martedì 25 ottobre 2022

Sinodalità intesa come il tener conto delle altre persone

 

Sinodalità intesa  come il tener conto delle altre persone

 

  La sinodalità, come oggi viene proposta, può essere intesa non come una riforma della Chiesa, ma come un modo nuovo per fare Chiesa.

 Una riforma riguarda il governo  di un’entità collettiva. Le regole del governo del nostro apparato ecclesiastico sono certamente obsolete, inutilmente pompose, danno spazio a un ceto di gerarchi in larga parte autoreferenziali, ma, soprattutto, mancano di effettività. Valgono veramente solo tra clero e religiosi, che sono rimasti praticamente i soli, salvo poche eccezioni tra studiosi e cultori della materia, a intenderle bene. L’altra gente vi si è progressivamente affrancata e parte le osserva ancora per convinzione, e parte no, anche qui con convinzione. E’ un dato di fatto evidente e anche sostanzialmente ammesso dal Magistero ecclesiastico, là dove, ad esempio, sostiene che la Chiesa si è come rimpicciolita e che però è fatta di persone con convinzioni più salde, e questo è  un dato che contrasta con le ricerche demoscopiche sul tema. Altre volte, quando si tratta di battere cassa presso le pubbliche istituzioni, si sostiene invece che i cattolici in Italia sono ancora maggioranza, e allora si comprende nel loro numero anche chi ha un’osservanza per così dire selettiva. Ma ci importa veramente di travagliarci per una riforma del governo ecclesiale, che prima o poi svanirà da sé, come accade a tutti i poteri collettivi che si illudono di resistere al flusso dei cambiamenti indotti dalla storia? E’ accaduto tante volte alle nostra Chiese…  Dal punto di vista sociologico non è mai esistita la Chiesa eterna ed uguale sempre a sé stessa descritta dai teologi. Sotto quell’aspetto la vita delle nostre Chiese è stata sempre  caratterizzata da molteplici cicli di morte e rinascita  e anche di lunga coesistenza di socialità religiose morenti ed altre nascenti o in fase di sviluppo, con i relativi miti.

 Ad esempio, un parroco, gerarca di prossimità, impiega molta parte del suo tempo in funzioni che sono assimilabili a quelle di un amministratore di condominio. Nei condomini si tratta di rogne che, appunto, si gettano su un professionista, l’amministratore condominiale, che ogni tanto ne riferisce. Il parroco in genere non riferisce nulla, ma ci importerebbe veramente saperne di più?

  Sulle questioni importanti, in particolare sull’etica di impronta religiosa, i parrocchiani decidono già da sé, e hanno imparato a farlo senza porsi tanti problemi. Ma decidono senza tener conto delle altre persone, e questo è un problema serio.

  Del resto la formazione alla spiritualità corrente è centrata sulla singola persona, su una sorta di suo benessere  di stampo religioso. Consiste in un  complesso di pratiche di pietà, fatte di liturgie, paraliturgie e meditazione personali che mira a sentirsi a posto con la coscienza. Cose conseguibili anche con pratiche simili, ma prive di connotati religiosi. Si sollecita l’emotività spicciola, il che lascia il tempo che trova.

  Tutto mi sembra tarato sulla vita di una signora anziana. Ci possiamo sorprendere se le persone più giovani non ci stanno e quindi se ne rimangono lontane?

   Il problema è quello di fare Chiesa  in modo da tener conto anche delle altre persone, di più persone possibile: una modalità altamente relazionale,  non individualistica. Questo costa fatica, in particolare quella di adattarsi ad altre mentalità. In genere, come osserva Michele Visentin nel contributo “Imparare a decidere insieme”,  in Riccardo Battocchio e Livio Tonello (a cura di), Sinodalità, Edizione Il Messaggero Padova / Facoltà teologica del Triveneto, 2020, ognuno pensa di poter far meglio di tutte le altre persone messe insieme.

 

Alla base c’è un bisogno di sicurezza molto forte, e anche una certa sfiducia nelle capacità degli altri, dei collaboratori, che potrebbe derivare da un’ipervalutazione dell’immagine di sé (per cui «è giusto che voi decidiate e facciate, ma se potessi farlo io, lo farei meglio», oppure «decidete voi, che perché  giusto, ma poi se è necessario…». Molto spesso chi ha una visione monoculare tende a percepire il cambiamento come una minaccia alla propria persona, e come un giudizio negativo che le si dà, anche di ordine morale. Accade così che nelle discussioni si senta sempre criticato, quando invece si sta parlando di tutt’altro. In questi casi è difficile giungere a decisioni serenamente, a causa di questo processo di personalizzazione per cui occorre sempre rassicurare che nessuno ce l’ha con lui o con lei, che non si voleva esprimere un giudizio sulla persona ma sui fatti. Immaginiamo cosa accade quando si richiede maggior qualità del flusso di informazioni: «Sono sempre stato benevolente e aperto nei confronti di tutti,   è ingiusto quello che dite… e poi, sembra che comunicare adesso significhi mettere tutti al corrente di tutto, e siamo sicuro che farete buon uso delle informazioni?». Un’ultima annotazione:: vi sono alcuni individui che tendenzialmente sono più portati ad avere una visione mono-oculare rispetto ad altri: sono i pilastri delle organizzazioni che garantiscono stabilità e continuità ai sistemi. Questa visione è però anche presente in coloro che svolgono ruoli di grande impatto sul piano operativo. Di solito è chi ha il potere di far coincidere il “dire”, o lo scrivere, con la realizzazione di ciò che è scritto o detto.

 

  Senza questa abilità relazionale non si creano i mondi vitali religiosi  che costruiscono il senso della vita  su base religiosa. E’ la virtù dei tessitori sociali.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.