venerdì 3 giugno 2022

Vigilia di Pentecoste

 

Vigilia di Pentecoste


  Pentecoste mi ha sempre molto coinvolto. Non per come di solito viene spiegata. E’ il ricordo di un nuovo inizio e, insieme, l’insegnamento sapienziale che un nuovo inizio può, e anzi deve,  realmente accadere nella nostra vita.

 

Quando venne il giorno della Pentecoste, i credenti erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo. All’improvviso si sentì un rumore dal cielo, come quando tira un forte vento, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Allora videro qualcosa di simile a lingue di fuoco che si separavano e si posavano sopra ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e si misero a parlare in altre lingue, come lo Spirito Santo concedeva loro di esprimersi.

  A Gerusalemme c’erano Ebrei, uomini molto religiosi, venuti da tutte le parti del mondo. Appena si sentì quel rumore, si radunò una gran folla e non sapevano che cosa pensare. Ciascuno infatti li sentiva parlare nella propria lingua. Erano pieni di meraviglia e di stupore e dicevano: «Questi uomini che parlano non sono tutti Galilei? Come mai allora ciascuno di noi li sente parlare nella sua lingua nativa? Noi apparteniamo a popoli diversi: Parti, Medi e Elamiti. Alcuni di noi vengono dalla Mesopotamia, dalla Giudea e dalla Cappadòcia, dal Ponto e dall’Asia, dalla Frigia e dalla Panfilia, dall’Egitto e dalla Cirenaica, da Creta e dall’Arabia. C’è gente che viene perfino da Roma: alcuni sono nati ebrei, altri invece si sono convertiti alla religione ebraica. Eppure tutti li sentiamo annunziare, ciascuno nella sua lingua, le grandi cose che Dio ha fatto».

Dagli Atti degli apostoli, capitolo 2, versetti 1-10 – At 2,2-10 - Versione TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente

 

  Una volta faticosamente liberata dalle desolanti catene mitologiche e concettuali con cui la teologia dei secoli passati l’ha strumentalizzata, la nostra fede è quello: una Pentecoste. Fa ardere il cuore. Un linguaggio universale. Un’esperienza collettiva, che si raggiunge quando  ci si  riunisce insieme e che è capace di radunare. Nell’ebraismo Pentecoste celebra il dono della Legge: per i cristiani è tutt’altro. Spesso si sottovaluta la distanza tra i due culti. Condividono solo un importante patrimonio culturale.

  Pentecoste non è avere le traveggole. Il dubbio  può sorgere. Ne parla il seguito del brano neotestamentario che ho sopra trascritto:

 

Se ne stavano lì pieni di meraviglia e non sapevano che cosa pensare. Dicevano gli uni agli altri: «Che significato avrà tutto questo?». Altri invece ridevano e dicevano: «Sono completamente ubriachi».

[At 2, 12-13]

 

  In effetti certe esperienze religiose si manifestano con un’emotività stralunata che non lascia ben sperare. Per certi guru  la religione dovrebbe essere un’esperienza paranormale: su questo si basa la religiosità dei santuari e delle persone miracolanti. Niente di nuovo: è qualcosa che c’è sempre stata e che è testimoniata fin da quando l’umanità è stata capace di lasciare narrazioni di sé. Non è caratteristica dei cristiani.

  L’effetto di Pentecoste è collettivo:

ἦσαν δὲ προσκαρτεροῦντες τῇ διδαχῇ τῶν ἀποστόλων καὶ τῇ κοινωνίᾳ, τῇ κλάσει τοῦ ἄρτου καὶ ταῖς προσευχαῖς. [ si legge: èsan de proskarterùntes te didaché ton apostòlon  kai te coinonìa te plàsei tu artu dai tàis proseucàis]  [At 2, 42]

ἦσαν stavano δὲ dunque  προσκαρτεροῦντες continuando sempre a praticare τῇ διδαχῇ l’insegnamento τῶν ἀποστόλων degli apostoli  καὶ τῇ κοινωνίᾳ e lo stare insieme da compagni, τῇ κλάσει la frazione τοῦ ἄρτου del pane καὶ e ταῖς προσευχαῖς.la preghiera 

TILC traduce: Essi ascoltavano con assiduità l’insegnamento degli apostoli, vivevano insieme fraternamente, partecipavano alla Cena del Signore e pregavano insieme. – CEI 2008 traduce: Erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. – Diodati traduce: Essi erano perseveranti nel seguire l’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nel rompere il pane e nelle preghiere

   Si tratta in definitiva di un nuovo modo di stare insieme,  da compagnikoinonòi da koiné, che significa unione, anche nel senso di lingua o cultura comune. E i primi cristiani impegnati nella predicazione si chiamavano tra loro koinonòi.

  Naturalmente le scienze bibliche hanno trovato nel brano che ho citato moltissimi altri significati rilevanti in religione e ci si sono costruite su molte varianti teologiche.

 Al contrario di quello che di solito si pensa, la nostra religione ha espresso sofisticate culture, cercando di dare una risposta a tutti i problemi della vita, da quelli più semplici a quelli più complessi. Per molti, tuttavia, essa viene vissuta sempre a livello bambinesco, anche perché non di rado l’istruzione religiosa che si è avuta da molto piccoli  è l’unica della vita.

  A Pentecoste, tuttavia, non venne infusa dall’alto una sapienza o una dottrina. Piuttosto sembra che si sia avuta conferma di un’idea che era al centro dell’insegnamento del Maestro: la possibilità reale e insieme l’esigenza della conversione da un modo di vivere ad un altro, senza che si fosse condannati a vivere quello di prima,  e il dono dello Spirito Santo [γίοs santo πνεύματος spirito  -  agìos pnèumatos]. L’effetto  è la koinonìa, il vivere insieme da compagni, quindi da persone che condividono una cultura, un impegno, una missione verso il mondo intorno (non semplicemente il vivere insieme pacificamente). La cultura  e la lingua comuni sono quelle dell’agàpe, della solidale e amorevole sollecitudine. La missione è quella di trasformare tutte le società intorno secondo quel modo di convivenza. Per alcuni è troppo poco, senza l’immaginifico teismo delle teologie del passato, in realtà, mentre è piuttosto semplice per i dotti costruire una qualche fantasiosa teologia con cui tiranneggiare i semplici, rendere reale l’agàpe, sebbene alla portata di tutti, dotti e semplici,  è molto più arduo costruire, tessendo legami buoni tra le persone, perché richiede la conversione.

  Tutto questo viene utile nel travagliato processo sinodale in cui siamo (o dovremmo sentirci) impegnati, con scarso frutto almeno per ora, a ciò che posso constatare.  

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli