lunedì 21 marzo 2022

Trasformarci come popolo

 

Trasformarci come popolo


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Da: Hervé Legrand – Michel Camdessus, Una Chiesa trasformata dal popolo, Paoline 2021

 

[San Paolo scriveva al discepolo Timoteo]: «Bisogna che il vescovo sia sposo di una sola donna … che sappia dirigere bene la propria famiglia … perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come poterà aver cura della Chiesa di Dio? E’ necessario che quelli di fuori [i non cristiani] gli rendano una buona testimonianza» (1Tm 3,2-7) [v. sotto una citazione più ampia].

[…]

  Al di là dei consigli di san Paolo, è importante ricordare che i primi papi e i vescovi dell’antichità erano sposati. Non è la Chiesa ma l’imperatore Giustiniano che “nel 535” rende obbligatorio il celibato dei soli vescovi, allo scopo dichiarato di custodire i beni della Chiesa al servizio dei poveri, invece di disperderli per successione tra i loro figli [gli autori richiamano le Costituzioni latine di Giustiniano, Novella 6].

 Da quel momento, questa ragione divenne determinante per eleggere dei monaci (senza famiglia) come vescovi, cosa che la Chiesa aveva cominciato a fare prima che la legislazione imperiale lo imponesse.

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   La storicità della regola del celibato sacerdotale, vale a dire che non rientri nei costumi delle comunità cristiane delle origini né negli insegnamenti evangelici, non è generalmente contestata. Ciò posto, essa, tuttavia, non è al centro dei problemi delle nostre Chiese. E’ considerata tale nella Chiesa cattolica per il pesante clericalismo che la caratterizza.

  Nel libro di Hervé Legrand – Michel Camdessus che sto utilizzando come traccia per le mie riflessioni, il primo capitolo si intitola Uscire dal clericalismo  e il gruppo di amici del quale gli autori riportano le conclusioni prese spunto per affrontare questo tema dagli abusi sessuali, in particolare su minori, compiuti dal clero.

  Tuttavia, da ciò che ho letto altrove, non vi sono forti argomenti per sostenere che la causa di quegli abusi, in danno delle persone e tra loro dei fanciulli che frequentano gli ambienti ecclesiali, sia stata il celibato sacerdotale del clero cattolico latino (il clero cattolico di rito bizantino può sposarsi), per cui ripristinando tra i cattolici di rito latino l’antica regola che ammetteva il matrimonio dei consacrati, essi cesserebbero o diminuirebbero in modo consistente. La statistica giudiziaria a livello mondiale dimostra che abusi del genere sono praticati anche da persone che intrattengono relazioni sessuali stabili con partner maturi, liberi e consapevoli. Mi pare significativa in questo senso sia l’esperienza giudiziaria italiana, che conosco meglio, sia la notizia che, ad esempio, abusi analoghi a quelli emersi  negli Stati Uniti d’America  nel clero cattolico statunitense sono stati scoperti in organizzazioni scoutistiche, dunque al di fuori di ambienti religiosi (cfr . https://en.wikipedia.org/wiki/Boy_Scouts_of_America_sex_abuse_cases ).

  Non è detto, poi, che abolendo il celibato sacerdotale ne conseguirebbe anche la fine del clericalismo, perché è pensabile, ed in effetti esistente, anche un clericalismo in Chiese nelle quali servono sacerdoti sposati, come mi pare di osservare nel mondo dell’ortodossia orientale e, in genere, nelle Chiese cristiane diverse da quella cattolica che hanno mantenuto un ministero propriamente sacerdotale pur consentendo il matrimonio del clero.

  Tenendo presenti le fermissime pronunzie dei Papi degli ultimi secoli, in particolare, da ultimo, quelle del papa Giovanni Paolo 2°, che si è voluto santo proprio per cercare di vincolare anche per il futuro la Chiesa cattolica al suo insegnamento, legare il superamento del clericalismo a quello del celibato sacerdotale imprime una estrema drammatizzazione alla questione che poi finisce per rafforzare, per reazione, il clericalismo. Del resto gli storici osservano che proprio questo fu l’intento della gerarchia nell’imporre strenuamente il celibato al clero cattolico latino: separare  il clero dal resto del popolo per legarlo strettamente a sé, rendendolo dipendente per la propria condizione di vita solo dal vincolo gerarchico.

   Ciò che invece verrà superato nel giro di qualche decina d’anni nella Chiesa cattolica europea, un periodo di tempo troppo lungo perché un sessantacinquenne come me possa prevedere realisticamente di vederne gli sviluppi conclusivi, non sarà, credo, il celibato sacerdotale del clero cattolico latino, ma proprio il sacerdozio come ancora oggi lo si concepisce, strettamente legato, esso sì, al clericalismo ecclesiale. Accadrà semplicemente per naturale consunzione di quel ceto di preti, già oggi assai anziano, senza possibilità di ricambio. Dunque i preti-sacerdoti  come oggi li vediamo ancora tra noi saranno sempre meno e finiranno per essere assimilati a monaci e frati, dei quali anche il clero diocesano, quindi non consacrato in ordini religiosi, condivide gran parte degli impegni di vita. Emergeranno nuovi ministeri, come ad esempio è accaduto con quello del Catechista, istituito con la Lettera apostolica in forma di «motu proprio» Antiquum minsterium – Un antico ministero il 10 maggio 2021 da papa Francesco, sulla base di una prassi diffusa e consolidata risalente in Europa agli anni Sessanta. Questi nuovi ministeri saranno sicuramente aperti anche alle donne. Anche nel governo ecclesiale emergeranno, accanto al ministero consacrato dei vescovi, altri uffici o ministeri ecclesiali di direzione o coordinamento, più caratterizzati in senso sinodale e partecipativo. I teologi poi rifletteranno su queste nuove organizzative e sicuramente ne scopriranno il radicamento evangelico, in particolare nei costumi delle nostre comunità più antiche.

  Personalmente, quindi, non mi propongo assolutamente, in questa fase entusiasmante di riforma ecclesiale di sinodalità popolare dal basso, di chiedere o di proporre di superare il celibato del clero e anche solo di prendere la parola su questo tema. Sarà lo stesso clero a dover ragionare, e anche decidere, come vorrà essere in futuro, tenendo presente che la vera minaccia alla sua missione non è il celibato, ma il clericalismo, che è divenuto ormai intollerabile e che, volente o nolente la gerarchia, verrà sicuramente superato in tempi non lunghi, almeno in Europa.

   Certamente non verrà invece superato il ministero del pastore che è essenziale nella vita delle nostre comunità di fede e, aggiungo, non sinodalizzabile, perché, implicando anche il dovere personale della profezia, deve potersi svolgere anche contro  le comunità di riferimento.  Quello che non è essenziale è che chi fa il pastore abbia un diritto assoluto ed esclusivo di amministrare i  beni ecclesiali e di dirigere le attività ecclesiali, sia a livello di una parrocchia, sia a livello di una diocesi o a livelli superiori. In tutti questi campi occorre creare forme di sinodalità popolare e di larga partecipazione, in modo che tutti  possano aver voce in tutto  ciò che li riguarda, secondo forme organizzative che, seguendo l’idea del prof. Ramellini che ieri ho sintetizzato dal suo articolo apparso su Pax Romana – Journal - 2021, devono essere adattate a seconda dei temi e degli ambiti (locale di prossimità, diocesano, nazionale, continentale, generale).

 Questa nuova ministerialità dovrà emergere da noi popolo di fede. Anche noi, come il clero cattolico latino, dovremo riflettere in modo molto approfondito e insieme su come vogliamo essere Chiesa in aderenza alla missione evangelica. Dobbiamo uscire dal comodo espediente di delegare  tutta l’ecclesialità al clero, facendone non un’accolita di pastori ma, in qualche modo, di teatranti ai quali affidare di inscenare  la Chiesa negli eventi rilevanti della vita personale e comunitaria. Dobbiamo imparare ad agire nella Chiesa con lo stesso senso di responsabilità condivisa che mettiamo nella nostra condizione di cittadinanza attiva nelle altre faccende pubbliche.

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 Questa parola è degna di fede: se uno aspira all'episcopato, desidera un nobile lavoro.  Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi, perché, se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre non sia un convertito da poco tempo, perché, accecato dall'orgoglio, non cada nella stessa condanna del diavolo. È necessario che egli goda buona stima presso quelli che sono fuori della comunità, per non cadere in discredito e nelle insidie del demonio.

 Allo stesso modo i diaconi siano persone degne e sincere nel parlare, moderati nell'uso del vino e non avidi di guadagni disonesti, 9e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. Perciò siano prima sottoposti a una prova e poi, se trovati irreprensibili, siano ammessi al loro servizio. Allo stesso modo le donne siano persone degne, non maldicenti, sobrie, fedeli in tutto. I diaconi siano mariti di una sola donna e capaci di guidare bene i figli e le proprie famiglie. Coloro infatti che avranno esercitato bene il loro ministero, si acquisteranno un grado degno di onore e un grande coraggio nella fede in Cristo Gesù.

[Dalla prima lettera di Paolo di Tarso a Timoteo, capitolo 3, versetti da 1 a 13 – 1Tm 3, 1-13 - versione CEI 2008]

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Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli, per acvivearomavalli@blogspot.com