giovedì 9 giugno 2022

Cambiare mentalità consapevoli dei problemi

 

Cambiare mentalità consapevoli dei problemi



   Il lavoro che vi propongo sulla sinodalità non è per tutti, ma solo per un piccolo circolo di persone interessate a farlo leggendo e discutendo. Per progettare e cominciare a fare esperienza del nuovo bisogna cominciare da qui, perché siamo esseri viventi limitati e non lo dobbiamo mai dimenticare.

 Non dobbiamo aspettarci la soluzione dal clero e dai religiosi, perché loro sono parte del problema. Né dalla teologia, per lo stesso motivo.

  Dobbiamo renderci conto che, quando trattiamo di Chiesa, dovremmo fare i conti con una letteratura immensa, in gran parte non scritta nell’italiano corrente.  Dunque, inevitabilmente, dobbiamo servirci di sintesi, mantenendo comunque la consapevolezza che sono tali e che dunque la maggior parte delle cose ci sfuggirà nei dettagli. In quest’ottica, ho trovato molto interessante il libro di Giuseppe Ruggieri Chiesa sinodale, edito nel 2017 da Laterza e disponibile anche in e-book, in particolare per il linguaggio accessibile anche ai non specialisti e per gli estesi riferimenti storici. In questo momento sto affrontando il libro Sinodalità, a cura di Riccardo Battocchio e Livio Tonello, pubblicato da Edizioni Messaggero Padova, che è un raccolta di saggi basata su studi organizzati dalla Facoltà teologia del Trivento, anche questo disponibile in e-book.

  Affrontando la lettura del saggio di Gianfranco Calabrese dal titolo Il ruolo del vescovo e del presbiterio nei processi decisionali ecclesiali nel libro da ultimo citato, ci si rende conto dell’impatto che la teologia cattolica corrente ha sulla costruzione di una reale sinodalità. C’è una fortissima sacralizzazione del potere ecclesiastico, per cui, in definitiva riesce difficile pensare di poter cambiare anche le minime cose.

  La sacralizzazione risale fondamentalmente alla cristologia costruita a partire dal Quarto secolo proprio allo scopo di organizzare un nuovo sistema di potere sacralizzato, che all’epoca si volle a presidio del ruolo dell’imperatore romano visto come vicario  di Cristo. Una teologia affascinante perché congiunge Cielo e Terra. Il suo limite è di essere solo una teologia.

  Sto anche leggendo due saggi sui cristianesimi primitivi. La storia dei cristianesimi delle origini mi ha sempre molto coinvolto, tanto che ho sposato una laureata in quella disciplina. Si tratta di una materia in cui la teologia non la fa da padrona e che adotta i criteri scientifici della storiografia corrente, basati fondamentalmente sul ragionamento su fonti fededegne. Bene, io non sono un teologo naturalmente, ma mi pare di capire a) che il Maestro, prima di concludere la sua vita tra noi come uomo tra le altre persone, non costituì un sistema di potere territoriale e che b) si dichiarò re  precisando tuttavia che il suo regno non era di questo mondo. Tantomeno volle fondare una nuova religione. Questo rende assai problematica la teologia correntemente impiegata per sacralizzare l’organizzazione ecclesiastica. Quest’ultima sembra che abbia iniziato ad essere costruita molti decenni dopo la morte del Maestro senza un progetto unitario.

  La marcata clericalizzazione della nostra Chiesa e il suo assolutismo risalgono fondamentalmente al secondo Millennio. L’assolutismo del Papato romano è molto più recente: risale al Concilio Vaticano 1°, sospeso nel 1870 e mai più ripreso.

  Da questo processo è risultato che il sacerdozio  dei preti è ritenuto inferiore a quello del vescovi, i quali  ne avrebbero la pienezza. Pensando ad una figura di prete come Lorenzo Milani non riesco veramente a  credere che il suo sacerdozio sia stato in qualche cosa inferiore a quello del vescovo che lo perseguitò. Ma, appunto, non sono un teologo. Accostandomi al problema usando gli strumenti della logica giuridica, mi pare che ciò che differenzia il sacerdozio del vescovo da quello del prete sia l’attribuzione al primo di un potere autocratico, per cui nelle norme canoniche il vescovo è definito pomposamente unico legislatore (canone 466 del Codice di diritto canonico del 1983). Naturalmente questa qualifica di unico legislatore è incompatibile con qualsiasi forma di sinodalità, che significa co-decisione. Essa è stata sacralizzata, vale a dire resa teologicamente intangibile legandola alla volontà del Maestro. Di fatto è obsoleta e non funziona più: in genere il vescovo unico legislatore è anche un pessimo legislatore. Come fare a risolvere il problema da punto di vista teologico è compito dei teologi, in ciò frenati dall’efferato sistema di polizia ideologica ancora mantenuto nella nostra Chiesa, triste retaggio di tempi orrendi. Da questa autocrazia noi persone laiche che vivono in Italia, nell’Occidente democratico, ci siamo da tempo affrancati e ci riserviamo di decidere che cosa, della legislazione episcopale, meriti di essere obbedito e che cosa invece non lo meriti. Ciò ha di fatto modificato il modo in cui l’autocrazia episcopale viene esercitata in Italia. Per cui dai vescovi vengono dichiarazioni più concilianti in materia di co-decisione, ma rimane il fatto che, finché loro rimangono unici legislatori, di sinodalità non si può parlare.

  Ma poi, l’essere legislatore, rientra realmente nell’essenziale dell’episcopato? Su questo si può discutere, e quindi si deve.

  Di solito si richiama l’idea che il Maestro fu re, sacerdote e profeta, per dire che ogni cristiano dovrebbe esserlo, ma qualcuno di più perché ci vuole chi agisca al posto  di Gesù. Questa concezione risale al riformatore francese Giovanni Calvino, vissuto nel Cinquecento, il quale, in particolare, oltre a occuparsi di teologia, fu riorganizzatore ecclesiale nella città svizzera di Ginevra, con esiti tutto sommato non dissimili, quando a crudeltà nell'esercizio della repressione, a quelli realizzati dai cattolici coevi. L’idea del re-sacerdote-profeta, recepita anche dai cattolici,   è la base del potere sacralizzato degli odierni gerarchi ecclesiali, in particolare di quelli che ritengono di avere il sacerdozio nella sua pienezza. Mi pare che manchi del tutto un’opera che sicuramente il Maestro svolse in questo mondo che è quella del medico-guaritore. Essa è in linea con il suo insegnamento del potere come servizio. Quando papa Francesco parla di una Chiesa sinodale che esca dagli spazi liturgici per costruire ospedali da campo, qualunque idea poi si abbia di questa ospedalizzazione d’emergenza, mi sembra che faccia riferimento a quello. Re-sacerdote-profeta  è una persona che guida le altre e questo fa capire perché quella concezione è stata tanto importante nella costruzione del potere episcopale. Le democrazie contemporanee hanno spezzato il nesso tra potere regio e sacerdozio: questa è la desacralizzazione, altrimenti detta anche secolarizzazione del potere. Non ci sarà vera sinodalità se non ci si muove su quella strada: nella consapevolezza che l’essenziale non verrà toccato.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli