mercoledì 15 giugno 2022

L’essenza della nostra fede

 

L’essenza della nostra fede

 

 Sto leggendo un libro di qualche anno fa nel quale si cerca di individuare l’essenza della nostra fede, vale a dire quello che non muta con il passare dei secoli e nel contatto con società di culture diverse.

  E’ diventato importante di questi tempi chiarirsi su quel tema, perché si sta pensando a una riforma della nostra Chiesa e si vuole, appunto, che non cambi l’essenza della nostra fede.

  L’essenza è qualcosa di diverso dall’essenziale, che sarebbe quel minimo che rende riconoscibile la nostra fede come tale. L’essenza colora di sé tutto, non solo quel minimo.

  L’autore del libro avverte che cercare quell’essenza è un lavoro concettuale, ma che nella realtà essa non è distinta da ciò che varia, le forme storiche che la nostra fede ha assunto nel tempo e nelle diverse società che l’hanno recepita in qualche modo.

 Cercare l’essenza è un lavoro da teologi, i quali, appunto, lavorano sui concetti, con metodo e secondo criteri di razionalità. A noi può essere utile averne l’idea per spiegare la nostra fede a chi non la conosce o non la conosce abbastanza.

  Bisogna dire che, in genere, si vive una forma storica che la nostra fede ha assunto. Proprio lo studio della storia e delle società contemporanee rende chiaro, però, che non è l’unico praticato. Un tempo l’uniformità era molto più importante di oggi e, a lungo, hanno predominato le forme storiche delle società europee.

 Una risposta che sento dare spesso è che l’essenza della nostra fede è Gesù di Nazaret, il Cristo dei cristiani, in particolare nel rapporto personale con lui. Questo distinguerebbe la nostra fede da altre religioni a sfondo mistico o basate su un sistema etico. La nostra fede non sarebbe l’accettazione di un sistema di definizioni e di norme di comportamento, ma l’incontro con Gesù. Questo  è molto bello a dirsi e può effettivamente orientare la spiritualità personale e comunitaria. Ma a me non soddisfa, per il motivo che non posso dire di conoscere veramente Gesù, a prescindere da ciò che saltuariamente penso di sentire verso di lui  a  livello emotivo. E tuttavia il suo vangelo,  il suo insegnamento, ci è stato tramandato mediante narrazioni sulla sua vita. L’incontro con lui è visto, quindi, come una sequela, un seguirlo. Il problema, certo, è che i racconti su Gesù derivano da un accostamento di tradizioni che non costituiscono sempre una narrazione coerente.

  Molte delle convinzioni e quasi tutti i riti a cui siamo abituati andando in chiesa non possono essere considerati l’essenza della nostra fede. Lo stesso può dirsi di gran parte delle funzioni che riteniamo sacre. Ma, anche, molto di ciò che intendiamo parlando di “Cristo” a proposito di Gesù di Nazaret deriva da una complessa storia di idee che è durata fino ad oggi e che ha visto un’epoca fondamentale tra il Quarto e l’Ottavo secolo.

  Difficile andare oltre, anche se ciascuno lo fa. Pochi hanno una adeguata consapevolezza della sofisticata cultura nella quale la nostra fede è stata storicamente articolata. Per quanto non rientri né nell’essenza né nell’essenziale della nostra fede è importante in quel complicato lavoro di mettere in relazione vita personale, società e fede.

  Dal principale comandamento di Gesù di Nazaret, riportato nei Vangeli, possiamo tuttavia intuire l’essenza della nostra fede: è il comandamento dell’agàpe, che traduciamo con amore, anche se in italiano questa parole ha una prevalente valenza sentimentale che nel greco evangelico non è tutto. Agàpe significa vivere le relazioni in società prendendosi cura delle altre persone, in uno spirito di salvezza. Lo possiamo considerare soprannaturale perché indubbiamente non corrisponde alla spietata legge di natura, dove conta solo la forza e pesce grosso mangia pesce piccolo. L’agàpe  è anche alla base dello sinodalità, secondo la quale si vorrebbe riformare la nostra Chiesa.  L’agàpe è un modo molto radicale di trasformare il modo di vivere. E’ il motivo che rende inquieti gli spiriti cristiani ed anche una forza che destabilizza ogni assetto istituzionale raggiunto dalla e nella Chiesa.

  Spesso al centro della nostra fede viene messa la Chiesa, in particolare con la sua antica gerarchia. Negli scritti neotestamentari, dai quali si ricavano  le consuetudini del Maestro e dei suoi discepoli alle origini, si capisce bene, però,  che a quell’epoca quello che c’è adesso non c’era, anche se si cerca di collegarlo a quei tempi. Non è quindi l’essenza che stiamo cercando. E, certo, l’atteggiamento del Maestro e dei suoi primi discepoli nei confronti delle autorità religiose del giudaismo della sua epoca era piuttosto libero, tanto che veniva criticato per questo.

 A molti vivere volendosi e facendosi bene non basta. Ci aggiungono allora modi di vedere la divinità che appaiono la riproposizione di costumi più antichi, quando il Cielo era popolato di tanti dei. Questo teismo, però, al dunque lascia il tempo che trova, semplicemente perché non funziona, e tutti lo possono constatare, quando non preferiscono farsi illudere.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma Monte Sacro, Valli