Tolleranza o dialogo?
Da poco è stato pubblicato da Editrice Vaticana il libro di Adrien Candiard Tolleranza? Meglio il dialogo. Il titolo riassume la tesi svolta dal l'autore. In particolare egli ritiene che il dialogo sia meglio della tolleranza perché lascia sopravvivere le differenze. Si richiama in questo ad un'idea di Papa Francesco, che ha corollari virtuosi ed altri meno. Secondo questi ultimi il dialogo è ammesso solo se lascia più o meno integre le differenze.
Ora, se osserviamo le dinamiche sociali, possiamo renderci conto facilmente che sempre quando le differenze convivono senza scontrarsi si attenuano. La convivenza pacifica tra diversi realizza sempre, in tempi o meno lunghi, un risultato di questo tipo, mentre nello scontro le differenze vengono accentuate anche a scopo simbolico, per farne una bandiera dei gruppi contrapposti e per costruirci sopra mitologie belliche.
In questo quadro la tolleranza è la base e già il principio del dialogo, non un suo opposto, e deve sussistere anche quando poi si decida di dialogare. Tuttavia passare al dialogo richiede qualcosa di più, una certa fiducia nei vantaggi della cooperazione.
Nella nostra parrocchia, ad esempio, dagli anni '80 vi sono gruppi aspramente contrapposti, che diffidano gli uni degli altri e si temono. Tuttavia vi è una certa condizione di tolleranza reciproca, dovendosi condividere spazi, attrezzature, liturgie, ma non si è mai passati al dialogo vero e proprio. Nondimeno, la lunga consuetudine reciproca ha attenuato un po' l'asprezza delle differenze, mantenute deliberatamente anche per motivi ideologici. Quindi ci si tollera. Il dialogo richiederebbe però di estendere la tolleranza fino a programmare attività comuni in cui si possa lavorare insieme, non solo essere platea. Frequentarsi più da vicino. E tuttavia questo non è possibile, fondamentalmente perché la frequentazione degli altri viene ritenuta contaminante, per alcuni, o minacciosa per altri.
Il dialogo non è solo questione di discorsi, di parole e argomenti. La base del dialogo è quando si decide di frequentarsi per conoscersi meglio, perché si pensa di poterne trarre vantaggi. Oggi in parrocchia non vediamo l'utilità della frequentazione reciproca. Ogni gruppo basta a se stesso. Questo è emerso molto chiaramente negli incontri sinodali che andiamo facendo. C'è chi teme che frequentando gli altri si perderebbe la rigida disciplina di gruppo che si vuole praticare e chi teme di esservi costretto.
Questi problemi non sorgono solo in religione: caratterizzano ogni società umana. A volte in religione sono esasperati dalla mitologia fantasiosa inglobata nelle fedi. È cosa che riscontriamo anche accostando la Bibbia. Certamente molte storie della Bibbia ci presentano gruppi di israeliti fortemente intolleranti, ma anche momenti di sincero dialogo con non israeliti. A volte il dialogo con questi ultimi o anche solo la pietà verso di essi sono considerati peccaminosi, altre volte virtuosi. E Gesú? Proveniva dalla Galilea, dove convivevano più o meno pacificamente diverse culture e i Vangeli narrano storie di dialogo e pietà verso non israeliti, addirittura verso un ufficiale dell'esercito romano occupante. E tuttavia di solito si osserva che Gesù rimase fino all'ultimo un israelita del suo tempo, un tempo complesso. Dopo la Risurrezione, però, i cristiani vivendo tra alte genti si distaccarono sempre più marcatamente dal giudaismo delle origini. L'assimilazione reciproca tra alcuni cristianesimi e l'ellenismo fu alla base del lungo successo dei cristianesimi nel mondo Mediterraneo dell'epoca e poi, in genere seguendo la via dell'espansione degli imperi europei, in tutto il mondo.
Oggi alcune importanti differenze che caratterizzano fra loro i cristianianesimi dipendono dai regimi politici che ne hanno sorretto l'espansione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.