sabato 9 luglio 2022

Educarci alla sinodalità

 

Educarci alla sinodalità

 

  Ho sentito che nella burocrazia ecclesiastica la sinodalità è stata già archiviata e si attende di passare ad altro. Quale sarà la prossima parola d’ordine?

  Noi persone laiche dobbiamo invece insistere. La fase cosiddetta di ascolto condotta, in genere, stancamente e con un certo fastidio nelle realtà di base, per cui ascolto non vi  è stato realmente, non ha esaurito il compito che ci era stato assegnato, quello di riformare in senso sinodale mentalità e costumi. Su questa via non si è nemmeno iniziato, perché le nostre Chiese non sembrano nemmeno di un po’ più sinodali. Tutto funziona come prima.

  Il primo grosso impedimento sta nella normativa del diritto canonico che è stata strutturata in senso anti-sinodale. Bisogna cominciare a lavorare nei buchi che ha lasciato, in prevalenza nelle realtà di base, ma occorrerà, praticando la sinodalità in quell’ambito, creare una mentalità diffusa che porti alla disapplicazione per consuetudine contraria delle norme più spigolose. Storicamente il diritto canonico è stato molto sensibile alle consuetudini, perché i suoi principi cardine si formarono al tempo del diritto comune europeo, vale a dire quando i centri di produzione normativa non erano in prevalenza gli stati e le monarchie, ma le società viventi, con le loro consuetudini, appunto.

  Il movimento per la sinodalità ecclesiale, così, assume anche l’aspetto di un moto di liberazione, in particolare da una pesante e obsoleta autocrazia patriarcale. Le nostre Chiese, in particolare riguardo a clero e religiosi, non sono società libere, e la libertà di pensiero, che alle persone laiche è consentita dai regimi democratici europei, non è tollerata se praticata dai chierici  e religiosi ed è tollerata fino ad un certo punto se manifestata dalle altre persone solo perché non contano nulla. A discrezione di un qualche gerarca chierici e religiosi possono essere rovinati. Solo con molta fantasia questo sistema di potere crudele può essere ricondotto alla volontà del Maestro e i teologi in genere riescono in questa missione che apparirebbe impossibile. Poiché non sono un teologo, a me appare ancora impossibile.

  Ci vuole più libertà nelle nostre Chiese, perché gli europei del nostro tempo ricomincino a frequentarle. Libertà significa aver parte nelle decisioni che ci riguardano, il che significa che l’ultima parola non può essere quella di un gerarca. Per l’attuale diritto canonico deve invece essere quella, su qualsiasi questione, questo per garantire una presunta cattolicità  e fedeltà evangelica. Che questo risultato sia stato storicamente ottenuto non è molto evidente, anzi.

 L’autocrate regnerebbe in solitudine perché assistito dallo Spirito, in forza del sacramento che l’ha investito di quel potere. Non sono molto pratico di quello spiritismo e non mi interessa esserlo. Di fatto le autocrazie ecclesiali storicamente non hanno dimostrato quella particolare assistenza e, in genere, hanno espresso governi mediocri. Finché si tratta di questioni patrimoniali lo si può  considerare un male insito in ogni tipo di potere che abbia a che fare con la ricchezza materiale, ma quando si parla di questioni di coscienza è diverso. L’autocrazia in materia di coscienza è solo mortificante.

  Da soli si governa male, perché anche l’autocrate è un organismo limitato e, proprio perché pretende di fare da solo, non riesce a superare i propri limiti. Che ci possa essere concordia totale, e che questo possa costituire un criterio di veritativo, indicando ciò che lo Spirito vuole da noi, mi pare più che altro una fantasia senza riscontri pratici. La concordia, quando si riesce ad ottenerla su una qualche decisione, ha sempre natura tattica, frutto di un compromesso precario. Si rinuncia volontariamente e temporaneamente a prevalere su un certo tema, pensando che la collaborazione sia più vantaggiosa. Ma pretendere un consenso totale, unanime, significa non tener conto di come funzionano la mente umana e le società. Bisogna sempre ammettere la possibilità del dissenso e che, tuttavia, esso non debba essere causa di esclusione. Ai tempi nostri la situazione in questo campo è molto migliore rispetto a soli pochi decenni fa, ma ancora si vagheggia una sorta di totalitarismo spiritistico.

  Accettando e mantenendo la pluralità delle coscienze in un contesto dialogico è più facile considerare realisticamente i problemi e, soprattutto, correggersi in corsa quando occorra. Non può essere lasciato tutto al buon animo di un gerarca, al suo spirito, come dire, paterno. Ci devono essere procedure di garanzia per cui nessuno possa essere escluso per decisione gerarchica per motivi di coscienza, ma anche, e questo è molto importante, a furor di popolo. Come venne osservato fin dal primo svilupparsi del pensiero democratico in Europa, il dispotismo delle maggioranze è altrettanto doloroso di quello dei gerarchi.

 Ma, cominciando dalle realtà di base, in realtà ci si occuperà di questioni del tutto arbitrariamente riservate all’assolutismo gerarchico, come quelle, ad esempio, di stabilire insieme gli orari delle messe o la collocazione degli arredi in chiesa. Facendo pratica di sinodalità in queste piccole cose, poi si potrà man mano dimostrare affidabilità anche in questioni più importanti, anche se limitate ad un ambiente locale come quello di una parrocchia. E’ necessario creare una tradizione sinodale che ora non c’è, perché nulla è sottratto all’autocrazia. E non solo nella nostra parrocchia il Consiglio pastorale parrocchiale non funziona: se ne lamenta dappertutto la decadenza. Ma perché parteciparvi, se poi non si ha veramente voce in capitolo su nulla? Perché impegnare il proprio tempo in un lavoro in cui si è continuamente umiliati? L’umiliazione delle persone laiche è al centro della loro disaffezione alle Chiese, in Europa. Se nella fase di ascolto sinodale che molto male si è condotta nei mesi scorsi si fosse veramente ascoltato lo si sarebbe capito bene. Ma la presuntuosa burocrazia ecclesiastica non sembra voler veramente ascoltare: immagina un Popolo di Dio  a suo uso e costume e cerca di crearselo intorno, venendo sistematicamente delusa, invece di provare a cambiare veramente un’organizzazione insoddisfacente in tutto che non risale certamente alle origini, ma che è il frutto di una lunga e tremenda storia.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli