domenica 20 marzo 2022

Il prof. Pietro Ramellini su "democrazia ecclesiale" [La prima decisione è quella sul metodo di decisione – un metodo di decisione per ogni tipo (teologica, liturgica, amministrativa ecc.) e scala (locale di prossimità, locale regionale, generale) di decisione]

 

Il prof. Pietro Ramellini su democrazia ecclesiale

 

[La prima decisione è quella sul metodo di decisione – un metodo di decisione per ogni tipo (teologica, liturgica, amministrativa ecc.) e scala (locale di prossimità, locale regionale, generale) di decisione]

 

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 Su Pax Romana – Journal – 2021  è stato pubblicato un articolo del prof. Pietro Ramellini sul tema della democrazia ecclesiale.

 La richiesta di maggiore democrazia nei processi decisionali  ecclesiali è legato, ha scritto l’autore, al formarsi di una classe media riflessiva, teologicamente preparata e impegnato nelle comunità.

  Come risolvere questo problema di democrazia ecclesiale?

  La democrazia è una forma di governo delle comunità politiche, ma include anche valori, emozioni, aspirazioni, ricordi, che variano molto nel tempo e nelle società di riferimento. Le Chiese, però, non sono principalmente comunità politiche, con risvolti giuridici, ma fraternità di persone che sperano e credono nel Dio di Gesù di Nazaret.

  Quando parliamo di democrazia ecclesiale pensiamo ad un ordinamento politico, a una società ideale, ad un’etica di convivenza di persone libere e uguali, o a  una miscela di tutto questo?

 Politica  è il processo collettivo umano mediante il quale decisioni vincolanti per tutti su questioni rilevanti per una società generalista [=che comprende tutti  su un certo territorio e ogni questione pubblica] sono prese e attuate.

  La comunità ecclesiale, però, non è un sistema umano generalista. Quindi non si potrà parlare di una forma politica  per le comunità ecclesiali, né democratica, né monarchica, né oligarchica.

  Però ci si può chiedere quali siano i modi per prendere e attuare nel modo migliore le decisioni vincolanti nella Chiesa. Nei Vangeli ci viene presentato il modo di Gesù di decidere e l’evangelista Luca ci presenta quello delle nostre comunità primitive.  Si può anche prendere in considerazione come si fece nelle diverse Chiese cristiane nei tempi storici, o come si decide in altre comunità religiose. Si può, però, partire  chiedendosi come si debbano prendere decisioni in una comunità fondata sulla carità cristiana e sull’agàpe, nonché sull’assenso libero e adulto dei suoi membri.

  Ramellini propone un’altra strada. Bisognerebbe porsi periodicamente, come comunità di credenti, davanti al Dio di Gesù di Nazaret chiedendosi e chiedendoGli, in spirito di preghiera e mediazione, come si può elaborare, prendere e attuare decisioni vincolanti nella situazione concreta, qui ed ora, della nostra comunità. E’ possibile farlo senza dimenticare la storia millenaria del Cristianesimo, ma neanche senza lasciarsene imprigionare?

  L’autore è convinto che, sotto quel profilo, occorra più democrazia nelle cose ecclesiali, ma anche che non esista un modo unico praticabile per decidere. La richiesta di democratizzazione può essere accettata con riserva.

  Bisogna distinguere tra la fase di elaborazione della decisione, il processo decisionale, e quella di deliberazione della decisione. Alcune decisioni possono essere meglio ponderate e prese in piccoli gruppi (commissioni liturgiche, consigli pastorali), altre da grandi assemblee (concili, sinodi), altre ancora facendo affidamento al sensus fidelium (l’intuizione della verità) universale. A volta conviene prendere decisioni a maggioranza, altra richiedere su di esse l’unanimità, in altri casi addirittura tirando a dadi. E’ necessario un pluralismo metodologico per gestire la diversità ed eterogeneità delle problematiche su cui è necessario decidere: enunciare il principio è semplice, praticarlo molto meno. Che accadrebbe al ministero del Papa: l’autore ritiene che è questione che riguarda solo la Chiesa cattolica romana e che quindi, in un primo approccio, possa essere messa da parte.

  Non si tratta solo di distinguere il metodo a seconda della materia del decidere (ambito teologico, liturgico, amministrativo ecc.), ma anche di stabilire chi  debba decidere (uno, alcuni o tutti, secondo una nota divisione tripartita che si fa in filosofia politica) e come  si debba deliberare.

  La questione democratica riguarda principalmente l’esercizio del potere (kràtos nel greco antico), che implica anche dominio e violenza: dopo tutto, osserva l’autore, il potere politico risiede in definitiva nel monopolio della forza, anche come coercizione fisica. Però al centro dell’insegnamento di Gesù in merito all’esercizio dei poteri specifici dati agli apostoli e a Pietro c’è al centro il servizio non il potere. Trattando di organizzazione ecclesiale non dovremmo allora porre l’accento sulla diaconia/servizio più che sul kratos-potere? Chi  serve chi, oggi? C’è nella questione una tensione tra la dimensione kerigmàtica-carismatica e quella gerarchico-giuridica della Chiesa. Non si dovrebbe rafforzare la diaconia  piuttosto che democratizzare la Chiesa?

  Bisogna chiedersi, scrive l’autore, che tipo di governo debba avere la Chiesa. Si tratta di una forma fissata una volta per tutte, per sempre, o si tratta di una forma dinamica, capace di metamorfosi? Secondo l’antico principio ecclèsia semper reformanda la Chiesa ha bisogno di costante riforma la soluzione migliore è la seconda.

 Nella questione del governo ecclesiale la Bibbia ci presenta due metafore.

  Una è quella pastorale, che presenta il governo come l’azione del pastore di un gregge di pecore, che nutre e accudisce gli animali: può essere svolta conducendo il gregge  dove può rinfrescarsi e riposare o tenerlo nascosto gelosamente o per paure nell’ovile.  L’altra è quella del nocchiere di una nave (in greco antico kibernetes,  da cui deriva la parola che significa  governatore), abbastanza coraggioso da partire per mare alla ricerca di posti pescosi, fino quasi a romper le reti; in caso contrario la navigazione si riduce a navigare sotto costa o peggio a rimanere ancorati in un porto sicuro.

  Di solito si conviene che lo scopo del governo ecclesiale non è il blocco, la chiusura, la difesa, ma piuttosto l’abbondanza del pascolo, della pesca, del rigoglio della vita: il nutrimento e la crescita costante del Popolo di Dio.

  Che rapporto ci dovrebbe essere tra ambito locale  e universale, si chiede Ramellini? Il metodo dovrebbe essere lo stesso? Sì e no, risponde.

   I processi decisionali di un municipio come dell’Unione Europea si basano, ad esempio, su principi comuni: isegoria (libertà di parola per ogni persona), votazioni, maggioranze. la democrazia formale è la stessa. Ma poi ci sono delle differenze.

 Spesso si sente dire: “alle elezioni politiche nazionali voto per il partito, ma a livello locale la persona”. Gli elettori avvertono la differenza tra particolare e generale.

  A livello teorico vari filosofi della politica, ricorda l’autore, hanno proposto diverse forma di governo per comunità politiche diverse. Ad esempio in Cina si sono proposti totalitarismo e autocrazie per i grandi stati, la monarchia per quelli di mezzo  e perfino l’anarchia per i più piccoli. Nella teoria della decisione si distingue tra comitati, in cui si interagisce personalmente sui tempi di affrontare, e i gruppi più grandi, con interazione personale minima. Infine l’iter legislativo nazionale è diverso da quello regionale e locale.

   Trattando di Chiese, è giusto che le decisioni si prendano nello stesso modo per la Chiesa universale e per la parrocchia vicino a casa. Evidentemente, su questo tema, non si considera tanto la forma di governo (ad esempio democrazia contro autocrazia), ma ci si concentra piuttosto sulla scala locale, regionale o globale, che nella Chiesa cattolica corrisponde più o meno alle dimensioni della parrocchie, delle diocesi, alle Conferenze episcopali, agli organismi continentali e a quelli con competenza mondiale.

  Attualmente la disciplina del governo delle parrocchie è la stessa di quella che vale per il governo dell’intera Chiesa, perché l’ordinamento gerarchico comporta un trasferimento di metodi dall’alto verso il basso, ed anche perché la Chiesa locale, nell’urbe, è, ecclesiologicamente parlando, la Chiesa di Cristo quando la Chiesa globale, diffusa nell’orbe; e questo anche se nella prassi si può pensare che a livello locale i rapporti umani contino più che nella Curia Roma (pur consapevoli di quanto siano importanti certe entrature in Vaticano).

    Il prof. Ramellini immagina due modi di procedere, in una parrocchia. Il primo dall’alto verso il basso: il pastore convoca un incontro aperto e informale in cui i partecipanti si pongono davanti a Dio, interrogandosi e chiedendoGli come si possa decidere nella comunità ecclesiale a seconda del tipo e delle dimensioni di ciò di cui si deve trattare. Potrebbero poi seguire incontri più strutturati, nei quali esaminare le questioni rilevanti e decidere con le modalità scelte. Un secondo metodo è quello di cui sono i singoli cristiani, o gruppi spontanei di cristiani, che porteranno avanti la riflessione sul metodo, per poi esporre alla comunità i risultati raggiunti proponendone l’adozione. I due metodi, osserva l’autore, possono andare di pari passo e possono essere adottati per quanto riguarda la ekklesio-diakonia, chiedendosi come si può servire meglio la comunità.

  Può sembrare che quei modi di procedere indeboliscano il ruolo ministeriale del pastore, scrive il prof. Ramellini, ma non è necessariamente così. Nell’azione top-down, dall’alto verso il basso, l’azione parte dal parroco, e quindi l’ordine gerarchico è pienamente rispettato; allo stesso modo, nella procedura dal basso verso l’alto, l’azione culmina nel parroco, il quale fa sintesi dei vari contributi. Quindi l’elaborazione di nuovi metodi decisionali avviene attraverso i pastori e la gerarchia.

  Ovviamente la possibilità di evoluzioni e sviluppi più radicali, al di fuori della gerarchia, resta aperta, come nel caso delle Chiese coreane sorte indipendentemente da Roma, o, in attesa della gerarchia, come è accaduto per tante figure profetiche a lungo avversate e poi riconosciute in tutta la loro grandezza; ma anche contro la gerarchia, come accade per i movimenti ritenuti eretici e scismatici, che poi si esaurirono, o si distaccarono e eventualmente ritornarono. Ma, osserva il prof. Ramellini, se avessimo seguito la Regola d’oro di Cipriano nihil sine episcopo, nihil sine consilio vestro, nihil sine consensu plebis meae [=niente senza il vescovo, niente senza il vostro parere, niente senza il consenso del mio  popolo] molti conflitti – e non solo locali avrebbero potuto essere risolti. L’autore nota che l’attuale riscoperta dell’antico principi giustinianeo, e poi canonico, del “quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet” (ciò che interessa a tutti, deve essere affrontato e approvato da tutti) va nella stessa direzione, anche se spesso la sua ultima parte viene dimenticata.

  In conclusione, l’autore ritiene che i problemi più urgenti delle Chiese (locali o non, cattoliche o meno) siano quelli ad extra, vale a dire quelli delle società in cui le Chiese sono immerse, e non quelli ab intra, vale a dire interni delle Chiese, e, più in generale, quelli del Regno di Dio piuttosto che quelli delle Chiesa. Tuttavia, osserva, se è bene affrontare le grandi questioni legate al giudizio e all’amore di Dio, non è necessario, nell’occuparsene, trascurare quelle relative alle decime sulle erbe aromatiche (richiama Lc 11,42).

 

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli – per acvivearomavalli.blogspot.com