sabato 11 giugno 2022

Sinodalità è codecisione

 

Sinodalità è codecisione

 

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da: Gianfranco Calabrese, Il ruolo del vescovo e del presbiterio nei processi decisionali ecclesiastici,  in Riccardo Battocchio – Livio Tonello (a cura di), Sinodalità. Dinamiche della Chiesa, pratiche nella Chiesa, Edizioni Messaggero Padova, 2020, anche i e-book e Kindle

 

 Lo stile ecclesiale nella via della Chiesa e nell’agire ministeriale dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi si fonda su una forma ecclesiale presente nella rivelazione cristiana. Essa rimanda al mistero di Dio e al ministero della Chiesa, alla comunione trinitaria, al mistero di Cristo, vero Dio e vero uomo, Unigenito del Padre e Primogenito della nuova umanità al dono dello Spirito Santo, anima dell’unità e della comunione in Dio e sorgente di unità e di pace per l’intera umanità. Questo stile ecclesiale che in-forma, con-forma e per-forma ogni realtà e ogni azione ministeriale della Chiesa, si manifesta nelle sue diverse istituzioni e strutture e deve animare soprattutto i processi decisionali oltre che la prassi pastorale, missionaria ed evangelizzatrice, secondo lo Spirito del Signore risorto, che agisce nella Chiesa e nel mondo. Non si tratta, infatti, semplicemente di decidere, ma di conformare le decisioni all’identità originaria e singolare della Chiesa, alla sua sorgente divina e trinitaria.

[…]

  Il riferimento sacramentale ed ecclesiale al mistero di Dio e di Cristo deve caratterizzare il soggetto chiamato, per vocazione e per mandato, a decidere di agire secondo lo stile comunionale. In questa prospettiva non può prescindere, nel processo decisionale, dall’ascolto della Chiesa, per cercare il consenso della fede. Egli, come soggetto ecclesiale, deve decidere in ragione della sua singolarità nella comunione e non può prescindere da essa, che non è data dalla somma delle decisioni individuali né necessariamente dalla maggioranza delle opinioni, ma dall’ascolto dello Spirito che agisce nella comunione d’amore, nella verità condivisa, nell’armonia della carità e dell’unità ricercata. Esso conduce la comunità a discernere la volontà di Dio e i segni dei tempi, a cogliere i percorsi più opportuni e veri, per realizzare nella storia il bene dell’umanità. L’ascolto deve essere attivo mai passivo, reale non ideologico, religioso e non solo amministrativo, per determinare una decisione che richiede l’assenso religioso e il  consenso nella fede dell’intera comunità ecclesiale. I processi decisionali nella Chiesa non possono seguire un semplice stile individualistico o tecnico-operativo, non possono conformarsi e regolarsi a partire da processi, leggi e metodi secolari, ma si devono caratterizzare per la loro modalità evangelica, comunionale e profetica nell’ascolto degli ultimi e di coloro che non hanno voce nel presbiterio diocesano. La comunità primitiva, di fatto, ha scelto questo stile nel prendere decisioni fondamentali per la propria vita e la propria missione. Questo stesso percorso decisionale ha caratterizzato i primi secoli della Chiesa anche se tra difficoltà e ambivalenze […]

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  Ho trascritto questo lungo brano del saggio di Calabrese per rendere l’idea dei problemi che la teologia crea nell’affrontare la progettazione e il tirocinio sulla sinodalità ecclesiale. Semplicemente, i teologi pretendono troppo da noi. La Chiesa su cui fantasticano non è fatta di esseri umani, ma di  puri spiriti, che in natura non esistono. Di fatto, al dunque, finiscono con il legittimare l’esistente, vale a dire il dispotismo monocratico episcopale e, a seguire, quello del prete, lì dove è preposto a una comunità. Ciò dovrebbe essere temperato dall’esigenza dell’ascolto, innanzi tutto del vescovo rispetto ai preti e poi anche a tutti gli altri. Ma che poi questo si realizzi effettivamente e, soprattutto, che serva a qualcosa,  è un’altra fantasia teologica, anche se qualche volta effettivamente può aver influito.

  Che le Chiese cristiane, fin dalle origini, abbiano deciso in quel modo non mi è molto evidente, tutt’altro. Mi pare invece che agli inizi ci fossero tanti modi di decidere, alcuni più partecipati, altri meno. Poi, sviluppandosi l’episcopato monarchico dal Secondo secolo, la cosa sempre più divenne appannaggio di gerarchi. Tuttavia per la scelta di questi ultimi a lungo fu necessario un consenso popolare, oltre che l’imposizione delle mani da parte degli altri vescovi. Di solito si ricorda il caso eclatante di Ambrogio di Milano, il quale, nel Quarto secolo, fu scelto a furor di popolo, ancor prima di essere battezzato, essendosi già distinto e fatto apprezzare come funzionario pubblico.

  Se si vuole rendere la Chiesa, reale, non quella fantasticata dai teologi, uno specchio della Trinità divina si punta ad un obiettivo irraggiungibile. Così come quando si vorrebbe ottenere sulle decisioni il consenso plenario: impossibile. Sia che si pretenda di convergere, con esortazioni spirituali, sulla volontà del gerarca, sia che si voglia un accordo generalizzato di base. Non sarà mai possibile ottenerlo, perché mai  lo si è ottenuto storicamente. In questo la storia dei sinodi e dei concili mi appare più che altro un sequela di tragiche prevaricazioni e di precari compromessi, dove questi ultimi erano sacralizzati mediante gli anatemi che venivano lanciati contro i dissenzienti. Dovremmo prendere esempio da questa poco commendevole esperienza? Di solito si ricorda che il primo concilio ecumenico  in cui non furono lanciati anatemi è il Vaticano 2°.

  Certo, in religione abbiamo a che fare con lo Spirito e con la sofisticata teologia trinitaria. Lo leggeremo nel brano evangelico di domenica prossima: ci è stato promesso uno spirito - pnèuma che ci spiegherà ogni cosa, prendendola del Maestro e dal Padre. Ma ogni persona di fede, poi, lo intende come vuole: questa è la situazione. E spesso ciò che intendiamo in noi come azione dello spirito, è fatto più che altro di  moti emotivi, governati dalla nostra biochimica. La nostra vita relazionale ne dipende, come spiegato in termini convincenti da Robin Dunbar, nel suo Amici, Einaudi 2022 (anche in e-book e Kindle). Ciascuna persona di fede può credere  di intendere la voce dello spirito, ma convincerne altre persone  è piuttosto difficile, convincerle tutte impossibile, nonostante le belle fantasticherie dei teologi.

  Di fronte all’ovvia realtà umana del dissenso, e tuttavia considerando l’utilità pratica del consenso, perché agendo collettivamente si ottiene di più, la teologia diventa efferata, condanna. Anche questo fa parte della tradizione, una assai triste tradizione. Diffidano delle procedure e dei diritti, vorrebbero lasciar fare allo spirito, ma così facendo, poi, si lascia in realtà spazio a chi prevarica.

  Se chi comanda non è  costretto  ad ascoltare, ascolta chi vuole e, se può, non ascolta o fa solo finta. E’ appunto su questo che è naufragata finora la fase dell’ascolto  dei cammini sinodali voluti da papa Francesco (e praticamente solo da lui tra i nostri gerarchi). Questo è un dato di esperienza.

  La sinodalità che si affida all’ascolto da parte dei  gerarchi non parte nemmeno.

  Di fatto la sinodalità è divenuta plausibile da poco anche in una Chiesa tristemente obsoleta come la nostra perché le persone laiche, negli scorsi decenni e a partire dagli anni Sessanta, si sono presa la libertà di decidere delle cose che le riguardavano, e anche in quelle di rilevanza religiosa,  e ciò profittando anche degli spazi di partecipazione consentiti dalla democrazia e comunque delle libertà democratiche. La prima occasione in cui questo avvenne su larga scala fu, in Italia, in occasione del referendum del 1974 promosso dai clericali sulla legge che aveva introdotto il divorzio (e lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio cattolico  concordatario). All’epoca si manifestò nella campagna referendaria un ampio fronte del “NO” (per il mantenimento della legge) tra i cattolici, che poi risultò maggioritario al voto, in una nazione che le statistiche davano ancora per cattolica in larga maggioranza.

  Se questa possibilità di co-decidere non troverà spazio in procedure formali nella nostra Chiesa, quest’ultima progressivamente svanirà, almeno in Italia, come si va scrivendo di questi tempi (ad esempio Andrea Riccardi nel suo La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, Laterza 2021, anche in e-book e Kindle).

  Co-decidere significa anche limitare il potere di chi finora ha avuto, almeno sulla carta, il potere di decidere ogni cosa. E’ inevitabile. I teologi, poi, potranno trovarne le ragioni teologiche, integrando le loro attuali idee. L’ascolto dei gerarchi non basta! Naturalmente, come è stato osservato, ogni procedura dovrà essere calibrata sul tipo di decisione da prendere, come accade in ogni campo delle società contemporanee. Perché qui non si tratta semplicemente di votare, ma di co-decidere ragionando, quindi dialogando, e questo indubbiamente serve ad allargare il consenso costruendo una decisione condivisibile. Ma, e di questo bisognerà sempre prendere atto, non sarà mai possibile ottenere un consenso plenario, perché così funzionano  le società umane e gli esseri umani, e non ci sarà mai nessuna potenza celeste che potrà cambiare le cose, e infatti finora non c’è stata. Se ci fosse stata non sarebbe stata necessaria tutta l’intensissima ed estesa violenza politica che, in certe fasi storiche,  è stata praticata per imporre certe decisioni e per tappare la bocca ai dissenzienti. Bisogna prendere atto che è così che le cose vanno in materia di fede: si può solo accettarlo pacificamente o passare a vie di fatto, come in genere è accaduto. Se si sceglie la via della pace, però, anche le differenze pian piano  si stemperano e si può riuscire a costruire una pace più intensa, come è accaduto tra noi e i protestanti sulla travagliata e storicamente mortifera questione della dottrina sulla giustificazione.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli