mercoledì 30 marzo 2022

Storia bizzarra

 

Storia bizzarra

 

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[da: Norbert Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino 1979]

 

 La storia umana è troppo complicata perché il suo disegno possa essere abbracciato con una immagine; oppure è tanto complicata che non potendo esporla in concetti dobbiamo accontentarci di immagini approssimative (ma in questo caso dobbiamo essere ben consapevoli della differenza che passa tra un’immagine e un concetto).

[…]

 l’abbandono di una via bloccata (ed obbligata) della storia è una necessità (naturale)  o un compito (umano)? O, in altre parole, noi non proseguiamo perché il proseguire è impossibile, oppure perché è moralmente condannevole o economicamente  disutile, o comunque inopportuno, e quindi non è impossibile, ma indesiderabile? Come vedremo, questa domanda è importante per distinguere atteggiamenti diversi di fronte alla guerra. Per ora basti notare che di fronte alle vie bloccate della storia sono possibili due atteggiamenti diversi: l’esaurimento di una istituzione può essere oggetto di una mera constatazione (o, che è lo stesso, di una previsione, se l’esaurimento è soltanto in corso), oppure di un progetto, cioè di un programma di lavoro che si ispira a certe valutazioni dei fini, dei mezzi, dei rapporti tra mezzi e fini.

 

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 Che cosa è la guerra? E’ l’organizzazione politica di una violenza collettiva per distruggere beni e vite di un’organizzazione considerata nemica fino alla sua resa, o allo sterminio totale se la stessa esistenza in vita di chi la esprime viene considerata intollerabile (nella Bibbia si narra di ordini divini di sterminio).

  Spesso tuttavia si paragonano le stati e altre organizzazioni che si fanno guerra alle aggressioni tra le persone: tuttavia questa è un’immagine approssimativa, e in fondo insoddisfacente. La differenza la fa la politica. Nella violenza tra persone ognuno mantiene la libertà di decidere se proseguire o non: questa non  è guerra. Guerra è quando si deve  combattere e non si ha scelta. La guerra viene sempre  ordinata.

  Così una persona può essere individualmente incline alla violenza, ma manifestarsi contraria alla guerra in generale, o  a una qualche guerra particolare. Nella violenza tra le persone non  è implicata la politica, quindi il governo della società in cui si è immersi, come invece lo è sempre  nella guerra. Alla guerra ordinata dai capi politici di uno stato o di un’altra organizzazione ai quali si è soggetti non ci si può sottrarre. Nella nostra Costituzione ciò viene espresso con le parole dell’art.51, 1° comma: «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Il secondo comma ordina l’obbligatorietà  del servizio militari, sia pure nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge. Questo va tenuto presente nello scagliarsi contro i soldati degli eserciti nemici: si tratta di persona che, come noi, non hanno avuto scelta.

  Quando in quell’articolo della Costituzione si parla di sacro, non si fa riferimento alla religione: si vuole intendere che a quel dovere di fare la guerra quando è ordinato non è ammesso sottrarsi per decisione personale, per nessun motivo. Nell’Occidente europeo avanzato, però, leggi prevedono il diritto all’obiezione di coscienza: allora una decisione personale di non partecipare alla guerra in armi viene riconosciuto, a certe condizioni (non esclusivamente pe scelta personale), ma, comunque, in genere alla guerra si deve  partecipare, anche se non usando armi. Storicamente ha fatto eccezione la Gran Bretagna, nella quale in genere non vi fu la leva obbligatoria e ci si arruolò volontariamente, spesso spinti da una fortissima pressione sociale in quel senso. Una volta arruolati in armi, però, si perde la facoltà di decidere: si fa come viene ordinato.

  Così è accaduto nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina. Nella prima  è stato ordinato di invadere e nella seconda di resistere all’invasione: in entrambi i casi, che si invada o ci si difenda, lo si fa aggredendo il nemico e cercando di distruggerlo.

 Ci sono trattati internazionali in materia di guerra che cercano di limitarne le efferatezza, ma l’esperienza insegna che spesso sono violati.

  La guerra è sempre decisa  e la si combatte obbedendo. E questo anche se ci si arruola volontari. Ci si arruola per obbedire, perché è così che si fa la guerra e non c’è un modo diverso di farla.

 Si dice che la prima vittima della guerra è la verità, ma non sono d’accordo: la prima vittima della guerra è la libertà. Da essa deriva anche la perdita della libertà. Scrisse la filosofa Simone Weil che in guerra si diventa schiavi della forza. Si è come trascinati dagli eventi.

  E tuttavia la guerra, in quanto evento politico, non è mai del tutto necessitata: in una certa misura rimane sempre influenzabile dalle dinamiche sociali, e quindi prevenibile.

  Si pensava che una guerra tra l’Europa occidentale e la Russia fosse divenuta impossibile, in quanto avrebbe comportato l’uso delle armi nucleari e quindi l’effetto MAD (in inglese significa pazzo, ma è anche l’acronimo dell’espressione Mutual Assicured Destruction, in italiano reciproco assicurato annientamento, nessun vincitore possibile dunque). Come constatiamo in questi giorni, quel tipo di guerra non è per nulla impossibile, fondamentalmente perché i belligeranti si sono costruiti una illusoria fiducia di poterla controllare. Ma, appunto, è proprio questo che è impossibile nel caso della guerra, come la storia dimostra: una guerra non è mai  controllabile, risolvendosi in una esplosione incontrollata di violenza. Questa illusione di controllo viene comunemente chiamata realismo, che è l’atteggiamento che più favorisce la guerra. Per realismo  ci si arma, e per realismo  si decide di invadere e di resistere combattendo in armi, e questo anche se astrattamente consapevoli dell’effetto MAD. Resistere  in quel modo  è virtuoso si dice. Ma anche se ciò porta al proprio annientamento? Di fatto, difficile non resistere in armi a chi aggredisce in armi in una guerra. Soprattutto quando si dispone di armi tremende, in virtù delle quali si confida di poter respingere l’aggressione.

 Ma il corso della storia, anche quello delle guerre, è dunque qualcosa che ci sovrasta, per cui noi si è come pupazzi a recitare in una specie di teatro una storia che noi non abbiamo scritto? In altre parole, è possibile progettare la pace?

  La storia dell’Europa occidentale tra il 1945 e quest’anno, dimostra che sicuramente è possibile. Lo abbiamo fatto e potremmo rifarlo, e, aggiungo, avremmo potuto farlo anche in questa occasione.

  E’ che la minaccia della guerra ci ha colti in un momento particolare, in cui avevamo mente solo per noi stessi, per la faccenda della pandemia di Covid 19. L’Ucraina è uno stato extracomunitario, nei confronti del quale, fino ad un mese fa, ci barricavamo nei nostri confini. Nessuno tra gli stati dell’Europa Occidentale, e tanto meno l’Unione Europea, ha tentato di intromettersi prima che fosse troppo tardi. Gli eventi sono rimasti nelle mani della Russia, dell’Ucraina e di una superpotenza extraeuropea estremamente bellicosa, gli Stati Uniti d’America. Quest’ultima e la Federazione Russa sono a un passo di una guerra catastrofica, che certamente trascinerebbe anche noi dell’Unione Europea. Come andrebbe a finire quella guerra lo sappiamo: MAD. E allora com’è che da noi i mezzi di comunicazione di massa ci spingono all’intervento e in Russia spingono a sostenere l’invasione? Come sarebbe nel giro di pochi giorni lo dimostra l’Ucraina di oggi: quello saremmo noi, ma, appunto, non nel giro di un mese, ma di pochi giorni, o addirittura ore, perché così funziona la guerra con l’impiego delle armi nucleari.

 Il Papa ha certamente visto giusto quando ci ha dato dei pazzi.

  C’è però una differenza rispetto ad altre epoche. L’Unione Europea, gli Stati Uniti d’America, l’Ucraina e la Federazione Russa, sì anch’essa stando alla sua Costituzione, sono sistemi democratici, dove la politica, in certa misura può essere influenzata dalle masse, quelle che hanno più da perdere dall’estendersi della guerra. I soldati non hanno scelta: devono combattere perché così è stato loro ordinato; ammazzare o essere ammazzati, dal nemico o dalla giustizia del proprio stato. Ma ai cittadini, nell’esercizio della politica democratica,  è rimessa in definitiva la scelta ultima tra guerra e pace: in democrazia è una responsabilità comune, condivisa. Lo insegnò Lorenzo Milani. Qualcosa si può dunque ancora fare. Solo che ci si lasci interrogare dalla coscienza. E non ci si lasci suggestionare da immagini approssimative che paragonano la guerra alla violenza tra individui.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.