sabato 2 aprile 2022

Convegno MEIC su Zoom - relazione del prof. Giulio Guarini su "I talenti nell'economia e i talenti nel Vangelo"

 

venerdi  1 APRILE 2022   ore 18-20

Convegno del MEIC su piattaforma ZOOM 

" i talenti nell'economia e i talenti nel Vangelo "

relatore: prof. Giulio GUARINI

MEIC - Economia - Università della Tuscia

 

 

 Sintesi della relazione elaborata da Mario Ardigò sulla base degli appunti presi nel corso del convegno

 

Sintesi non rivista dal relatore

 

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    La proposta di relazione che mi era stata fatta era un commento sulla parabola dei talenti, dal cap. 25 del Vangelo di Matteo. Contiene immagini con immagini escatologiche (il ritorno di Cristo alla fine dei tempi): la parabola dei talenti è l’ultima di queste immagini. L’interpretazione più comune è che ognuno ha ricevuto una dote da Dio e che ciascuno deve farla fruttare. Il servo colpevole è considerato quello che ha avuto paura di far fruttare il suo talento, con un peccato di omissione, arrivando al punto di seppellirlo per evitare qualsiasi responsabilità. Al ritorno del padrone, vengono premiati i servitori che hanno fatto fruttare i talenti ricevuti. Il terzo servitore non ha capito la fede, la volontà del padrone e viene condannato.

  Nella parabola si utilizza un linguaggio economico, come in altre parti della Bibbia, con un senso allegorico. Anche nel Padre nostro si parla di debiti. Si parte da situazioni economiche, ma se ne ricava un senso spirituale.

  Il terzo servitore ha avuto paura, come Adamo che si nascose dopo il peccato. Ci si nasconde o si nasconde il talento per paura.

  Weber parlò del calvinismo come origine di un sostegno allo spirito del capitalismo. La lettura tradizionale della  parabola dei talenti è coerente con questa visione. Calvino: poiché non si sa se si è predestinato alla salvezza, l’operato che dà successo manifesta di essere tra i predestinati. Il terzo servitore di fatto si autocondanna, il non fare manifesta che non era stato scelto da Dio.  Si può leggere questo anche in senso meritocratico: il successo è ottenuto da chi se lo è meritato, in senso ultraliberista. A questo punto non ha più senso di nascondere le proprie ricchezze, che sono manifestazione di una predestinazione alla salvezza. E’ un riferimento per le dottrine economiche liberiste. Uno si merita la salvezza.

  Dottrine liberiste: date certe dotazione per gli individui, il processo di mercato consegue il risultato collettivo migliore, senza scontentare nessuno. Il vulnus  è che di fatto il mercato non riesce a fronteggiare situazioni di dotazioni fortemente diverse, il problema dell’equità. La parabola potrebbe giustificare le dotazioni diverse. Secondo alcune teorie (ad es. Pareto), la distribuzione del reddito ha qualcosa di naturale perché riflette le diverse competenze, e quindi è immodificabile.

  La parabola può essere strumentalizzata in altri modi.

 Padre Alex Zanotelli, comboniano, ha riflettuto sull’economia sabatica, dei giubilei, per enucleare i motivi economici, ad esempio per sostenere la cancellazione del debito. Egli ribalta quella lettura: l’unico che ha fatto bene è il terzo servitore e in questo quadro il padrone sarebbe mammona. Prescrive di affidare il denaro ai banchieri, come gli altri.  Il servitore è il vero eroe perché rifiuta di farlo. Infatti il cap. 25 di Matteo si conclude con il giudizio finale tra pecore  e capre (rappresentazione del diavolo, con volto caprino), e la selezione tra le une e le altre viene fatto sulla base della misericordia praticata. Questo non ha nulla a che fare con il padrone  della parabola dei talenti.

  La parabola deve certamente integrarsi con ciò che viene dopo. Bisogna tener uniti la parabola e il brano del giudizio finale, che stabilisce esplicitamente i criteri della salvezza e della condanna.

 Bisogna partire dal valore positivo del talento. La grazia è abbondante e riguarda tutti quanti. Cinque non è più di uno: anche un solo talento dell’epoca di Gesù aveva un valore molto grande. Valeva 6000 denari, circa venti anni di stipendio di un ceto medio di allora. Anche un solo talento è abbondanza, anche se l’abbondanza non è uguale per tutti. I servitori che hanno fatto fruttare i talenti ricevuti partecipano alla gioia del padrone, per aver fatto crescere l’abbondanza.  Nella parabola si parla di capacità (di far fruttare) come misura della dote di talenti. C’è  un accento sulla responsabilità di produrre ricchezza, ma anche nel condividere: le due cose devono essere tenute insieme. Si ha perché si è prodotto, si è fatto fruttare, e si produce per condividere: a chi ha prodotto sarà dato.

  L’ordine fondato da Francesco d’Assisi ha attuato un’economia del bene comune, su quei presupposti, ad esempio i Monti di pietà. Il denaro non lo usiamo come gli usurai, ma per fare del bene in modo razionale.

  Bernardino da Feltre fondò i Monti di pietà, ebbe come motto “Abbi cura di lui”.

 Nella prospettiva liberista il talento viene considerato bene individuale, e non come abbondanza da condividere. In questa prospettiva il padrone della parabola può allora trasformarsi in mammona, sbagliando.

  Anche l’affamato, che per la misericordia ha ricevuto, ha la responsabilità di far fruttare.

  Papa Francesco insiste che il più grande peccato è sprecare: ad esempio nel discorso tenuto nella giornata dei poveri.

  Nella dottrina sociale ci sono riferimenti espliciti alla parabola.

 Gesù come  uomo del lavoro. Si apprezza la buona amministrazione come opera di giustizia, con un’etica del lavoro fondata sulla parabola. Ciascuno ha diritto di iniziativa economica, per raccogliere i giusti frutti e per contribuire alla ricchezza generale, con una funzione sociale.

 Talenti viene inteso anche in senso metaforico non solo come denaro, ma come doti.

  Lo stato deve valorizzare i talenti, anche dal punto del trattamento fiscale dei proventi d’impresa.

  Si fa riferimento ad una civiltà dell’amore, esortando a raddoppiare  i talenti ricevuti e alla carità di tutti.

  C’è un modello che tiene insieme nel modo migliore la parabola dei talenti e il giudizio finale basato sul criterio della misericordia?

  L’efficienza anche nell’attività missionaria è necessaria ma senza tradire lo spirito della missione.