martedì 1 marzo 2022

Cuori in guerra

 

Cuori in guerra

 

  Parliamo di guerra  quando combattono organizzazioni politiche, come stati, partiti, organizzazioni insurrezionali o di resistenza. Il loro strumento operativo sono gli eserciti. I soldati non hanno scelta: devono  combattere (bisogna sempre ricordarselo). Nei regimi democratici, però, gli adulti che hanno i diritti politici sono corresponsabili delle guerre, perché, con lo strumento della politica, possono impedirle. E’ importante, quindi, che si facciano un’idea realistica del problema.

  Fino a tutto l’Ottocento le guerre furono combattute essenzialmente tra eserciti, anche se potevano avere pesanti ripercussioni sulla popolazione, la più pesante delle quali fu storicamente il saccheggio, che veniva consentito per qualche giorno ai soldati della milizia vincitrice dopo la sottomissione di città del nemico. Con lo sviluppo dei cannoni, si aggiunsero i danni dei bombardamenti, inizialmente volti ad aprire brecce nelle mura fortificate di città e castelli, ma poi usati anche per fiaccare la resistenza degli assediati.

  Le due guerre mondiali combattute nel Novecento in Europa e poi in tutto il mondo ebbero carattere diverso: vennero organizzate come guerre tra popoli e quindi come totali. I bombardamenti delle città come quelli di Coventry, Dresda, Hiroshima, Nagasaki ne furono manifestazioni. Queste guerre richiedono una pesante opera di propaganda per armare i cuori  della popolazione e renderla disposta alle atroci sofferenze belliche. Guerre di questo tipo scoppiano quando la sopravvivenza di uno dei sistemi politici che le combattono viene posta in questione e chi è minacciato ha  a sua volta la concreta possibilità di minacciare quella del nemico.

  La guerra che è scoppiata in Ucraina non è, per ora, di quel tipo. Non è, ancora, totale. L’Ucraina infatti può attaccare i militari russi che l’hanno invasa, ma non la Russia. Quest’ultima si propone essenzialmente di prendere il controllo del governo ucraino, non di annientarlo o di annientare la popolazione. E’ una guerra più simile a quelle coloniali che gli europei, e anche l’Italia, hanno scatenato in tutto il mondo dal Seicento. Si cercava di prendere il controllo di altre popolazioni per sfruttarle e sfruttare le ricchezze dei territori su cui erano stanziate. I colonizzati potevano attaccare gli invasori ma non la potenza colonizzatrice. Quest’ultima non voleva annientare gli invasi, ma colonizzarli, vale a dire sfruttarli.

  E tuttavia si tratta di una guerra che può diventare totale, nel caso di coinvolgimento della N.A.T.O.  Questo perché N.A.T.O. e Federazione Russa hanno la capacità tecnologica di annientarsi. Una guerra tra loro sarebbe una guerra tra popoli, uno scontro di civiltà, in particolare se si dovesse cominciare a impiegare le bombe nucleari. Da qualche decennio ne sono state costruiti tipi molto meno potenti di quelle che distrussero le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, in particolare capaci di annientare la vita umana in un raggio di qualche centinaia di metri facendo molto meno danni fisici nel territorio e, soprattutto, con molte meno conseguenze letali a lungo termine per le radiazioni scatenate. Ho letto che a più riprese i capi militari dei due schieramenti hanno proposto di utilizzarle. Finora non lo si è fatto essenzialmente perché non si può essere sicuri che il nemico non risponda con le bombe nucleari più potenti, che oggi, montate su missili trasportati su sottomarini e camion, sono difficilmente intercettabili al momento del lancio e, per le velocità altissime che raggiungono i vettori, nemmeno in volo.

  I prodromi di una guerra totale ci sono. Nei due schieramenti si nota una intensa opera di propaganda contro il nemico. E’ propagandistica l’informazione che non dà realisticamente conto del punto di vista degli altri e che ricostruisce la genesi del conflitto selezionando solo gli eventi che possano giustificare la guerra. Inoltre si sta sciogliendo la stretta integrazione economica che legava Occidentali e Russi. Si tratta, naturalmente, di un’arma a doppio taglio, come si suol dire. In questo modo però la guerra totale apparirà progressivamente nei due fronti una soluzione plausibile per sopravvivere.

  Noi non pensiamo solo con il cervello, ma con tutto il corpo, ci avvertono gli scienziati dei processi cognitivi, quindi anche con i visceri, e il cuore è un viscere. Noi sentiamo le emozioni con i visceri e il cervello ne è fortemente condizionato. Razionalmente nessuno sano di mente, come si dice, si determinerebbe a una guerra, soprattutto partendo da una condizione di stretta e proficua integrazione economica e sociale come quella che si era prodotta tra la Russia e gli altri europei. E, certo, razionalmente erano pensabili delle vie praticabili per non giungere a quello che stiamo vivendo, che però i rispettivi governi non hanno ritenuto di seguire. Ma adesso, nel clima pesantemente propagandistico di questi giorni, stiamo pensando con il cuore, e ora è un cuore in guerra.

  Per nostri limiti cognitivi connessi alla nostra fisiologia, siamo portati a personalizzare molto i fenomeni sociali complessi come quelli che conducono i sistemi politici ad ordinare le guerre. A metterla, insomma, in termini di cattiveria  o di pazzia  di qualcuno, il nemico. Quindi ora agli occidentali viene proposto lo scenario secondo il quale uno cattivo  e pazzo  sta mettendo in pericolo la nostra sopravvivenza. In realtà la cosa è certamente molto più complessa. Possiamo dire questo: i governi europei che ora sono coinvolti nella crisi non hanno saputo gestire l’integrazione continentale e ora, visceralmente, ritengono plausibile  la soluzione della guerra totale, che fino a qualche decennio fa non lo era. Plausibile  è una soluzione accettabile come tale, una via percorribile.  In Italia abbiamo un divieto costituzionale a questo modo di pensare: all’art.11  la nostra Costituzione dichiara che l’Italia ripudia (avendola in passato praticata) la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

  Avverto in questi giorni un evidentissimo mutamento dello stato d’animo degli italiani verso la possibilità di una guerra. Anche per la popolazione è tornata ad essere plausibile. Ed è un  sentire che percorre tutta l’Europa.  D’altra parte il martellamento mediatico in questo senso è impressionante.

  Il pacifismo che chiede di combattere con una delle parti belligeranti non è veramente tale. Chi fornisce armi ad una delle parti belligeranti è già coinvolto e se le fornisce la N.A.T.O. contro un esercito della Federazione russa siamo a un passo da una guerra totale.

  Purtroppo noi, come Chiesa, siamo riusciti a fare poco. E’ così le altre Chiese cristiane europee.

  Paradossalmente si fu più al sicuro dalla guerra quando dall’altra parte c’erano regimi che contrastavano apertamente le religioni, ma che non ritennero plausibile  una guerra totale in Europa e non solo non la combatterono, ma cercarono di disinnescarne i presupposti. D’altra parte all’epoca vigeva un complesso di accordi concluso a Jalta nel febbraio 1945 (e c’era ancora in corso nelle sue ultime fasi la guerra mondiale per cui si sapeva bene l'orrore che era stata), che fu vigente fino all’inizio degli anni ’90. Manca un trattato  che regoli ciò che si è prodotto dopo.

   E’ sorprendente constatare che i preti cristiani delle due parti in lotta abbiano ripreso a benedire i propri combattenti, senza minimamente manifestare di essere consapevoli del controsenso che ciò comporta, dal punto di vista evangelico.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.