mercoledì 23 marzo 2022

La riforma a partire dalla gente

 

La riforma a partire dalla gente

 

    Nella Chiesa cattolica ci sono problemi ecclesiali causati dalla gerarchia e altri dalla gente. Tra  i primi il pesante clericalismo che può rendere insopportabile la frequenza ecclesiale, le bizzarrie in materia di relazioni d’amore e procreazione, la strumentalizzazione del sacro a fini di politica ecclesiale, la propensione a raggiungere concordati  con gli altri poteri sociali; tra i secondi l’ipocrisia per cui non si vuole andare oltre l’apparire, la credulità verso narrazioni magiche sul sacro, la conoscenza superficiale del vangelo e della storia delle Chiese cristiane, la ritualizzazione della religione, la sacralizzazione religiosa della posizione sociale propria e del gruppo di riferimento a scapito degli altri, l’incapacità di lavorare insieme agli altri su un piano di parità e argomentando ragionevolmente.

   Gerarchia e gente sono collegate, anche se la prima si considera ancora autoreferenziale, capace di esistere per se stessa, anche perdendo la gente. La gente pensa di non poter esistere a prescindere dalla gerarchia così com’è, mentre ciò che le è veramente essenziale è il servizio del pastore: spesso si riferisce alla “Chiesa” intendendo la gerarchia.

  Storicamente la gerarchia ecclesiastica si è affermata come una organizzazione rigida del potere sacro, che è quello di stabilire chi è dentro e chi fuori della Chiesa e in pace  con essa  e con il Cielo, basata su  definizioni normative dei contenuti di fede, su un ceto specializzato che ha l’esclusiva di quel potere e che è distinto per gradi e sulla regola che l’inferiore deve obbedienza al superiore. In questo contesto, il clero viene considerato radicalmente diverso dal resto della gente di fede, un corpo sacro, nel senso di sottratto alla critica sociale in relazione al suo mandato dal Cielo. Da ciò che si sa questo sviluppo è stato abbastanza precoce e va situato a cavallo tra il Primo e il Secondo secolo e si è consolidato nel Quarto secolo, quando alla gerarchia ecclesiastica vennero attribuiti poteri pubblici dello stato.

  L’esperienza storica ha dimostrato chiaramente che una riforma ecclesiale di questo assetto della politica della Chiesa non può essere condotta a termine dalla gerarchia stessa. Essa, in altre parole, è incapace di riformare se stessa. Nel corso del Concilio Vaticano 2°, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965, tuttavia, la gerarchia ha enunciato i principi di una riforma ecclesiale, le definizioni che potevano guidare quel processo, introducendone di nuove che abilitavano la gente ad un ruolo più attivo nelle cose ecclesiali. Tuttavia il sistema di potere gerarchico è rimasto da allora più o meno lo stesso.

  In Europa la vera novità è venuta dal processo di secolarizzazione, che non significa non credere  più nel soprannaturale, ma affrancarsi dai poteri ecclesiastici, in questo desacralizzandoli, e desacralizzare quelli civili. Ciò che è sacro  è sottratto alla critica sociale, desacralizzare  è ammetterla più ampiamente. Dal punto di vista lessicale, la secolarizzazione è quel processo per cui una persona o una cosa escono dall’area del sacro e vengono ridotte al secolo, vale a dire nella condizione di tutte le altre. Dal Quarto secolo la sacralizzazione dei poteri politici secondo la fede cristiana, definita  normativamente proprio a quell’epoca, fu un aspetto molto importante della vita religiosa e politica e costituisce ciò che viene chiamato radici cristiane  dell’Europa.

  Prendendo realisticamente atto di tutto ciò, papa Francesco ha ordinato, con il suo potere gerarchico che sulla carta è assoluto (di fatto non lo è, ma comunque è molto forte), un processo di riforma del quale sia partecipe tutta la gente di fede e, anzitutto, vorrebbe che quest’ultima fosse ascoltata. Naturalmente, una volte che tutto è finito nelle mani della gerarchia, quest’ultima ha organizzato le cose in modo da ascoltare solo quello che ritiene debba essere detto.  Con il che li processo salterebbe. E tuttavia non deve sottovalutarsene le opportunità. Il problema è che, noi gente, siamo ancora poco preparati a lavorare insieme a processi di riforma secondo i principi del Concilio Vaticano 2°. E’ proprio del lavorare insieme che abbiamo poca esperienza: di solito siamo solo una platea nel teatro delle liturgie praticate dal clero. Inoltre, quando ci ritroviamo insieme, emergono i nostri peculiari difetti, che ho sopra ricordato.

  I teologi sostengono che, tutti insieme, noi gente  e il clero gerarchizzato, avremmo qualcosa come un intuito  per procedere come si deve nelle cose di fede. Io ne ho sempre preso atto, pur non ritenendola cosa particolarmente evidente, anzi. Se ne parla, usando espressioni latine sacralizzanti, come   di sensus fidei  o di sensus fidelium, espressioni che significano che quell’intuizione  di cui dicevo è diffusa in tutti  i fedeli, in blocco, anche se non specificamente a questo o a quello, salvo il Papa, che la manifesterebbe in massimo grado.  Beh, che vi devo dire?, speriamo sia come dicono. Ma certo l’intuizione  deve essere corroborata con l’acquisizione di conoscenze specifiche, riflesse, tematizzate  come si dice, perché altrimenti tutto rimane al livello di emozioni.

  In effetti, dai processi innescati dal moto di riforma del Concilio Vaticano 2°, sono emerse esperienze sociali   nuove tra i fedeli cattolici, alcune, in base ai risultati, piuttosto buone, altre meno, altre ancora francamente deleterie, a prescindere dalle buone intenzioni, che quasi sempre ci sono. Da qui sono emerse le novità più interessanti in materia di riforma. La sinodalità diffusa che si è cercato di produrre nella prima fase dei cammini sinodali, mondiale e nazionale, in corso da noi può essere l’occasione per migliorarci e per portare contributi più validi ad una trasformazione della nostra Chiesa perché diventi più libera e partecipata da tutti.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli