venerdì 23 settembre 2022

Sinodo, comunione, religione

 

Sinodo, comunione, religione

 

    Si è scritto che la sinodalità  ha a che fare con la comunione.  Ma in che senso?

  Prescindendo dal rigoroso senso teologico del termine, possiamo descrivere la comunione come un effetto sociale che si ha mantenendo in comune  una mitologia di unità pur nelle controversie e divisioni che caratterizzano le dinamiche sociali.

  Il mito   è una narrazione che ha la funzione di dare senso  a una situazione o a un evento. Ogni persona costruisce in fondo su sé stessa un proprio mito. Però quando si parla di mito,  senza altre precisazioni, si intende una narrazione destinata a dare un senso all’agire sociale.

   Le religioni, tutte quante quelle che conosco, sono fatte di miti, di riti, di spiritualità e di una organizzazione per creare comunione mediante essi.

   La spiritualità è una forma di manifestazione della nostra mente, condizionata dalle basi biochimiche dell’emotività. Non è necessariamente legata alla religiosità. Ve ne sono, ad esempio, forme totalmente desacralizzate come quella della Mindfulness, la procedura di tranquillizzazione del corpo e della mente elaborata dal biologo statunitense Jon Kabat-Zinn osservando le tecniche orientali di spiritualità.

  La nostra è una mente emotiva (ne ha scritto il premio Noble Daniel Kahneman in Pensieri lenti e veloci, edito in traduzione italiana da Mondadori, anche in e-book): questo significa che capiamo  anche mediante le emozioni. Queste ultime sono reazioni biologiche che solo parzialmente sono sotto il nostro controllo cosciente e che sono prodotte dalla biochimica del nostro corpo sulla base di un’organizzazione neurologica che l’evoluzione ha prodotto circa 200.000 anni fa.

  La nostra mente, per i suoi limiti biologici di specie che dipendono da  come è fatto il nostro sistema neurologico, ci confinerebbe in gruppi molto piccoli, più o meno di una trentina di individui, le dimensioni sociali dei gruppi degli altri primati nostri contemporanei. Di più: è stato osservato sperimentalmente che, per quei limiti biologici, non siamo in grado di sostenere una conversazione con più di altre tre persone contemporaneamente. Quando ci si incontra in gruppi maggiori, ci si divide in sottogruppi di non più di quattro persone o si decide di ascoltare tutti una sola persona, e allora è come se si conversasse in sole due persone. Ma, in quel caso, la relazione è solo immaginaria, in realtà c’è una persona che parla e tutte le altre che ascoltano, una vera conversazione non c’è. Si parla uno alla volta, è la regola degli incontri in  gruppi fino a una trentina di persone. In gruppi più grandi è impossibile che tutti parlino e che, insieme, siano anche ascoltati da tutti. Per superare questi limiti si ricorre al rito, a una procedura formalizzata basata su un mito sociale che induce una spiritualità personale. Dopo, tutti si sentono in comunione, ed è emotivamente come se ci si fosse realmente parlati. Questo ha reso possibile il governo di società sempre maggiori. Ad un certo punto sulla religione hanno inciso elementi culturali razionalizzanti ed è sorto il diritto. Quest’ultimo non è fatto solo di regole, ma sempre anche di miti, senza i quali non avrebbe forza sociale. Di solito, questi miti si trovano riassunti nei preamboli delle Costituzioni degli stati che si sono dati una costituzione. Dall’Ottocento in Europa sono stati elaborati miti nazionali, che prima non c’erano, per sorreggere il coinvolgimento sempre più ampio delle masse nelle faccende di governo. Al centro di essi vi è l’idea di popolo, che, in senso specificamente politico, è transitata anche nella dottrina sociale contemporanea. La concezione biblica di Popolo di Dio è profondamente diversa.

  La sinodalità come oggi viene proposta nel magistero di papa Francesco, che ha profondamente innovato in questo campo, incide su tutti i quattro aspetti della religiosità: il mito, il rito, la spiritualità, l’organizzazione.

  Perché non si può continuare come prima?

  Come prima, naturalmente, non significa  come sempre, perché la  nostra religiosità è sempre profondamente mutata di generazione in generazione, seguendo le trasformazioni sociali. La regola non è la fissità, ma il mutamento.

  Anche i concetti fondamentali della nostra teologia, il discorso razionalizzante sulle convinzioni religiose, hanno avuto uno sviluppo storico e, in genere, un inizio piuttosto distante dalle origini. E’ il caso dell’idea di Trinità, che fu introdotta dallo scrittore cristiano africano Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, nato a Cartagine e vissuto tra il Secondo e il Terzo secolo. Poiché aderì ad un movimento religioso che non ebbe successo tra i vescovi dell’epoca, quello fondato da un immaginifico personaggio vissuto in Anatolia, Montano, non viene considerato un Padre  della Chiesa.

  Come prima, vale a dire come si faceva fino agli anni Cinquanta non si può continuare, anzi ritornare, perché la società è molto cambiata e se la religione non darà risposte valide alle sue esigenze di comunione, allora si estinguerà, come si sono estinte le religioni precristiane.

  Sono i modi della nostra partecipazione sociale ad essere molto cambiati. Vogliamo capire meglio e, soprattutto, poter in qualche modo aver parte nelle decisioni che si riguardano. La sinodalità consiste essenzialmente in questo. Oggi, nella nostra Chiesa, non c’è, o almeno non c’è nei riti e nell’organizzazione ecclesiastica, mentre si sta sviluppando nei miti e nella spiritualità. I cambiamenti in religione iniziano a manifestarsi prima di tutto nei miti e nelle spiritualità in cui le dinamiche sociali incidono direttamente, senza alcuna mediazione. L’organizzazione, che di solito governa i riti, di solito resiste.

  La procedura di riforma sinodale avviata da papa Francesco dovrebbe servire a comporre la disomogeneità che si è venuta manifestando tra miti e spiritualità da una parte e riti e organizzazione dall’altra. Non si tratta di un lavoro facile, perché non basta inventarsi una nuova narrazione che metta di nuovo tutto insieme, ma anche fare i conti con l’emotività delle persone.

  Quando proclamiamo “Credo” impegniamo anche la nostra emotività.

  Ma il fatto che si stiano manifestando nuove esigenze di spiritualità non significa che dappertutto sia così. Le generazioni coesistono ma spesso risultano impermeabili le une alle altre. E qui viene in rilievo in primo luogo un problema generazionale, ma più che altro di mentalità generazionale.  Chi, ad esempio, come me è stato adolescente negli anni ’70 ha profondamente introiettato nuove esigenze di spiritualità che all’epoca cominciarono a manifestarsi ma che nei decenni seguenti furono disconosciute. Nella misura in cui ad esse è ancora legato, si presenta con una mentalità più giovane  rispetto a una persona, anche anagraficamente più giovane, che è però legata alla spiritualità precedente.

  Ecco che, quindi, abbiamo a che fare con il problema del pluralismo, che comporta, se si prende sul serio la sinodalità, di accettare la coesistenza di più forme sociali religiose diverse, adattando a questa situazione miti e riti. Non bisogna farne un dramma o pretendere, come nel nostro tremendo passato religioso, l’uniformità. Ma, sotto questo aspetto, l’organizzazione ecclesiastica, rigidamente gerarchica, almeno sulla carta, quindi per nulla sinodale (nel senso sopra precisato), resiste strenuamente e, francamente, appare che il Papa, per quanto sulla carta praticamente onnipotente, non possa farci nulla.

  Del resto, una sinodalità solo per ordine gerarchico è un controsenso. E’ importante, come ha fatto il Papa, aprire un processo, ma poi devono essere le dinamiche sociali, la gente, a manifestarsi. Vedremo come andrà. C'è da fare anche per noi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli