venerdì 10 giugno 2022

Sacralizzazione e sacramentalità

 

Sacralizzazione e sacramentalità

 

  La distinzione tra sacralizzazione e sacramentalità è molto importante nelle nostre questioni sulla sinodalità. Il secondo concetto è strettamente legato alla teologia cristiana, il primo è caratteristico di tutte le culture umane note ed è studiato dall’ antropologia, dalla sociologia e anche da vari rami delle discipline giuridiche.

  È sacralizzato ciò che in una cultura umana viene considerato immodificabile perché voluto da una divinità o ad essa comunque legato. Quando si parla di un regnante come di una persona sacra è questo che si vuole intendere.

  La sacramentalità è considerata comunemente un attributo di un’azione, di una procedura o di un’istituzione che producono un effetto salvifico in senso cristiano, per virtù della Grazia divina.

  La sacramentalizzazione è stato un processo storico nelle Chiese cristiane, che la riconoscono in misura più o meno ampia. Comune a tutte è quella del Battesimo. Il matrimonio, per ciò che so, è stata la procedura di più recente sacramentalizzazione nella nostra Chiesa, risalente al Quattrocento.

  Durante  il Concilio Vaticano 2º, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965, fu approvata un’importante costituzione dogmatica, vale a dire sulle definizioni essenziali per la nostra fede, denominata dalle sue prime parole in latino Luce per le genti -Lumen gentium, nella quale la stessa Chiesa viene definita sacramento:

 

1. Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale. Le presenti condizioni del mondo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo.

 

  A questa sacramentalità totale della Chiesa viene collegato lo sviluppo della sinodalità estesa che si vorrebbe porre a fondamento di una riforma ecclesiale. Essa comporta necessariamente anche un cambiamento delle forme di esercizio del potere ecclesiale, a tutti i livelli. Infatti l’attuale modello congegnato a partire dall’Undicesimo secolo ad imitazione di quelli feudali all’epoca corrente, quindi su livelli gerarchicamente ordinati di autocrati monocratici, è incompatibile con l’idea di sinodalità diffusa, nel quale, al posto del coordinamento gerarchico tra feudatari  dovrebbe vivere quello basato sull’agápe, vale a dire sull’intesa solidale e sollecita, nella quale, dove non si riesce a trovare l’accordo, si tollerano le differenze.

  Ma come può riuscire? Come riesce nella società in cui viviamo? Le democrazie avanzate contemporanee, tra le quali vi è ancora quella italiana, funzionano così, e funzionano. Rispetto ad esse l’organizzazione della nostra Chiesa è obsoleta - c’è chi autorevolmente osservò che era in ritardo di due secoli -, e non funziona, se non, e da ciò che si sente non tanto bene, nell’amministrazione di beni e personale.

 La Chiesa non è una democrazia, ripetono taluni. E perché non dovrebbe esserlo? Perché, così com’è, è stata voluta dal Maestro, rispondono. Questo è, appunto, sacralizzazione del potere ecclesiastico. Non sono un teologo, quindi non mi azzardo a sostenere, con la pretesa di dire una  verità, che non è così. Dico solo che spero caldamente che non sia così e che la cosa comunque non mi pare tanto evidente. Gli elementi sui quali i teologi di solito fantasticano in merito mi sembrano assai scarni, poche frasi buttate lì nei Vangeli e dal senso non proprio chiaro. La prassi delle Chiese delle origini non andò certo in quel senso, per quello che se ne sa. Poi, certo, c’è la tradizione, anzi “la” Tradizione. Ce n’è una letteraria, indubbiamente affascinante, che coinvolge emotivamente. Come scrivevano bene, in genere, e tanto, quegli antichi autori, i Padri! Ma come erano anche bellicosi, loro e le loro Chiese! C’è anche questo in quella tradizione, ma noi in genere oggi non pensiamo di trarne esempio. E che dire del loro feroce antigiudaismo?

  La storia della sinodalitá ecclesiastica, dalle origini fino a quasi alle soglie dell’epoca nostra, fu una tragica sequela di compromessi e condanne, e ad ogni accordo si lanciava anche  un anatema contro qualcun altro. E non solo in ambito cattolico (tra i cattolici la si piantò solo con il Concilio Vaticano 2º). Nel Cinquecento dopo una disputa risolta sinodalmente tra protestanti riformati a Zurigo, gli anabattisti che continuavano a dissentire furono fatti annegare nel fiume Limmat. Ora, in genere, riteniamo di non dover seguire quella orrida tradizione, pur giustificata da una teologia notevole. Questo significa che ne ripudiamo la sacralizzazione: non possiamo sostenere che quelle stragi fossero state volute  dal Maestro. Forse dovremmo cominciare a pensarla così anche con la nostra incongrua gerarchia.

  Nel conflitto russo-ucraino-statunitense, che ci sta impoverendo e incattivendo tutti, vediamo all’opera, come un tempo, poteri ecclesiastici sacralizzati, i quali, facendosi scudo del Maestro, incitano alla guerra e benedicono le armate. Ecco di che è fatta la tradizione che si vorrebbe ancora sacralizzata. Personalmente, nonostante le belle fantasticherie di certi teologi, la ripudio e la condanno, in me stesso anzitutto. Non è sacramentale, ma solo, abusivamente, sacralizzata. Non è sacramentale perché non ci parla del Maestro, che era mite e umile di cuore, salvava le persone e non ammazzò nessuno, e non si comportò nemmeno come un gerarca, pur dicendosi re. Re sì, ma non come quelli di questo mondo.

Mario Ardigó-  Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli