sabato 24 settembre 2022

Noi e il soprannaturale

 

Noi e il soprannaturale

 

 Perché non scrivo quasi mai delle cose di cui si occupano i teologi, insomma del soprannaturale?

  Principalmente perché non sono un teologo. La teologia, intorno al Tredicesimo secolo, è divenuta una scienza, ha il suo metodo rigoroso e richiede conoscenze minime di base che io non ho.

  Altra cosa è il teologhese,  il gergo a sfondo teologico parlato nell’associazionismo cattolico: è impreciso e confuso, non mi servirebbe e non vi servirebbe a nulla. Del resto, a chi ne senta necessità, non difettano i mezzi per abbeverarsene: viene usato dalla gran parte delle fonti religiose destinate ai fedeli.

  Inoltre, per quanto sembri paradossale, la teologia, come la si pratica tra i cattolici ed altri cristiani, non fa parte dell’essenziale della religione, ma dell’organizzazione del potere ecclesiastico. Quindi ha più a che fare con il diritto. Proprio per questo, in tempi di riforma è più che altro di ostacolo, almeno agli inizi.

  Storicamente la teologia è stata strumento di un potere ecclesiastico esercitato brutalmente, che l’ha anche plasmata. Tra i cattolici la teologia in genere non ragiona ancora in modo sinodale. Riuscirà a farlo quando, progredendo il movimento per la riforma sinodale, la sinodalità si diffonderà nella pratica religiosa e allora ci si ragionerà sopra per costruirvi istituzioni rinnovate. Tuttavia questo rinnovamento è già sensibile, in particolare tra le teologhe. Il problema è che i teologi che sono anche preti o religiosi rischiano il posto di lavoro, perché la gerarchia sa essere spietata contro i dissenzienti e i rinnovatori, del resto in linea con una lunghissima e triste tradizione.

  Questo anche se negli ultimi anni, sull’impulso del movimento sinodale che il Papato di Francesco vorrebbe innescare, i teologi si sono confrontati ampiamente su sinodo e sinodalità e anche in Italia sono usciti diversi testi in merito destinati anche al largo pubblico, non solo agli specialisti. Ne ho letti di molto interessanti. Hanno tentato di ancorare la nuova sinodalità secondo papa Francesco a ciò che c’è stato nei due millenni precedenti, ma infruttuosamente, mi pare. Si tratta in realtà di un bello stacco rispetto ad essi. Impossibile, in particolare, viverla mantenendo integra l’attuale struttura gerarchica del potere ecclesiastico, egemonizzata da un clero tutto maschile e strutturata sull’antico modello feudale. Questo spiega perché l’episcopato italiano ha diretto il processo sinodale avviato lo scorso autunno cercando di farne solo una specie di liturgia dominata dal clero, riducendo a nulla la fase dell’ascolto.  Finora, quindi, nulla  ne è scaturito. In Germania, dove si stanno celebrando le ultime fasi di un lungo sinodo nazionale che ha visto la partecipazione in ruoli di primo piano delle persone laiche, è andata diversamente, ma lì è venuto l’ordine di arrestarsi da parte della Curia Vaticana, e vedremo se sarà obbedito. Si tratta, in questo caso, della manifesta sconfessione del principio di sinodalità che invece si vorrebbe porre a base della riforma.

  Quando parliamo di praticare la  sinodalità, che è una modalità di relazione tra le persone, non abbiamo bisogno della teologia, ci bastano i miti religiosi di base. Quando parlo di mito  non intendo favola, racconto immaginario, insomma qualcosa di sostanzialmente falso. Il mito è una narrazione esplicativa che dà senso alla socialità umana e rende possibile costruire società immensamente più ampie dei piccoli gruppi di individui in cui, altrimenti, saremmo confinati per limiti biologici di specie. Ogni mito, anche se espresso in termini immaginifici, ma qui è questione solo di genere letterario, è necessariamente aderente alla realtà come è vissuta da una data società. Quindi è qualcosa di molto serio, tanto che ad esso si affida il senso della vita collettiva e personale.

  Certamente nel mondo c’è il soprannaturale: principalmente è dato dalle società umane che cercano di staccarsi dalla crudele legge di natura, dove vige la legge del più forte e i più deboli vengono eliminati e, se appetitosi, anche mangiati. Eppure noi siamo viventi naturali, non dobbiamo mai dimenticarlo. E si postula che la natura sia stata creata: ne parliamo infatti come della Creazione.  Dunque, e questa è un’idea molto antica, ci parla del Creatore. Ne scrisse, tra gli altri, Galileo Galilei [1564-1642], che viene ritenuto il precursore del metodo delle scienze naturali. Alla sua epoca, si riteneva che la natura fosse una prova  dell’esistenza di un Creatore come la teologia lo immaginava. Quindi si perseguitava chi, studiando la natura, ne ricavava dati che non corrispondevano a quell’immagine. Galilei sostenne che la natura è come un libro, che può essere letto da chi ne intende il linguaggio e, come la Bibbia, ci parla del volere del Creatore rendendo intelligibile l’opera sua,  la sua Creazione. Il problema è saper leggere quel libro.

  Ma la natura, assoggettata com’è alla legge della violenza, non ci parlerebbe di un Creatore buono, se nella Creazione  non fosse compresa l’umanità. Essa è parte della natura, ma, al tempo stesso, vorrebbe superarne la violenza. Quest’ultima è profondamente connaturata all’animo umano, ma, al tempo stesso, tende a distruggere le società umane, essendo quindi, per esse, un male. Da qui, quindi, il mito della caduta, alle origini, e l’anelito alla liberazione da quel male.

  Ecco come, nel racconto biblico della Creazione, nel libro della Genesi, al Sesto giorno, si immagina una natura animale libera dalla necessità di uccidere per alimentarsi, vegetariana per così dire:

29.Dio disse:
«Vi do tutte le piante con il proprio seme,
tutti gli alberi da frutta
con il proprio seme.
Così avrete il vostro cibo.

30.Tutti gli animali selvatici,
tutti gli uccelli del cielo
e tutti gli altri viventi
che si muovono sulla terra
mangeranno l’erba tenera».
E così avvenne.

31-E Dio vide che tutto quel che aveva fatto
era davvero molto bello.
Venne la sera, poi venne il mattino:
sesto giorno.

[Dal libro della Genesi, capitolo 1, versetti da 29 a 31 – Gen 1,29-31]

 

  Ora, se ci fermiamo al mito biblico, prescindendo da tutto l’enorme, e a tratti efferato, apparato teologico che ci si è costruito sopra, vediamo descritta realisticamente la nostra situazione di esseri umani in questo tempo: viventi, parti della natura secondo la loro biologia, che anelano a superare la natura verso un ordine sociale tra loro libero dalla violenza, per poi, chissà?, cercare di estenderlo ad ogni vivente del quale abbiano la responsabilità. In filosofia e in teologia, che condividono gran parte del loro linguaggio specialistico, superare  si dice trascendere e quell’ordine pacificato di cui sentiamo prima o poi il desiderio struggente, come se ci fosse stato tolto e andasse recuperato, ciò che il grande musicista Luigi Nono descrisse come “Nostalgia del futuro”, ma che contrasta duramente con la società e la natura in cui siamo immersi,  è la trascendenza e, in quanto, trascendente, è il soprannaturale.

 E’ appunto  questo suo orientamento trascendentale, quindi diretto a superare ciò che c’è nella natura e nella società, che porta la persona umana all’insoddisfazione verso gli ordinamenti sociali suoi contemporanei, che al tempo stesso la fanno sopravvivere ma anche la limitano e l’opprimono. La Chiesa, intesa come società che esprime istituzioni, in questo non è differente, e qui si prescinde dal  suo profondo legame con il divino, descritto, nei limiti delle sue possibilità, dalla teologia.

  Osservare la società che si manifesta nelle nostre Chiese è importante, perché è, insieme, natura che ci parla, ma anche umanità che ci parla del suo desiderio di soprannaturale come liberazione da un presente oppresso dalla violenza. Così, per riformare la Chiesa non bastano Bibbia e teologia. Ecco il senso della fase di ascolto  che papa Francesco ha cercato, finora senza molto successo, di avviare al principio del processo di riforma sinodale da lui, e, ripeto, più o meno solo da lui, promosso.

  Finché questo processo sinodale non vedrà la possibilità di partecipazione reale della gente, ma sarà solo un’altra  liturgia dominata da vescovi, clero e religiosi, con tutti gli altri silenziati  o ridotti a recitare un copione scritto da altri registi, non ne uscirà fuori nulla e procederà il triste cammino verso la dissoluzione della nostra religione, diventata ormai socialmente inutile, almeno agli europei contemporanei.

  Perché in tutto il resto del mondo, invece, le religioni sembrano prosperare e, anzi, in grande recupero? Fondamentalmente, perché, da quelle parti si vive una religione che non mette ancora in questione la necessità della violenza sociale come strumento di consolidamento delle istituzioni. L’opposto della sinodalità. Accade anche nell’Europa contemporanea: l’altro giorno il patriarca ortodosso Cirillo di Mosca ha lanciato l’appello a una guerra santa, a una vera e propria crociata contro un altro popolo in larga parte ancora cristiano, gli ucraini, asserendo, proprio come al tempo delle stragiste Crociate del Medioevo europeo,  che, chi morirà combattendola, sarà accolto nella pace del Padre. Parole blasfeme secondo l’ordine di idee di papa Francesco più volte, e di recente anche durante il Congresso dei leader delle religioni mondiali ad Astana – Kazhakistan, da lui insegnato.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli