venerdì 8 luglio 2022

Comandare da soli

 

Comandare da soli

 

   Nei gruppi di mammiferi sociali si osservano talvolta maschi dominanti che si impongono con la forza sugli altri maschi e sulle femmine. In particolare questo accade nei Primati, l’Ordine nel quale la classificazione tassonomica della biologia comprende anche la nostra specie. Non si tratta ancora di politica, perché manca la cultura che iniziò a manifestarsi con la capacità di linguaggio. Nelle più antiche culture europee la politica in senso proprio, come governo di società, iniziò a manifestarsi come sviluppo di quel dominio maschile in piccoli gruppi di tipo famigliare verso il patriarcato. Nell’antichità storica si osservano società politiche organizzate come regni, dove il re svolge, oltre alle funzioni propriamente di governo, anche funzioni sacerdotali di mediazione con la divinità, di legislatore e di giudice. La trasmissione del potere avveniva all’interno di  cerchie limitate di maschi dominanti  nelle quali poteva osservarsi il formarsi di dinastie sovrane, nelle quali il ruolo di comando tendeva a passare di padre in figlio. La caratteristica principale del potere regio è nel potere di un patriarca dominante con la sua corte. Questa è ancora l’organizzazione della nostra Chiesa. Essa, in particolare, è ancora un’espressione del feudalesimo, organizzazione politica che si affermò tra gli europei dal 7° Secolo circa, per influsso delle popolazioni germaniche che, prendendo il controllo della parte occidentale dell’antico Impero romano, ne erano state progressivamente inculturate portandovi usi propri. Si tratta di un regime primitivo e obsoleto, che tuttavia si è restii a modificare in quanto lo si è sacralizzato, immaginando, in particolare, che corrisponda alla volontà del Maestro. La sinodalità che oggi è proposta ne è un tentativo di riforma.

  L’attuale organizzazione ecclesiastica è molto legata all’idea politica di verità, che è il sistema di definizioni che si usa per stabilire chi è dentro e chi  fuori. Questo criterio, profondamente diverso dall’idea evangelica di verità fondata essenzialmente su prassi virtuose e solidali, risale alle origini e, a cavallo tra il Primo e il Secondo secolo fu fatto proprio dalla primitiva organizzazione patriarcale delle nostre Chiese giustificandone il predominio. Il patriarca fu visto come fonte di unità intorno a verità intesa in quel senso. La ricerca di intese tra patriarcati portò poi alla forma di sinodalità episcopale, come attività assembleare di patriarchi per decidere su questioni di definizioni e di disciplina che, inglobando poi a lungo anche gerarchi civili, è praticamente l’unica di cui abbiamo testimonianze storiche nella nostra Chiesa (nelle Chiese protestanti, dal Cinquecento, se ne sviluppò invece un’altra maggiormente partecipata). Sviluppandosi il potere di tipo imperiale del Papato romano, dall’Undicesimo secolo, esso entrò in conflitto con quella sinodalità patriarcale fino al Quattrocento, in controversie in cui ebbero un ruolo determinante i sovrani civili. Dal Cinquecento nella nostra Chiesa il contrasto si risolse a favore del Papato romano che, organizzatosi come uno stato secondo lo spirito dei tempi, diventò un’autocrazia con l’attribuzione dell’infallibilità in materia di verità al Papa regnante proclamata durante il Concilio Vaticano 1°, iniziato nel 1870, sospeso per la conquista militare dello Stato Pontificio da parte del Regno d’Italia e mai più ripreso.

  Le nuove concezioni riguardanti ciò che ci si aspetta dalle persone di fede, donne comprese, sviluppate poi durante il Concilio Vaticano 2°, tenutosi a Roma tra il 1962 e il 1965, portò nella fase attuativa dei principi deliberati in quel consesso, a ideare una nuova forma di sinodalità, intesa come cooperazione di tutti a decidere ciò che riguarda tutti. Essa però non ha precedenti nella nostra Chiesa e ha trovato finora un ostacolo insuperabile nel patriarcalismo gerarchico feudale che ancora la domina. Addirittura le si volle sbarrare la strada, a livello degli episcopati,  con tre importanti provvedimenti normativi: il Codice di diritto canonico deliberato dal Papato romano nel 1983 https://www.vatican.va/archive/cod-iuris-canonici/ita/documents/cic_libroII_342-348_it.html, l’Istruzione sui Sinodi diocesani deliberata nel 1997 dalla Congregazione per i vescovi e dalla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cbishops/documents/rc_con_cbishops_doc_20041118_diocesan-synods-1997_it.html e il Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi “Successori degli apostoli – Apostolorum successores” deliberata nel 2004 dalla Congregazione per i vescovi https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cbishops/documents/rc_con_cbishops_doc_20040222_apostolorum-successores_it.html . Tutti questi provvedimento sono riconducibili all’azione di governo ecclesiastico del papa Giovanni Paolo 2°.

  Fino al regno di papa Francesco, iniziato nel 2013, la richiesta di sinodalità popolare fu vista come istanza critica del Papato e del sistema gerarchico feudale organizzato intorno ad esso e quindi sospettata di indisciplina grave, in particolare perché diretta contro un infallibile.

  L’attuale sistema della normativa ecclesiastica rende praticabile una sinodalità popolare solo nelle realtà di base. La considerazione da tener presente in quest’ambito è che l’organizzazione monarchica appare inefficiente, per i limiti delle singole persone. In teologia si fantastica anche di una infallibilità popolare nel credere che la gente saprebbe manifestare e che non è particolarmente evidente nella storia di tutte le Chiese cristiane. Quindi, sulla base dell’esperienza, essere in molti a decidere su un questione non è garanzia di un buon risultato. Piuttosto è nel poter ragionare insieme prendendo in esame tutte le questioni nelle loro varie facce e sulla base dei risultati dell’esperienza che può essere vista la via per correggere ciò che non va, cercando ciascuno di superare con l’aiuto degli altri i propri limiti. Come osservano gli specialisti che da qualche anno hanno studiato questa nuova forma di sinodalità, sarebbe però necessario costruire un nuovo contesto istituzionale a questo livello, per fare in modo di consentire quel dialogo libero e poi di arrivare a deliberazioni collettive che abbiano un certo grado di obbligatorietà, e che quindi non siano solo consultive. Questo può essere preceduto da sperimentazioni sul campo. A livello di base si è avvantaggiati dal fatto che, in genere, non si fa questione di verità come discrimine dell’appartenenza. Tuttavia questo finora non è bastato a liberare le potenzialità di collettività animate da una certa sinodalità. Anche alla base decide tutto il clero in spirito patriarcale. I risultati sono in genere mediocri. Il principale effetto riscontrabile facilmente è che gli adulti che vanno regolarmente in chiesa sono in larga prevalenza i più anziani. Gli altri non tollerano più di essere umiliati. Poiché la gente più attiva in società rimane fuori, anche l’influenza della Chiesa in società decade. Le iniziative della gerarchia per mantenerla per via di transazione politica facendo a meno del popolo ha dato i risultati che vediamo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli