domenica 25 settembre 2022

Sviluppare la sinodalità

 

Sviluppare la sinodalità

 

  Nella scorsa primavera ci siamo riuniti, in parrocchia, nel quadro della fase  di ascolto avviata nel precedente autunno nel processo di riforma sinodale delle nostra Chiese, ma di sinodalità ecclesiale non abbiamo parlato, né ci è stato parlato.

  La sinodalità si impara, non viene naturale, perché, come è stata proposta ai nostri tempi, non è mai stata vissuta prima. E, bisogna aggiungere, la si impara sperimentandola, proprio perché è qualcosa di veramente nuovo.

  Ma che cos’è la sinodalità?

  Lasciamo da parte la teologia, in particolare quella più efferata e ostile alla sinodalità, vale a dire quella dogmatica. Lo è perché storicamente è stata costruita come strumento del potere ecclesiastico e tra i cattolici quest’ultimo è, oggi, ancora, un’autocrazia autoritaria, che naturalmente resiste al cambiamento che ne mette in questione quella struttura.

  La sinodalità, come oggi papa Francesco la vorrebbe, è uno stile di relazioni ecclesiali per cui tutte le persone di fede siano più coinvolte in ciò che si decide e si fa, secondo il principio “Non senza di me, non solo da me”. Alla base vi è il riconoscimento dell’importanza di come la fede è vissuta dalla gente, la quale ora non conta nulla e sembra che non sia neanche essenziale per manifestare una Chiesa. Secondo questa idea, dove c’è un prete c’è una Chiesa, ma ci possono essere un milione di persone di fede senza un prete e allora la Chiesa non c’è ancora. Questa, che appare una vera sciocchezza, ma anche una presuntuosa cattiveria antipopolare, è stata argomentata teologicamente ed è stata, in parte, superata solo con la riforma attuata nel Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Che sia una sciocchezza è evidente, lo può capire chiunque, solo riflettendo sul fatto che il Maestro, morendo, non ci ha lasciato preti, un clero. Quest’ultimo ha cominciato a manifestarsi solo diversi decenni dopo e, ad esempio, è testimoniato nella Lettera ai Corinzi  del nostro Clemente romano, vescovo di Roma alla fine del Primo secolo.

  Il problema principale della sinodalità non è stabilire chi comanda, ma come si sta insieme nella fede. La partecipazione più ampia alla fase decisionale deriva da come si sta insieme.

  Bisogna quindi capire se c’è ancora necessità di stare insieme per questione di fede. Altrimenti la fede, e la religione che è il modo in cui è vissuta collettivamente, diventa inutile e prima o poi svanisce.

  In genere non mi pare più tanto chiaro di quanto sia importante vivere la fede insieme ad altri. Molti praticano la religione come tecnica di tranquillizzazione dell’animo e di rilassamento. Ma, per la verità, esistono in questo campo altre tecniche altrettanto efficaci e meno impegnative sul piano dell’etica. E quella pace dello spirito  che si prova dopo certe pratiche religiose è più che altro un effetto neurologico prodotto dalla biochimica che sorregge la nostra mente. Se tutto si fosse ridotto a questo, i cristianesimi non avrebbero potuto svolgere quell’importantissimo ruolo di artefici di civiltà, nel bene e nel male, che sappiamo.

  Frequentiamo la parrocchia, ma non stiamo veramente insieme. Non ci conosciamo, e questo non deve meravigliare perché, come scrivo spesso, per nostri limiti biologici di specie, non siamo in grado di avere relazioni profonde con più di  una trentina di persone. Ma le società umane sono molto più vaste ed è proprio per tenerle insieme che è servita, e ancora serve, la religione. Negli ultimi decenni il declino della vita religiosa collettiva è infatti coinciso con uno sfaldamento del tessuto sociale nazionale. In Italia ciò si è avvertito più che altrove perché l’architettura della nuova Repubblica istituita nel 1946 ha visto la partecipazione fondamentale delle persone di fede cattoliche, che hanno trasfuso nei suoi principi fondamentali costituzionali alcune idee chiavi del loro pensiero sociale.

  Il popolo si è allontanato e, per un po’, la gerarchia, il clero e i religiosi, vale a dire ciò che per antonomasia si intende per Chiesa, quando si dice e si scrive “La Chiesa ha detto; la Chiesa insegna; la Chiesa ha deciso”, hanno pensato di poter fare da sé. Ma naturalmente non ha funzionato. Però insistono per quella via, confortati dalla teologia da loro stessi indotta, che vuole convincerli che possono fare da sé. Poi è venuto papa Francesco e ha cercato di cambiare questa situazione cominciando dalla gente. Si è fatto fare un dotto parere dalla Commissione Teologica Internazionale e poi ha cercato di sollecitare l’episcopato a sviluppare la sinodalità. Constatato che le sue parole cadevano nel vuoto ha deciso di avviarla d’imperio. Cosa che è avvenuta lo stesso autunno. Tuttavia nulla è ancora cambiato. Si è inscenata una fase di ascolto del Popolo di Dio che è stata solo una finzione, tutto è rimasto nelle mani di vescovi, clero e religiosi, non è cambiato nulla, e procedendo così non cambierà nulla. Il Papa, nel frattempo, si è fatto ancora più anziano e ha fatto capire di essere verso la fine del suo ministero. Ad un certo punto lascerà, come il suo predecessore. Questo, appunto, attendono quelli che non hanno nessuna voglia di proseguire sulla via dello sviluppo della sinodalità.

  Qual è, in questa situazione, la missione dell’Azione Cattolica, che ha al centro del suo impegno lo sviluppo della riforma deliberata dal Concilio Vaticano 2°? Credo che sia quello di cominciare a ragionare, praticare, sperimentare la sinodalità e premere perché si cominci ad attuarla da subito in realtà di base come le parrocchie.  Un lavoro che abbiamo iniziato prima dell’estate e che, credo, dovremmo proseguire anche nel prossimo anno liturgico. Cercando di coinvolgere con continuità più persone possibile, in modo da innescare quel vivere insieme la fede  che produce sinodalità, e quindi poi, esigenza di partecipazione anche alle decisioni.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.