venerdì 25 marzo 2022

Dialogo, via della pace

 

Dialogo, via della pace 

 

[…] quando si verifica una lacerazione lì dove la vita richiede unità, occorre attivarsi per ritrovarla, per sanare la lacerazione. Tuttavia […] l’integrità non la si può ritrovare percorrendo la via della censura, dell’emarginazione o dell’esclusione della parte da cui si sono prese le distanze.

 Questa intuizione di fondo sostiene l’accostamento della dimensione interiore a quella esteriore, interpersonale o tra gruppi sociali che sia: dove sorge un conflitto che conduce ad una estraneità, a voler tornare a vivere, occorre ricordare a se stessi che la via dell’espulsione e dell’epurazione non risana e non restituisce integrità.

 E’ in forza di questa intuizione che sorge la domanda su come sia possibile riconciliarsi con il proprio passato, con un’altra persona o come possano riavvicinarsi parti sociali che per motivi diversi si sono  distanziate al punto da squalificarsi reciprocamente come “disgraziate”.

 

 L’idea soci-politica che maggiormente vive di questa intuizione, e che specularmente muore quando si appanna, è quella di “bene comune”.

 Per gli autori personalisti del Novecento tutto questo era molto chiaro. Emmanuel Mounier [filosofo francese, 1905-1950] sosteneva ad esempio che la comunità andasse concepita come una “persona di persone”: “Una comunità –annotava- è una persona nuova che unisce molte persone con il loro stesso cuore. Non è una moltitudine. Non si può contare una pura comunità. Chi sapesse osservarla con sguardo competente coglierebbe ognuno nella sua irriducibile originalità e l’insieme come una orchestra. Una società è durevole solo se tende a questo modello” [da: Rivoluzione personalista e comunitaria, 1935]. In un certo senso veniva messa in rilievo proprio la percezione del profondo impoverimento, quasi della amputazione a cui si va incontro quando la communitas risolve i propri conflitti interni imboccando la via dell’esclusione di una parte, quando si immagina di poter trovare la via della pace civile mettendo al bando l’una o l’altra della componenti sociali in tensione. Ogni forma di espulsione segna cioè un collasso di cui la comunità inevitabilmente risente in profondità, anche se a livello superficiale l’allontanamento di alcuni può essere temporaneamente avvertito come un allentamento della tensione.

 Il collasso riguarda proprio la percezione del “comune”: lì dove si fa strada l’idea di poter ritrovare l’integrità del bene attraverso la via dell’espulsione di una o alcune parti, quel che viene colpito è proprio l’intuizione dell’unità sociale, della appartenenza alla stessa communitas. Tolta o indebolita questa intuizione, anche l’idea che vi sia un bene comune sfuma: ogni parte si concentra per massimizzare il proprio vantaggio, i propri obiettivi, avviando una dinamica di contrasti sempre più accesi in cui il bene privato (individuale o del proprio gruppo) rimane l’unico orizzonte.

 Forse noi, oggi, ci stiamo già muovendo in questo scenario.

[…]

 In un certo senso potremmo considerare che oggi il bene comune ha bisogno di ritrovare un’evidenza dei suoi preliminari: occorre riscoprire quel che esiste già di comune tra le persone e tra i gruppi sociali che si raccolgono attorno a obiettivi o rivendicazioni particolari che li vedono contrapposti.

 Riscoprire il comune è anzitutto una questione di ascolto tra le parti: così come ciascuno, per venire a capo di un vissuto problematico, ha bisogno di sondare più attentamente se stesso, la propria storia e le proprie convinzioni, allo stesso modo è probabile che parti sociali in contrasto debbano ritrovare anzitutto i modi per ascoltarsi più distesamente.

 

[da: Giovanni Grandi, “Il conflitto e la (possibile?) riconciliazione”, in Dialoghi, trimestrale dell’Azione Cattolica, n.4/2014]

 

 

 Dialoghi, si chiama il trimestrale culturale dell’Azione Cattolica, e questo nome indica insieme un orientamento e un impegno. Infatti il dialogo è, a tutti i livelli, il metodo dell’Azione Cattolica.

  A volte, nella storia di una collettività, viene il tempo dei bilanci. Accade anche a noi, quest’anno. Possiamo essere soddisfatti di molte cose che sono state realizzate. Ma nel campo del dialogo  siamo piuttosto carenti. Non dialoghiamo tra noi e con il quartiere e non formiamo al dialogo. Si lavora in gruppi di tendenza che fanno vita separata gli uni dagli altri. Non ci si conosce e, tra gruppi di opposto orientamento, si è sospettosi e si diffida  gli uni degli altri.

 Secondo alcuni orientamenti, si pretende che i nuovi arrivati, entrando, lascino alla dogana tutto ciò che hanno realizzato nella loro vita e accettino di essere ricostruiti, obbedendo a dei formatori che pretendono di sapere e poter ricostruire  la vita della gente.

 In genere, il nostro ambiente sociale è visto come meno accogliente di quelli che sono stati realizzati da altre parti.

 Nel corso di una esercitazione che abbiamo fatto qualche riunione fa nel gruppo di Azione Cattolica, da uno dei gruppi di lavoro è emersa la proposta di accogliere amichevolmente le persone all’entrata della chiesa parrocchiale, per ridurre la sensazione di estraneità reciproca.

 E’, innanzi tutto, deficitaria una cultura del dialogo. Il dialogo è visto come fonte di contaminazione. Non dialogo, ma amore servirebbe. Ma poi, questo amore di cui tanto ci si riempie la bocca, senza la capacità di dialogare con gli altri, che amore è? Alla fine tutto si risolve in una maggiore solidarietà nel proprio gruppo di tendenza, quello in cui non c’è bisogno di dialogare perché è fatto di persone che la pensano tutti in uno stesso modo, selezionate proprio su questa base.

 Il dialogo è una sfida e un rischio. Non si sa, dall’inizio, come andrà a finire. Non lo si può programmare, bisogna essere aperti a sviluppi imprevisti. Esso implica una vera scoperta  dell’altro, non una sua semplice assimilazione. A volte, invece, si concepiscono le collettività come dei mostruosi cannibali che  digeriscono le persona al loro interno. Questa è storicamente la concezione totalitaria del sociale. La collettività in cui entra ti cambia. Accadeva, ad esempio, nel sistema educativo del fascismo storico, negli scorsi anni Venti e Trenta. Benché a volte non se ne abbia chiara coscienza, non è questo il rapporto sociale consigliato in religione. Noi infatti non siamo rigenerati dalle collettività di fede in cui siamo inseriti, ma dall’alto. Nelle collettività di fede troviamo un aiuto, degli alleati, ma di esse siamo nel contempo ne siamo anche responsabili. Esse infatti non hanno un unico volto, ma tanti volti, e anche il nostro. Esse sono come le facciamo. E spesso finiscono per deludere, come osservò una volta Joseph Ratzinger. Per questo in religione si suole dire che devono sempre essere aggiustate, adattate. Come per i singoli, anche per le collettività i lavoro di conversione  non  è mai finito. A somiglianza di quello personale (nessuno si converte  da solo), anche quello sociale richiede il dialogo, relazioni attive e positive tra la gente di una collettività, il confronto franco tra varie esperienze di vita. Quand’è che deve cominciare questo impegno? Da subito, da bambini, fin dal primo giorno del catechismo dell’infanzia. E deve durare tutta la vita. Al dialogo di conversione bisogna fare tirocinio, bisogna fare pratica, come in tutte le altre attività sociali. Si sbaglia e ci si corregge. Ricordo che suscitò grande impressione, in tutti noi che in piazza San Pietro lo vedevamo per la prima volta da Papa, quando san Karol Wojtyla, presentandosi dalla facciata della basilica di San Pietro con i paramenti pontificali, ci disse “Se sbaglio, mi corigerete”, intessendo quindi, sull’esempio dei suoi predecessori, un dialogo con la folla di fedeli che era convenuta là sotto.

 Da noi si dà troppa importanza all’uniformità. Sembra che sia apprezzato un certo conformismo. Gli annunci  che ogni anno facciamo per invitare gli adulti alla formazione religiosa di secondo livello si assomigliano un po’ tutti, di anno in anno. Non vi pare? E parlano di esperienze che sono tanto diverse dalla mia e probabilmente anche da quella di diversi altri. Com’è che le nostre non possono mai essere rappresentate?

 Del resto quest’apprezzamento dell’uniformità traspare anche dagli arredi della chiesa parrocchiale. L’architettura dice molto di una collettività. La gente di fede in mezzo alla quale mi sono formato era più multiforme, diciamo così, e non considerava l’uniformità un valore molto importante. Sono cresciuto in collettività in cui i volti delle persone erano ben distinguibili e tuttavia rimanevano volti di persone di fede: tutte insieme, quelle persone, lavoravano come in un’orchestra, erano riconoscibili come un gruppo-persona. Del resto, possiamo in questo imparare dalla natura. Non c’è un albero uguale ad un altro, guardiamo ad esempio i bei pini di viale Val Padana, a cui siamo molto affezionati, nel quartiere, tanto che siamo collettivamente insorti quando li volevano abbattere per realizzare dei parcheggi sotterranei.  Ma tutti quei pini, lungo il viale, benché diversi gli uni dagli altri, danno un’idea di unità.

 A me piace l’architettura della basilica della Sagrada Familia (=la Sacra Famiglia), a Barcellona – Spagna, che l’architetto Antoni Gaudì volle progettare ad imitazione della natura, in particolare di un bosco. La vedete nella foto qua sopra: una fantastica multiformità, che però dà l’idea dell’unità. L’opera, dopo oltre un secolo, non è ancora finita. Si perde molto tempo nei dettagli. Farla in cemento armato, con un progetto di linee più semplici avrebbe preso molto meno tempo. E’ così anche con le collettività sociali. Il lavoro non finisce mai. Se si ha fretta, il risultato poi delude un po’.

 Ieri a cena, ci è venuta l’idea di invitare tutti i lettori del blog per una pizza, una sera. La pizza è un incontro sociale che funziona sempre. Quanti posti dovremmo prenotare? Non abbiamo una precisa idea dei nostri interlocutori. Siamo molto curiosi su di loro. Chissà se poi risiedono tutti nel nostro quartiere…

 

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.