel medesimo ordinamento, conformarsi a quelle decisioni. Nel caso che a decidere sia una sola persona, il suo potere si dice monocratico. Nel caso che debbano decidere più persone insieme, si dice collegiale. In entrambi i casi, però, si può distinguere un potere che elabora e formula la decisione, ma anche un potere delle persone che devono recepirla, che possono farlo o non farlo. La fase attuativa, come rilevano gli studiosi del ramo, è parte del processo decisionale. Nelle scienze del diritto pubblico si parla di effettività delle decisioni, per intendere il grado del loro recepimento sociale. Essa è considerata addirittura condizione di esistenza di un ordinamento giuridico, anche di quegli ordinamenti che definiamo politici, come gli stati, perché sono costituiti con fini generali per il governo della popolazione stanziata su un certo territorio.

  Un problema di governo  sorge quando una collettività sociale, quindi non episodica, come può essere il gruppo dei passeggeri di un autobus durante il tragitto del veicolo, raggiunge dimensioni che non consentono più di intendersi faccia a faccia. Il numero critico è di circa una trentina di persone: è anche il limite reale  della collegialità. Organi di governo composti da più persone tenderanno così ad essere divisi in sottogruppi. Ad esempio, il nuovo governo italiano, che giurerà oggi al Quirinale, è composto di 25 persone. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è composto di 15 persone. L’Ufficio politico del Partito Comunista Cinese, il massimo organo di governo della Repubblica popolare cinese, è attualmente composto di 25 membri, ma ordinariamente il potere supremo è accentrato nei 7 membri del suo Comitato permanente, di cui esponente preminente è il Segretario generale del partito, che è anche presidente della Repubblica.

  Nei gruppi delle dimensioni di una trentina di persone non sorge un problema di governo, perché, in quell’ambito, ci si può intendere faccia a faccia. Questo consente di dialogare  sulle questioni. Questa procedura è molto importante, perché ricca di elementi emotivi, e la nostra, come scoperto dalle scienze cognitive, è una mente emotiva.  Definiamo una collettività di quelle dimensioni come un piccolo gruppo. Le dinamiche dei piccoli gruppi divergono marcatamente da quelle delle collettività maggiori e sono molto importanti perché tutti  gli organismi di governo sono piccoli gruppi o articolazioni di piccoli gruppi. E’ lì, in particolare, che si impara  decidere insieme.

  Abbiamo visto che c’è un potere anche della parte della collettività che, pur non formulando  le decisioni, deve decidere se attuarle  o non. E s’è detto che questo potere è molto importante perché ne dipende l’effettività  di un ordinamento. Però, in questo caso, il potere non è realmente espressione di una volontà collettiva, ma, appunto,  un effetto di moti sociali, nei quali, però, ciascuno decide per sé o, al più, secondo il suo piccolo gruppo di riferimento. L’effetto è poi sintetizzato mediante una procedura  e viene considerato come  volontà collettiva, di un gruppo molto più grande di quelli in cui viviamo confinati, la volontà di un popolo, anche questo un concetto immaginario per rendere l’idea di un vasto corpo sociale come di una persona sola o come un piccolo gruppo.  Nella realtà non ci sono popoli, ma solo popolazioni stanziate su certe aree geografiche.  Queste popolazioni sono considerate popoli solo quando sono soggette ad un certo governo, e qui il popolo è allora inteso come la popolazione obbligata a obbedire alle decisioni di quel governo, o quando sono il punto di riferimento di procedure per sintetizzare la volontà collettiva, e allora popolo  è quello che decide.  Nel primo caso, l’effetto  dell’obbedienza che viene prestata alle decisioni governative viene considerato come se fosse volontà collettiva, di quel popolo immaginato come una sola persona. E’ questa, di solito, l’immagine biblica di popolo e anche quella, di conseguenza, adottata dalla nostra teologia.

  In definitiva l’area delle decisioni collettive reali  è limitata ai piccoli gruppi. Imparando a decidere insieme in questi ambienti sociali si impara anche l’arte del governo, che è, sempre, praticata per piccoli gruppi, o cerchie.

  Anche se siamo viventi sociali, al pari degli altri primati, decidere insieme  non ci viene naturale, è un prodotto culturale avanzato. Ci viene invece naturale  prendere il potere con la violenza, battendo fisicamente gli altri pretendenti e assoggettando gli altri membri del gruppo. La natura  infatti è assoggettata alla violenza: essa è la sua legge. Ad un certo punto abbiamo conquistato l’arte di decidere insieme, fondamentalmente perché questo ci dà un vantaggio competitivo. Nelle dinamiche sociali i due metodi ancora coesistono. Di solito le decisioni sociali vengono prodotte in piccoli gruppi che poi si impongono con la violenza sulle collettività sociali in cui sono immersi. Attraverso la cultura giuridica si cerca di contenere questa violenza in modo che non abbia effetti distruttivi, ma, ad esempio, i rapporti internazionali sono in gran parte ancora dominati dalla violenza. Ogni gruppo si determina a transazioni per creare ordinamenti che consentano decisioni collettive mediante procedure e non mediante violenza quando si arriva a una situazione di stallo, per cui nessuno riesce a prevalere e la collaborazione si presenta più utile del continuare a combattere. Altrimenti cerca sempre di prevalere con la violenza. Una delle forme più usate di violenza è quando, conquistata una posizione di potere, la si usa esercita per imporre alle altre persone e agli altri gruppi decisioni senza tener conto delle loro vite e dei loro orientamenti. Se lo si fa ritenendo di avere un diritto proprio per farlo, questo è definito potere autocratico. Sono di questo tipo, in genere, le posizioni di potere istituite nella nostra organizzazione ecclesiastica, in particolare nell’episcopato, del quale il ministero papale è una sottospecie particolare e caratteristica (il papa è tale in quanto vescovo di Roma).

  Nel pensare a una Chiesa sinodale e a una riforma  per organizzarla, probabilmente papa Francesco ha avuto in mente anche le questioni di governo  ecclesiale, che in alcuni casi è collegiale ma mai, in genere,   veramente sinodale, ma lavorare per questo obiettivo strategico richiede di procedere per tappe a cominciare dalle realtà di prossimità, in particolare dove si può cominciare ad educarsi a decidere insieme. L’esperienza ha dimostrato infatti che riforme progettate dall’alto, vale a dire mediante deliberazioni degli organismi di governo maggiori non funzionano, non riescono ad essere attuate, per la resistenza dell’organizzazione. E’ un fenomeno che viene osservato dalle scienze dell’organizzazione anche fuori dell’ambito ecclesiastico, ad esempio nelle organizzazioni aziendali. Dunque papa Francesco ha ordinato che si cominci proprio dal basso e, naturalmente, come era da attendersi, questa che doveva essere la prima fase dei processi sinodali avviati nell’autunno dello scorso anno, è stata quasi completamente saltata. Doveva essere una occasione per cominciare a fare tirocinio del decidere insieme in piccoli gruppi, coordinandoli poi tra loro, in un’embrionale organizzazione sinodale. Ma, addirittura, la Conferenza Episcopale Italiana ha vietato  di discutere nei gruppi di ascolto sinodale: ognuno doveva limitarsi a dire la propria e poi bisognava pregare insieme. Questo perché, come ha osservato Visentin nel brano che ho sopra trascritto, «mettere le persone nella condizione di poter decidere significa correre il rischio che la decisione presa non corrisponda alla migliore soluzione possibile». Ma, così, non si imparerà mai a decidere insieme, e quindi a fare Chiesa sinodale, perché, come egli ha anche osservato «si impara a decidere facendo l’esperienza della decisione». Quindi la riforma, che non si può riuscire a indurre dall’alto, rimarrà bloccata anche  in basso.

  Trovo molto interessante il suggerimento che Visentin dà di immaginare « ambiti decisionali non strategici e controllati per allenare le persone alla decisione» creando così «le condizioni perché le decisioni siano prese nel posto più vicino a quello al quale devono essere attuate». Così facendo «una comunità può, quindi, imparare a decidere e lo può fare esponendosi all’esperienza della decisione».

  Perché, certo, il rischio di decisioni collettive incaute c’è. Non si può passare improvvisamente dalla situazione attuale in cui le persone di fede non investite dell’Ordine sacro non decidono nulla di nulla, ad un’altra in cui siano onerate di decidere tutto. D’altronde, quest’ultima situazione non è consentita dall’ordinamento giuridico ecclesiastico vigente, strettamente connesso con quello civile, ad esempio nelle questioni sulle proprietà ecclesiastiche e nella celebrazione dei matrimoni cosiddetti  concordatari, con efficacia simultanea ecclesiastica e civile. E certamente non sarebbe una buona idea, tenendo conto della tremenda storia della nostra Chiesa, impegnarsi in progetti di decisione sui principi. Ma vi sono molti altri campi in cui ci si può addestrare a decidere insieme. Ad esempio, decidere gli orari delle messe o programmare attività sociali di supporto a quelle catechistiche, ad esempio dei viaggi collettivi di formazione e preghiera, o programmare le attività nel giorno della festa di San Clemente romano, al quale la parrocchia è intitolata. Adesso di queste cose decide solo il parroco, come fa il titolare di un (piccola) azienda individuale.

  La situazione in termini di effettività  è questa: formalmente il parroco governa  sulla popolazione del territorio della sua parrocchia, che conta circa quindicimila abitanti, dei quali circa ottomila possono immaginarsi collegati all’immaginario religioso cattolico. Di fatto la chiesa parrocchiale è frequentata regolarmente da circa un migliaio di persone, ma solo più o meno duecento frequentano regolarmente anche le altre attività e poche decine le animano. Il livello di effettività del potere del parroco, e della parrocchia come istituzione sociale, è assai basso. I preti si sfiancano nelle loro funzioni, faticano moltissimo perché tutto è accentrato su di loro, sacramenti, catechismi, carità, amministrazione di immobili e patrimonio, ma la parrocchia conta poco socialmente e, nella gran parte delle giornate, è quasi vuota. La situazione potrebbe cambiare radicalmente sviluppando la sinodalità ecclesiale. Bisogna dire che, però i preti, giovani e anziani, non vi sono stati formati, anzi sono stati formati a diffidarne, non sanno proprio come fare. Dovrebbero chiedere aiuto, probabilmente immaginano anche di averlo fatto, ma, in realtà, presi dalle loro frenetiche attività quotidiane, perché anche per loro il giorno è fatto di ventiquattro ore, hanno tralasciato questo campo, e nemmeno vi credono, perché non sanno come fare, non ne hanno mai visto dei frutti e, in più, secondo la tremenda nostra storia ecclesiale, sono ossessionati dal possibile manifestarsi di eresie. Del resto i reazionari, i cosiddetti tradizionalisti, nel solco di una nostra efferata deprecabile tradizione ecclesiale, sono sempre lì a sussurrarglielo nelle orecchie.

 In realtà l’ordinamento ecclesiastico ha istituito un organismo, obbligatorio nella Diocesi di Roma, che potrebbe essere il nucleo promotore di una sinodalità dal basso: il Consiglio pastorale parrocchiale. Dovrebbe essere costituito come un piccolo gruppo di una trentina di persone, in cui decidere faccia a faccia, sinodalmente. Potrebbe promuovere altri gruppi di analoga sinodalità in altri settori di impegno, non strategici secondo l’idea di Visentin, in cui cominciare a fare tirocinio del decidere sinodale. Ma nella nostra parrocchia è caduto in desuetudine, non ha più effettività. Quando si riuniva si dimostrò incapace di vera sinodalità: per quanto mi è stato riferito, un sottogruppo cercava di prevalere con la forza del numero, secondo la legge sociale che ho sopra ricordato. L’autorità del parroco avrebbe dovuto rendere inefficace quella strategia, così da rendere conveniente anche per quel gruppo la sinodalità,  ma di fronte ai problemi si è preferito invece tagliare corto e sostituire sostanzialmente quell’organismo con l’equipe pastorale, che dovrebbe svolgere compiti molto diversi. E’ da lì che si potrebbe, e si dovrebbe (visto che il Consiglio  è obbligatorio), ricominciare. Anche il potere della Diocesi ha scarsa effettività.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli